La Sinistra e il capitalismo della finitudine

Dalla crisi del neoliberismo all’ascesa di un ordine predatorio globale: tra guerre, oligopoli e la risposta ancora incerta della sinistra

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ANSA

In pochi mesi, l'America di Trump avrà tentato di accaparrarsi la Groenlandia, condotto un intervento in Venezuela e iniziato una guerra in Iran a fianco di Israele, rapidamente estesa a tutto il Medio Oriente. Le dichiarazioni quotidiane del Presidente degli Stati Uniti, che moltiplica minacce, insulti e intimidazioni, smentendo un giorno le parole del giorno prima, potrebbero far pensare che tutto ciò sia frutto dei capricci di uno psicopatico. Ma se le si esamina nel loro insieme, le manovre dell'amministrazione Trump rivelano una logica profonda, una nuova forma di imperialismo, adattata a quello che lo storico Arnaud Orain definisce giustamente "capitalismo della finitudine".

Il neoliberismo è morto, soccombendo ai suoi fallimenti e alle sue contraddizioni, ma lungi dall'aprire il campo a un progetto progressista, ha lasciato il posto a una forma ancora più violenta di capitalismo. La democrazia liberale è in crisi profonda, ma invece di preparare una nuova fase di democratizzazione delle nostre società, conduce a una messa in discussione brutale dello Stato di diritto e a un autoritarismo dichiarato.

Il neoliberismo, pensato negli anni Trenta, aveva impiegato mezzo secolo per diventare egemonico. Si basava su una fiducia cieca nella concorrenza e nel libero scambio, e su una diffidenza istintiva verso qualsiasi forma di regolazione pubblica e di redistribuzione della ricchezza. Si accomodava nel quadro della democrazia liberale e aveva trovato nelle grandi organizzazioni economiche internazionali del dopoguerra – FMI, Banca Mondiale, OCSE, UE, OMC, ecc. – un luogo da cui diffondere la sua ideologia. Il capitalismo della finitudine rompe bruscamente con quest'ordine economico liberale. Si fonda sull'idea che le risorse essenziali del nostro tempo (energie fossili, minerali e terre rare, terre coltivabili e specie viventi) siano disponibili appunto in quantità limitata e che la prosperità sia promessa solo a coloro che per primi riusciranno ad accaparrarsele. Non crede più nel libero scambio, ma assume una logica predatoria di appropriazione brutale dei beni critici da parte delle grandi imprese multinazionali e una guerra tariffaria tra i grandi blocchi dell'economia mondiale. Non considera più la concorrenza come una sana emulazione tra imprenditori, capace di stimolare produttività e innovazione, ma difende i grandi oligopoli, costruiti grazie al sostegno dello Stato e protetti da governi amici. Quattro multinazionali, tutte e quattro americane, controllano il 90% del commercio del grano; le energie fossili sono sfruttate da una manciata di gruppi mondiali, pubblici o vicini ai governi; Google detiene il 90% dei motori di ricerca e Amazon organizza quasi la metà del commercio online.

Il capitalismo della finitudine non crede più in una crescita trainata dalla produzione e dalla ricerca; organizza catene di valore internazionali comandate dai venditori, saccheggiando senza vergogna le risorse dei paesi più fragili. Questi nuovi Imperi mirano a controllare i mari, i porti e gli stretti, e possiedono i loro propri empori, sotto forma di enormi magazzini privati. Si basano sulla complicità tra alcuni miliardari e leader autoritari che fanno affidamento sui primi per garantire il proprio potere e aumentare la propria fortuna personale e quella dei loro familiari. Seduti in cima a immense posizioni di monopolio, essi determinano non solo la logistica e il commercio globale, ma contribuiscono anche, attraverso l'intelligenza artificiale, i media e i social network, a plasmare le opinioni. E non nascondono la loro intenzione di sostenere i leader dell'estrema destra, mettendo i propri giornali, le proprie case editrici e i propri social network al loro servizio. Più potenti di molti Stati, questi monopoli cercano di appropriarsi delle prerogative del potere pubblico: stabiliscono da soli le regole che li governano, come si vede con la fine della moderazione sui social network, si dotano di propri sistemi di informazione, acquistano le terre critiche con le privatizzazioni, costruiscono le loro infrastrutture di cablaggio e comunicazione e dispongono dei propri sistemi di sicurezza. I libertari più radicali, che hanno di libertario solo il nome, sognano isole private, sottratte all'autorità degli Stati, con leggi e sicurezza proprie. I miliardari che le possiedono ne sarebbero gli unici padroni, e continuerebbero a saccheggiare allegramente la natura e gli esseri umani, in un mondo liberato dal diritto e dalle organizzazioni internazionali.

