La sinistra torni a cambiare la società: sei proposte per ripartire
Sanità, fisco, mafie, cannabis, sicurezza e burocrazia: sei proposte per restituire alla sinistra un programma radicato nei bisogni quotidiani.

ANSA
Da tempo mi domando che fine abbia fatto la Sinistra. Ascoltando telegiornali e leggendo i quotidiani, sembra esistere anche se, ai miei occhi, appare oramai definita soprattutto per ciò che avversa: ieri Berlusconi, il Movimento 5 Stelle, poi la Lega, quindi Meloni, oggi – necessariamente – Vannacci.
Proprio rispetto a Vannacci, dove servirebbe una forte mobilitazione culturale, intravedo una timidezza dei toni che non comprendo: ancora devo capire se derivi da gravissima sottovalutazione del pericolo o dal calcolo che il suo successo possa tornare elettoralmente utile.
Intanto, la fascistizzazione silenziosa di una parte importante delle masse popolari procede. Lo avverto vivendo per scelta in un quartiere popolare della Torino che fu operaia e socialista: il neofascismo folkloristico di Vannacci fa presa su molti concittadini.
Mentre bollette e carburanti erodono il potere d'acquisto, cresce la domanda di sicurezza e arretrano i servizi pubblici, le risposte della Sinistra tardano, sommerse da parole su primarie, legge elettorale, Campo Largo e dichiarazioni spesso speculari a quelle della destra.
Forse occorre prendere atto che anche a Sinistra si è indebolita la capacità di elaborare un pensiero capace di sostenere un programma di ampio respiro per il futuro dell'Italia. Eppure, non vorrei arrendermi.
Proposte realmente radicali – rivoluzionarie, si sarebbe detto ai tempi che furono, mentre di “buon senso” direi oggi – possono ancora essere formulate e spiegate agli italiani, casa per casa, strada per strada, social network per social network.
La Sinistra dovrebbe tornare a offrire una visione semplice e riconoscibile: più uguaglianza, più libertà concreta, più protezione sociale e uno Stato capace di garantire diritti, sicurezza e dignità.
Nel mio piccolo, provo a indicare alcuni temi, tanto per scaldare il tavolo.
1. Sanità pubblica: la salute non è una merce
La Sanità è il terreno sul quale la Sinistra dovrebbe tornare a essere immediatamente riconoscibile.
La salute non è una merce né un privilegio da acquistare sul mercato: è un diritto fondamentale e un interesse della collettività. Eppure, oggi la possibilità di curarsi in tempi ragionevoli dipende sempre più dal reddito, dalla Regione in cui si vive e dalla disponibilità di una polizza.
Esiste una posizione, autorevolmente espressa dal Prof. Andrea Crisanti, sulla necessità di una progressiva nazionalizzazione della Sanità privata convenzionata. È una proposta autenticamente di Sinistra, su un tema strategico e sentito dalla popolazione; purtroppo è rimasta voce isolata.
Io partirei proprio da questa scelta: il Servizio Sanitario Nazionale deve tornare a essere il luogo ordinario della cura, non l'ultima possibilità per chi non può permettersi il privato.
Il privato accreditato può avere una funzione integrativa, ma non può programmare l'offerta sulla base della sola redditività né sostituirsi stabilmente allo Stato.
Dove una struttura opera prevalentemente con risorse pubbliche, eroga prestazioni essenziali e colma carenze strutturali del servizio pubblico, Stato e Regioni dovrebbero poter acquisire strutture, tecnologie e personale, con procedure trasparenti ed equo indennizzo, riportandoli gradualmente nel perimetro pubblico.
Ma la proprietà pubblica, da sola, non basta. Occorre:
- finanziamento stabile e crescente del SSN, commisurato all'invecchiamento, all'innovazione e ai bisogni territoriali;
- un grande piano di assunzioni per medici, infermieri, tecnici e operatori sociosanitari, con retribuzioni e condizioni di lavoro dignitose;
- abbattimento delle liste d'attesa con agende uniche, trasparenza dei tempi, utilizzo delle strutture pubbliche anche nelle fasce serali e nei fine settimana e garanzia della prestazione senza costi aggiuntivi quando il termine massimo non viene rispettato;
- rafforzamento della sanità territoriale, dei consultori, della medicina di base, dell'assistenza domiciliare, della salute mentale, della prevenzione e della non autosufficienza;
- riduzione delle disuguaglianze territoriali, con standard nazionali esigibili, poteri sostitutivi dello Stato nei casi di grave inadempienza e investimenti prioritari nel Mezzogiorno e nelle aree interne.
