La sinistra è globale o non è: così il sovranismo continua a vincere

Da Varsavia a Barcellona, tra riarmo, immigrazione e austerità: senza una risposta comune alle crisi globali, la destra continuerà a dettare l’agenda.

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ANSA

Sono tornato dall’incontro annuale della Gioventù Socialista Europea con più dubbi che certezze.

Quest’anno ci siamo ritrovati in Polonia, alla periferia di Varsavia. Le discussioni con giovani, eletti e dirigenti dei partiti progressisti di tutta Europa mi hanno reso ancora più evidente un sospetto che coltivo da anni: la sinistra europea sembra non sapere più che cosa la tenga insieme.

Mi ha colpito in particolare un panel nel quale un membro del governo polacco e un eurodeputato tedesco, entrambi appartenenti alla famiglia socialista, sostenevano che la priorità assoluta sulla quale concentrare tutti gli investimenti europei fosse il riarmo, spingendosi a discutere di come far riscoprire ai giovani il «fascino dell’uniforme».

È stato particolarmente significativo sentire il dirigente tedesco invocare investimenti in deficit e persino gli eurobond pur di finanziare la spesa militare.

Gli ho fatto notare che è difficile immaginare un regalo migliore alle destre estreme: investire nella difesa e imporre l’austerità su tutto il resto. Comprendo bene perché i Paesi più a est, esposti e segnati da una lunga storia di conflitti con la Russia, percepiscano un pericolo immediato e siano disposti a tutto pur di tutelarsi. Ma nel Sud Europa è difficile immaginare che la richiesta di raddoppiare le spese militari possa risultare popolare, mentre si continua a spiegare che per la casa, la sanità, la scuola e il welfare le risorse non ci sono e i vincoli di bilancio vengono prima di tutto.

È un tema da affrontare senza ingenuità. Servono ai Paesi europei investimenti in alcuni settori della difesa? Evidentemente sì. I recenti sviluppi delle guerre in Ucraina e in Medio Oriente rendono evidente la necessità di attrezzarsi per prevenire i cyberattacchi e gli attacchi con i droni.

La vera domanda, allora, è perché non immaginare una risposta davvero europea. Un investimento coordinato tra tutti i 27 Paesi dell’Unione, che consenta loro, anziché armarsi ciascuno per proprio conto, di superare le divisioni e dotarsi di una strategia comune. Sarebbe una scelta più efficace, più efficiente e meno costosa. Perché non trasformare questa sfida in un passo avanti nel lungo processo di integrazione europea, accompagnandolo con un investimento altrettanto ambizioso nella coesione sociale?

Eppure, proprio la prospettiva di una difesa comune come leva di integrazione europea sembrava assente dal dibattito. La discussione sull’immigrazione non è andata meglio. La sala si è spaccata a metà: da un lato chi, con i danesi in prima fila, sosteneva in sostanza che adottare le politiche della destra fosse un prezzo accettabile pur di impedirle di governare.

Sono molto scettico verso questa tesi. È una scorciatoia illusoria: copiandone le politiche non si sconfigge la destra, se ne legittimano il linguaggio e le priorità. E quando il terreno è quello scelto dalla destra, vince quasi sempre chi è disposto a spingersi ancora più a destra. Lo dimostrano tanti esempi europei, a cominciare da quello italiano.

Per fortuna, una compagna svedese, rifugiata irachena, ha raccontato la sua storia commovente, segnata dalla fuga dalle guerre, dalle torture subite e da troppo dolore. Ci ha ricordato che i richiedenti asilo sono esseri umani, non pedine di un gioco politico.

Queste discussioni, per quanto interessanti, hanno restituito la fotografia dello smarrimento che attraversa questo luogo d’incontro delle sinistre europee. Dall’immigrazione al riarmo, dalla pace all’approccio verso il capitalismo, siamo profondamente divisi. Ancor più che divisi, siamo soli: chiusi nelle nostre piccole risposte nazionali a problemi globali. La destra ci ha scavalcati sul terreno dell’elaborazione politica. Non perché abbia risolto i problemi del nostro tempo, ma perché è riuscita a racchiuderli dentro una cornice globale, riconoscibile e replicabile. Questa cornice si chiama sovranismo e viene riproposta ovunque.

È evidente a chiunque osservi la politica internazionale che Trump, Meloni, Milei, Bolsonaro, Orbán e i tanti che, in ogni continente, aspirano a emularli si muovono lungo lo stesso solco ideologico. Costruire muri, chiudere i confini, alimentare un nazionalismo esasperato e identitario, diffidare del multilateralismo e delle organizzazioni internazionali, siano esse l’Onu, la Nato, l’Unione europea o persino l’Organizzazione mondiale della sanità: è un vocabolario politico comune. Ma soprattutto la destra ha trovato una risposta chiara alla crisi del 2008 e alle sue conseguenze.