Di fronte a questa offensiva reazionaria, la sinistra è apparsa a lungo smarrita. Ma sta cominciando a rialzare la testa. La Mobilitazione Progressista Globale, che si è tenuta a Barcellona ad aprile su iniziativa di Pedro Sánchez - primo ministro spagnolo e presidente dell'Internazionale Socialista - ha costituito un primo sussulto. I leader progressisti di tutto il mondo, per due giorni hanno potuto scambiare le loro analisi e le loro proposte, e hanno iniziato a tracciare i contorni di una replica progressista a questo capitalismo autoritario e predatore.

Là dove una sinistra consapevole governa, essa sostiene una trasformazione dei nostri modi di produzione e di consumo che rilocalizza le imprese e i posti di lavoro, riduce il consumo di energie fossili e di materie prime non rinnovabili, e si sottrae così alle catene del valore del capitalismo della finitudine. Non difende la decrescita, come sostengono i nostri detrattori conservatori, ma un'altra crescita. Proprio come siamo diventati «alter-globalisti», perché non volevamo la globalizzazione nella sua versione liberale, bensì una globalizzazione fondata sulla solidarietà tra i popoli e il diritto internazionale, possiamo portare avanti un'«alter-crescita», cioè un modello di sviluppo basato sulla riduzione progressiva di tutto ciò che esaurisce il pianeta e gli esseri umani, e promuove tutto ciò che contribuisce a riparare gli equilibri ecologici e a emancipare gli uomini e le donne.

Là dove una sinistra consapevole governa, l'autorità pubblica assume il suo ruolo, attraverso una politica industriale ambiziosa, che sostiene l'innovazione al servizio di tutti, e pianifica la transizione climatica. E sostiene la piena occupazione, salari dignitosi, buoni servizi pubblici e buone pensioni per tutti e tutte, riducendo in tal modo la povertà e le disuguaglianze. Là dove una sinistra consapevole governa, vengono imposte regole ai media e ai social network per garantire il pluralismo e la libertà di pensiero, e le grandi fortune vengono tassate, per impedire loro di imporre la loro legge. Là dove una sinistra consapevole governa, le innovazioni democratiche sono sostenute e incoraggiate, e tutte le violazioni del diritto internazionale, in Ucraina, a Gaza, in Venezuela, in Iran e in Libano…, sono denunciate con forza e costanza.

Il capitalismo autoritario e predatore di cui l'America di Trump e la Cina de Xi-Jinping sono due incarnazioni, sta facendo proseliti in America Latina e in Europa. Ovunque si impone, porta guerra, inflazione, distruzione dell'occupazione e un clima morale di sfiducia e odio. Ma non è un destino ineluttabile. Meloni ha perso il suo referendum, Orbán è stato cacciato dal potere, Trump è impantanato nelle sue guerre insensate… Il vento sta girando, e spetta a noi, che crediamo nell'emancipazione e nel progresso, nel diritto e nella cooperazione, amplificare il movimento e chiudere al più presto questa sinistra parentesi.

(Traduzione a cura di Anna Colombo. L’articolo è disponibile anche nella versione in lingua originale. Per ulteriori diffusioni è obbligatoria la menzione di “Rinascita”).

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