L'attività libero-professionale intramuraria va ricondotta a una funzione meramente accessoria, va superato ogni meccanismo che consenta di trovare a pagamento, magari nello stesso ospedale, una prestazione per la quale il SSN propone mesi di attesa.
Le risorse possono essere reperite con una lotta radicale all'evasione (v. dopo), una revisione delle agevolazioni fiscali meno eque, acquisti centralizzati e trasparenti e una seria tassazione delle grandi rendite. E con il taglio della spesa pubblica: davvero non siamo in grado di individuare almeno l'1% di spesa pubblica improduttiva da tagliare?
Ogni euro deve essere accompagnato da obiettivi pubblici, dati accessibili, responsabilità dei dirigenti e valutazione dei risultati. Ma l'efficienza non può diventare il nome elegante del razionamento delle cure.
Una Sinistra degna di questo nome dovrebbe dirlo senza ambiguità: nessuno deve scegliere tra curarsi e pagare l'affitto; nessun cittadino del Sud deve prendere un treno per ottenere al Nord una cura essenziale.
Questa sarebbe una battaglia concreta e profondamente egualitaria: ricostruire una Sanità pubblica, universale e di qualità, indicando esattamente dove reperire le risorse per realizzare l’impresa.
2. Evasione fiscale e lavoro nero: l'ingiustizia che erode lo Stato sociale
Evasione fiscale e lavoro nero sono forme strutturali di ingiustizia sociale. Ogni imposta sottratta significa meno risorse per sanità, istruzione, ricerca, trasporti e protezione sociale; ogni lavoratore in nero è privato di salario dignitoso, contributi, sicurezza, ferie, malattia.
A pagare il prezzo sono soprattutto lavoratori dipendenti, pensionati, piccoli imprenditori virtuosi e professionisti onesti.
Una Sinistra credibile dovrebbe dirlo forte: gli evasori fiscali non verranno perseguiti, ma perseguitati.
Serve una forte estensione della tracciabilità dei pagamenti e una riduzione progressiva dell'uso del contante. Le commissioni sui pagamenti elettronici vanno azzerate, mentre sui prelievi di contante vanno inasprite.
Ai cittadini vanno garantiti strumenti digitali semplici, accessibili e gratuiti. La moneta elettronica deve diventare un'infrastruttura pubblica essenziale, tramite circuiti europei indipendenti dai grandi colossi privati.
Gli imprenditori che utilizzano manodopera irregolare o sommersa devono subire, nei casi più gravi e sistematici, la perdita dell'azienda. La gestione deve poter essere affidata a un amministratore nominato dalla Pubblica Amministrazione, per garantire continuità operativa e occupazionale e poi procedere alla vendita con procedure a evidenza pubblica.
Per premiare chi usa la moneta elettronica riducendo il contante, si possono prevedere, modulati per reddito, bonus per trasporti pubblici, libri scolastici, sport e cultura.
Ogni euro recuperato deve andare alla Sanità e alla riduzione dei tributi.
3. Lotta alle mafie: riprendere la bandiera dell'antimafia popolare
C'è un tema vitale che deve tornare al centro del discorso pubblico: la lotta alla criminalità organizzata.
Si ascolti la retorica della destra e di personaggi come Vannacci: parlano di immigrazione, Europa, Russia, sicurezza percepita, identità; ma sulle mafie il loro discorso è quasi inesistente. Forse perché il contrasto alle mafie non genera hype mediatico e non consente consensi facili.
Eppure la mafia rimane il male assoluto di questo Paese. Non è soltanto criminalità strada per strada, ma potere economico deviato, controllo sociale, corruzione, intimidazione, compravendita del consenso, inquinamento delle istituzioni e soffocamento delle libertà.