La tua vita è peggiorata? È diventata più incerta? Hai paura per quello che sarà di te e dei tuoi figli? La colpa, rispondono, non è di chi sta sopra, né della smisurata concentrazione di ricchezza prodotta dal capitalismo finanziario globale, ma di chi sta sotto. Gli immigrati, la comunità Lgbtq+, i «diversi», i più fragili: a seconda del Paese cambia il capro espiatorio, ma non la formula. La paura viene deviata verso il basso e trasformata in rancore; il rancore, a sua volta, diventa consenso.

La destra è riuscita così a offrire una risposta chiara e univoca alle sfide del nostro tempo. Una risposta evidentemente sbagliata e reazionaria, ma elettoralmente vincente. A sinistra, invece, manca ancora una cornice altrettanto riconoscibile: una lettura comune del presente e un’idea condivisa del futuro. Le forme di progressismo che hanno saputo vincere le elezioni e andare al governo — da Lula a Starmer, da Sánchez a Mark Carney — hanno poco in comune tra loro. Nel migliore dei casi hanno trovato risposte soltanto nazionali ai problemi del presente, spesso peraltro insufficienti, come dimostra il caso di Starmer, che ha già concluso la sua esperienza di governo.

Che cosa unisce queste esperienze? Poco o nulla. Sono successi isolati, non le tessere di un progetto comune. Non nascono da un’identità condivisa e non sembrano capaci di esprimere una visione coerente delle soluzioni ai problemi del nostro tempo. Eppure, a sinistra discendiamo da una lunga serie di esperienze transnazionali e transcontinentali, anche recenti. Dall’eurocomunismo degli anni Settanta al protagonismo dell’Internazionale socialista negli anni Ottanta, fino alla Terza Via degli anni Novanta, non sono mancati progetti — giusti o sbagliati che fossero — capaci di offrire una risposta comune ai problemi del mondo e di governare secondo una visione precisa, inserita in un disegno più grande. Oggi quella risposta globale manca e se ne avverte un bisogno disperato. La crisi mondiale della sinistra non finirà sommando vittorie nazionali scollegate tra loro. Potrà terminare soltanto quando sapremo costruire una risposta nuova e comune ai problemi del presente.

Le guerre, il cambiamento climatico, l’immigrazione, la finanziarizzazione dell’economia e le sue conseguenze sul costo della vita e della casa, l’inverno demografico e i suoi effetti sullo Stato sociale sono sfide che nessun Paese può pensare di affrontare e risolvere da solo. Di fronte a problemi evidentemente globali, anche la risposta non potrà che essere globale. Non sarà un percorso facile né breve. La destra ha investito decenni, enormi risorse e le sue intelligenze migliori — o forse sarebbe più corretto dire peggiori, se si pensa a figure come Steve Bannon — per costruire una vera e propria internazionale sovranista.

A sinistra possiamo vincere questa sfida, ma non basta invocare l’internazionalismo: bisogna tornare a costruirlo, con altrettanto impegno e altrettanta volontà. Nel buio si intravede qualche luce. Io stesso ho partecipato alla Global Progressive Mobilisation di Barcellona, dove oltre cento partiti progressisti provenienti da ogni continente si sono riuniti per confrontarsi e sostenersi a vicenda. Da Lula a Sánchez, dai democratici americani ai progressisti indiani, filippini e persino neozelandesi, le differenze rimangono; ma vederli disposti a dialogare offre una speranza. Dove non sono ancora arrivati i partiti, talvolta arriva prima la base, come ha dimostrato l’enorme mobilitazione globale che ha portato decine di milioni di persone nelle piazze di tutto il mondo a sostegno della causa palestinese. Un movimento autenticamente transnazionale, che offre un ulteriore segnale dell’internazionalizzazione delle lotte contemporanee.

Oggi tornare a pensare in modo globale è essenziale. La sinistra tornerà a essere vincente soltanto quando saprà offrire una risposta profonda ai problemi del presente: problemi globali, che possono essere risolti solo attraverso una mobilitazione comune. La sfida è tutta qui: elaborare una visione coerente e costruire una nuova identità per la sinistra globale. Chi ci riuscirà avrà la possibilità di tornare a vincere. D’altronde, come ci hanno insegnato i maestri, ci si salva e si va avanti soltanto se si agisce insieme, non uno per uno.

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