La sinistra diserti la guerra politica digitale
Inseguire la destra sul terreno della polemica e del clickbait svuota la politica. L’alternativa nasce da idee, comunità e luoghi reali di confronto.

AI
Il concetto di “desertificazione” della politica e dello spazio pubblico — inteso come svuotamento dei luoghi materiali del confronto e crisi dei corpi intermedi — lo identificava già Antonio Gramsci, riflettendo sulla fine dei partiti come «moderni Principi» e sulla conseguente atomizzazione delle classi subalterne. Oggi, a distanza di un secolo, quella desertificazione ha trovato il suo teatro di scontro definitivo: la guerra politica digitale.
C'è una parte che oggi più che mai si ama recitare. Ed è la parte di chi guarda al mostro degli algoritmi dall'esterno, cullandosi nell'illusione che esista una sorta di Grande Fratello a manovrare i fili del mondo, come in un determinismo meccanico e un po' lukáčiano dove tutto è già scritto e si accompagna questo cambiamento senza poter fare altrimenti. In fondo, dare la colpa alle “macchine” è un ottimo alibi per sollevarsi da ogni responsabilità: “L'algoritmo premia...” come autogiustificazione per assecondare strategie comunicative che insistono sulla disunità e viaggiano sul filo del clickbait.
Questa militanza digitale, che sembra quasi godere del cortocircuito emotivo che essa stessa insinua nelle persone, capovolge il senso stesso della politica progressista. Una comunicazione che, in questi anni all’opposizione, si è ridotta sempre più a una risposta continua, sfiancante e demolitrice.
La smontatura del “modello di destra” sembra essere diventata l’unica priorità in agenda, lasciando che siano le tendenze dei social, dei trend, dei TikTok — fatti di scontro e click facili — a dettare il programma. Ma rincorrere gli avversari sul piano della reazione viscerale significa fare esattamente il loro gioco: la semplificazione banale è il terreno di Salvini, Meloni e Vannacci.
Ormai è chiaro e noto: se ascoltiamo i discorsi della maggioranza, ci troviamo davanti alla fenomenologia dell’odio più pura, a una visione del mondo regressiva e disumana. Ma il punto è un altro: di fronte a tale deriva si è risposto senza costruire davvero un modello comunicativo alternativo. Davanti agli attacchi misogini, omofobi, razzisti si è spesso caduti nella provocazione, iniziando a smontare anziché a costruire.
Che cosa ci ha insegnato, in fondo, la lotta queer, di cui ci si riempie la bocca durante i comizi? L’esperienza dei Pride — a partire dalla sua stessa etimologia — nasce da un presupposto radicalmente opposto: non una supplica, non (solo) una contestazione, non un attacco belligerante, ma una rivendicazione, quella della possibilità di un nuovo modo di essere. Un modello di mondo alternativo, egemonico nel senso più alto gramsciano, che si propone come altro rispetto al vigente.
E allora si predica la non violenza, il rifiuto di ogni guerra, l’anticolonialismo e la libertà dei corpi. Ma ci si arrocca in una pericolosa guerriglia verbale tutt’altro che antifascista, che riproduce le stesse identiche logiche di sopraffazione del modello meloniano. E così la comunicazione che polemizza senza scendere mai nel merito contenutistico finisce per fare tutto il contrario di ciò per cui l’area progressista è nata, portando miseria laddove potrebbero, e dovrebbero, esserci grandezza e bellezza.
E allora, come possiamo imporci come un’alternativa logica e politica se, anziché assolvere al nostro compito storico, cadiamo nella trappola strutturale dell’avversario?
La destra prende la complessità del reale, la tritura restituendo all’elettore di oggi — disorientato e frustrato — risposte binarie, cause a tesi e capri espiatori, offrendo nemici facili quando non si comprende. Il compito di chi si oppone non è inseguire questo cortocircuito rassicurante nella sua violenza, ma quello di problematizzare, mostrando vie alternative.
Se si vuole tornare a comunicare con autorevolezza, dunque, si ha il dovere di opporsi con forza a questo modello dualista e binomico perché la scorciatoia della divisione manichea tra “buoni” e “cattivi” è il terreno di coltura del populismo, non dell’emancipazione.
Questo modo di comunicare spettacolarizzato genera nella gente un carico di aspettative deluse e frustrazioni crescenti, senza offrire mai luoghi di riflessione più complessiva né occasioni esperienziali più complete. È un dibattito a cui mancano i luoghi materiali del confronto, luoghi dove possa avvenire un’elaborazione culturale materiale, non solo formale. Il rischio così è quello di cadere nella trappola di un pericoloso solipsismo: una politica che non parla più all’elettore, ma parla a sé stessa, rimanendo chiusa in un circolo vizioso ed eterno dove ci si lamenta della deriva altrui senza uscire dallo schermo. Il confronto si esaurisce nel clickbait fine a sé stesso, incapace di tradursi in un’azione o in una pratica comunitaria corporea e condivisa.
Bisognerebbe partire dall’assunto opposto: il mondo non procede per uno e due, non si spiega con il dogma binario dell’«amico-nemico», ma si muove per pluralità, per moltiplicazione di possibilità e differenze, ed è questo il cammino che ha forgiato l’identità progressista fin qui. Estendere questa visione significa rigenerare la pratica dello scambio offline, rimetterlo in moto tessendo una trama di esperienze e spazi reali d’incontro, luoghi di cultura diffusa. Solo così si restituisce spessore al dibattito, ancorandolo alla vita materiale delle persone e strappandolo alla logica dei click.
In un mondo che brama la polemica sterile e semplicistica, chi fa politica deve iniziare a rivendicare le proprie battaglie, a battersi per i diritti sociali e civili riconquistando la fiducia di chi cerca un nuovo orizzonte di senso. I valori di cambiamento sono un segno positivo e di speranza, non un’opposizione riflessa. L’opposizione vera si fa portando avanti le proprie lotte, non solo opponendosi a quelle degli altri. Quello, al massimo, lo fa la destra.
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