La Sinistra deve riaffermare una posizione durissima: chi viene condannato in via definitiva per associazione mafiosa, concorso esterno, scambio politico-mafioso o reati commessi per agevolare le organizzazioni criminali deve subire conseguenze personali, patrimoniali e civili di massima incisività, nel rispetto della Costituzione.
Occorre rendere effettive e di lunga durata le interdizioni dai pubblici uffici, dall'attività d'impresa, dalla gestione di patrimoni societari e dai benefici economici pubblici e aggredire i patrimoni illeciti. Sino ad arrivare, per i casi più gravi, alla perdita del diritto alle cure sanitarie pubbliche gratuite o, banalmente, all’impossibilità di avere la patente di guida.
Bisogna dare fastidio, rendere estremamente sconveniente delinquere. Anche qui, non solo perseguire: perseguitare sino al genuino pentimento.
Sul piano dell'esecuzione penale, la pena per questi reati non può essere svuotata da automatismi premiali incompatibili con la gravità del fenomeno. Permessi premio, misure alternative e liberazione anticipata devono essere subordinati a una verifica individuale sull'effettiva dissociazione.
Chi rompe il vincolo associativo con dichiarazioni attendibili capaci di smantellare clan, reti economiche e complicità istituzionali deve ricevere dallo Stato una tutela totale: nuova identità, protezione per sé e familiari, sostegno economico temporaneo, trasferimento e riqualificazione professionale.
Va rafforzata la tutela dei minori cresciuti in contesti mafiosi, non per punire i figli, ma per impedire che siano educati alla violenza, all'omertà e alla continuità criminale. Dove l'ambiente familiare esponga concretamente il minore al condizionamento o al reclutamento mafioso, l'autorità giudiziaria deve poter intervenire tempestivamente con l'affidamento protetto, nell'esclusivo interesse del minore.
Servono confische rapide, riuso pubblico dei beni sottratti ai clan, tutela degli imprenditori che denunciano, tracciamento dei flussi finanziari negli appalti, educazione alla legalità e una Pubblica Amministrazione trasparente.
La mafia si sconfigge togliendole ogni giorno denaro, potere, consenso e controllo sul futuro.
4. Sostanze stupefacenti leggere: responsabilità pubblica e riduzione del danno
La politica sulla cannabis è un altro terreno sul quale la Sinistra dovrebbe abbandonare moralismi e ipocrisie.
Il consumo esiste ed è diffuso. Il proibizionismo non lo ha eliminato: ne ha affidato produzione e vendita alla criminalità, ha esposto i consumatori a prodotti di provenienza e composizione sconosciute e ha colpito soprattutto i giovani dei quartieri popolari.
Legalizzare significa prendere atto della realtà e sottrarre il fenomeno alla clandestinità, affidandone il governo alla legge.
Andrebbe proposta una regolamentazione pubblica rigorosa della produzione, distribuzione e vendita della cannabis, non per massimizzare il profitto privato, ma per ridurre i danni.
La vendita dovrebbe essere consentita attraverso esercizi autorizzati e controllati. La produzione deve essere tracciata, tassata come la vendita, e sottoposta a controlli di qualità, con indicazione della composizione, concentrazione dei principi attivi, origine e rischi.
Servono regole rigorose sulla sicurezza stradale e lavorativa: divieto di guida e di attività pericolose in condizioni di alterazione, accertamenti attendibili e sanzioni proporzionate al rischio effettivamente creato.
Il sistema deve essere sottoposto a monitoraggio pubblico permanente su consumi, salute mentale, incidentalità, accesso dei minori ed erosione del mercato illegale, con possibilità di correggere le norme sulla base dei dati.
La prevenzione deve essere centrale: nelle scuole servono informazioni scientifiche rigorose; servizi per le dipendenze, consultori e rete di salute mentale devono essere gratuiti e accessibili senza stigma.
Il gettito fiscale dovrebbe finanziare prevenzione, cura delle dipendenze da droghe pesanti, salute, politiche giovanili, sport e rigenerazione dei quartieri fragili. Il gettito è un effetto utile, non il fine: prezzi e aliquote vanno calibrati per rendere il circuito legale competitivo rispetto al narcotraffico senza incentivare il consumo.
Le risorse oggi impiegate nella repressione del mero possesso per uso personale potrebbero essere trasferite al contrasto del grande traffico di sostanze sintetiche e nocive gestito dalle mafie.
Si dovrebbe infine procedere all'annullamento delle conseguenze penali e amministrative sproporzionate derivanti da fatti pregressi di lieve entità legati al consumo personale, restituendo pieni diritti a cittadini che non hanno arrecato danno a terzi.
Regolamentare la cannabis non è permissivismo, ma assunzione di responsabilità pubblica; non è resa alla droga, ma sottrazione di quote di mercato alle mafie; non è indifferenza verso la salute, ma condizione concreta per prevenire e curare.
5. Sicurezza urbana e immigrazione: la sicurezza come diritto sociale
La sicurezza urbana è un diritto sociale.
Quando una stazione, una piazza o un quartiere diventano luoghi di degrado, violenza, spaccio o intimidazione, a pagarne le conseguenze sono soprattutto lavoratori, donne, anziani, giovani, piccoli commercianti e famiglie prive delle risorse per trasferirsi.
Per questo la Sinistra sbaglia quando liquida la domanda di sicurezza come pulsione reazionaria. Deve farla propria, trasformandola in una politica di libertà, uguaglianza e presenza democratica dello Stato.
Allo stesso tempo, è un errore attribuire l'insicurezza a un'intera nazionalità, etnia o confessione religiosa. Chi commette un reato ne risponde individualmente. Confondere migrazione e criminalità alimenta paure e propaganda razzista.
Ma negare i problemi reali dell'immigrazione irregolare e della concentrazione del disagio abbandona i residenti dei quartieri popolari alla destra.
Nessuna persona può essere privata della dignità e dei diritti fondamentali; nessuna comunità può essere abbandonata all'illegalità, allo sfruttamento o all'insicurezza.
La sicurezza richiede forze dell'ordine adeguatamente formate e polizia di prossimità, ma anche case dignitose, scuole aperte, trasporti efficienti, illuminazione, servizi sociali, lavoro regolare e spazi pubblici curati.
Dove le istituzioni recedono, subentrano caporalato, spaccio e guerra tra poveri.
Servono presidio del territorio; rigenerazione urbana con illuminazione, manutenzione, recupero degli immobili degradati, centri giovanili, biblioteche, sport ed educatori di strada; contrasto a spaccio, caporalato, tratta, sfruttamento della prostituzione e locazioni abusive. Chi trae sistematicamente profitto dall'affitto illegale di alloggi sovraffollati deve poter perdere, nei casi e con le procedure previste dalla legge, la disponibilità dell'immobile, da destinare a finalità sociali.
Sul governo dei flussi, la linea deve essere chiara: soccorso in mare garantito; procedure di asilo rapide, individuali e qualificate; accoglienza diffusa e sostenibile; effettivo rimpatrio, preferibilmente volontario e assistito, per chi non abbia titolo a restare.
Servono canali di ingresso regolari e programmati per lavoro, studio e ricongiungimento familiare, parametrati sui fabbisogni reali, con contratti trasparenti e possibilità di cambiare datore di lavoro senza perdere automaticamente il permesso di soggiorno. Legare il soggiorno a un solo datore espone al ricatto, alimenta il lavoro nero e comprime salari e tutele.
L'integrazione deve essere un patto di cittadinanza esigente: corsi gratuiti di italiano e formazione civica; effettivo adempimento dell'obbligo scolastico per tutti i minori; contrasto a violenze domestiche, matrimoni forzati, mutilazioni genitali e segregazione; parità tra uomini e donne e libertà individuale.
La laicità dello spazio pubblico richiede il primato della legge della Repubblica su ogni precetto religioso o consuetudine comunitaria. Nessuna religione può giustificare subordinazione della donna, sottrazione dei minori all'istruzione, rifiuto delle cure o violenza.
Nei contesti in cui sicurezza, identificazione, istruzione o funzioni pubbliche lo esigano, il volto deve rimanere pienamente visibile. La libertà di culto resta garantita nei luoghi dedicati e nella sfera privata nei limiti costituzionali.
Quanto alla cittadinanza, occorre riconoscere un percorso a chi nasce o cresce in Italia, frequenta le scuole pubbliche e partecipa alla vita della comunità: non si può chiedere integrazione mantenendo nella condizione di straniero chi vive e studia qui.
La legge deve applicarsi uniformemente a tutti. Per i cittadini stranieri, una condanna penalmente rilevante può comportare, nei casi previsti dalla legge e nel rispetto delle garanzie individuali, la revoca del titolo di soggiorno e il rimpatrio.
La Sinistra dovrebbe dire: l'accoglienza richiede ordine e legalità; l'integrazione presuppone il rispetto delle regole comuni; la sicurezza non coincide con il razzismo.
Lo Stato ha il dovere di soccorrere chi è in pericolo, accogliere chi ne ha diritto, integrare chi rispetta le leggi ma anche rimpatriare chi non ha titolo per restare, chi delinque o sfrutta.
È fondamentale impedire che la speculazione politica metta in contrapposizione lavoratori italiani e stranieri mentre si riducono tutele e salari.
6. Semplificazione normativa e amministrativa: liberare i cittadini dal groviglio burocratico
La Sinistra dovrebbe misurarsi anche con la semplificazione.
Nel nostro ordinamento ogni ambito tende a essere disciplinato attraverso una frammentazione di adempimenti, autorizzazioni, comunicazioni e cavilli. Questa ipertrofia normativa produce incertezza, contenzioso e paralisi.
Quando le norme diventano oscure e onerose, rispettare la legge può diventare più difficile e costoso che rischiare la violazione.
Servono una profonda semplificazione dei procedimenti e una razionalizzazione del quadro normativo, eliminando gli oneri superflui e concentrando l'azione pubblica sui controlli sostanziali ed effettivi.
Non è sostenibile che per interventi edilizi minori o opere interne il cittadino debba affrontare iter complessi, adempimenti e costi tecnici sproporzionati.
La burocrazia farraginosa non è neutrale: grava soprattutto sulle famiglie e sui soggetti privi di risorse economiche o strumenti tecnici per orientarsi nei cavilli amministrativi.
Una Sinistra popolare deve comprendere che la semplificazione delle procedure è una misura di equità concreta e di riduzione delle disuguaglianze.
Quanto sopra, evidentemente, non pretende di esaurire il programma di una nuova Sinistra. Mancano temi decisivi: lavoro e qualità dell'occupazione, istruzione pubblica, emergenza abitativa, transizione ecologica e politica industriale.
E non ho la presunzione di essere in grado di offrire soluzioni organiche e complesse.
Intendo però proporre un metodo: muovere dai problemi materiali quotidiani, analizzarli con chiarezza e proporre soluzioni comprensibili, radicali e attuabili.
La Sinistra non tornerà maggioritaria sommando sigle o attendendo i fallimenti della destra. Potrà riuscirci solo se tornerà a elaborare una visione di società definita, organizzando attorno a essa bisogni, speranze e conflitti reali.
Serve ascoltare senza paternalismi, usare un linguaggio chiaro e assumere la responsabilità delle scelte.
Una forza politica che non individua ciò che intende trasformare può amministrare l'esistente, ma non modificarlo.
La Sinistra italiana dispone ancora di un blocco sociale potenziale: chi lavora senza stabilità economica, chi paga le imposte, chi necessita della sanità pubblica, chi chiede sicurezza senza odio e chi difende le libertà costituzionali.
Questo popolo non è scomparso: per troppo tempo non si è sentito ascoltato, rappresentato e difeso. E se la rabbia prende il posto della ragione, allora trionfa la Destra.
Serve allora un grande dibattito politico, anche aspro se necessario, che possa contribuire alla ricostruzione di un pensiero, di un linguaggio e di una proposta capaci di restituire alla Sinistra l'autonomia delle proprie ragioni e la capacità di indicare una direzione al Paese.
Vi prego, signori della Sinistra, apriamo il confronto.
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