La sinistra dei salotti che teme il popolo e aiuta la destra
Tra purezza, scissioni e lezioni da talk show, una certa sinistra preferisce perdere con eleganza piuttosto che costruire un’alternativa reale al governo delle destre

ANSA
Queste righe nascono da un impeto spontaneo e un po' amaro maturato in questi giorni, ma vogliono essere una reazione meditata a un clima che trovo autolesionista. Mentre c’è chi fatica quotidianamente per tessere i fili di un'alternativa concreta e plurale al governo delle destre, si percepisce lo spettro di una sfiducia sistematica, alimentata da chi preferisce la perfezione isolata della propria narrazione alla complessità della costruzione politica. Questo pezzo vuole essere uno specchio, ironico ma spero lucido, di quel vizio antico che rischia di bloccare il futuro prima ancora che cominci.
Esiste una galassia politica che nessuno troverà mai nelle sezioni di periferia, tra l'odore di salsiccia delle feste patronali o nei circoli dove si discute faticosamente di salari minimi. Quel mondo lì profuma di lavanda, siede nei salotti giusti e guarda il resto del Paese con quel misto di commiserazione e fastidio che un severo professore di Oxford riserverebbe a un alunno distratto che mastica la gomma in classe. È la sinistra che vuole piacere alla gente che piace, un'ala sedicente riformista che sembra avere un unico, grande nemico giurato: il popolo della sinistra stessa.
Sono i veri eredi del decisionismo patinato, ma con una spruzzata di galateo istituzionale, una sorta di berluscones col cachemire per cui la politica non è un conflitto sociale, bensì un impegno civico da esibire come un orologio di lusso. Salgono in cattedra ogni mattina dalle colonne di fogli d'opinione elegantissimi o dagli schermi di talk show impeccabilmente illuminati, spiegando alla plebe quale sia la vera ricetta del successo. La loro coerenza è leggendaria, soprattutto quando si parla di scranni istituzionali. Nella prima fase spiegano che la politica è puro spirito di servizio e che bisogna saper fare un passo indietro, ma una volta occupata la cadrega scatta un misterioso effetto Attack terapeutico per cui non li si schiodi più nemmeno con le cannonate. E se le cose vanno male alle elezioni, nessun problema: sono sempre pronti a scindere l’atomo politico e a fondare l'ennesimo micro-partito dello 0,8% pur di preservare la purezza della propria visione. Perché, si sa, se il programma non funziona non è colpa della ricetta, è il popolo che è bue e, in fondo, quella sinistra tradizionale puzza un po' troppo di sudore, di precariato e di quel che resta delle tute blu.
Cittadini del mondo, certo, ma rigorosamente senza tessere dell'Internazionale Socialista in tasca. Per sentirsi cosmopoliti basta sventolare qualsiasi vessillo, purché non sia quello italiano, ritenuto troppo provinciale, o quello rosso, liquidato come un reperto archeologico. La loro bussola geopolitica è un capolavoro di equilibrismo quotidiano. Si professano i primi custodi degli armamenti e della resistenza atlantica, mentre davanti al 25 Aprile storcono il naso, sussurrando che si tratti, tutto sommato, di una festa un po' divisiva e che sarebbe l'ora di pacificare. Il capolavoro retorico si raggiunge però sulla striscia di Gaza, dove il copione prevede la lacrimuccia d'ordinanza per i bambini sotto le bombe, utile a dimostrare una fondamentale dote di empatia, immediatamente seguita da un monumental "ma". Perché Israele resta a prescindere un grande Paese democratico che ha al proprio interno una minoranza illuminata che dissente dal governo, mentre i russi sono ontologicamente tutti schierati con Putin dal primo all'ultimo, e contro Mosca non si possono accettare sfumature. Con questo stesso rigore analitico, se fossero vissuti negli anni Settanta, avrebbero liquidato Aldo Moro come un pericoloso collaborazionista prima ancora che la storia compisse il suo tragico corso.
La parola d'ordine, pronunciata nei salotti con lo stesso disgusto con cui si parlerebbe di una macchia di sugo sul piumone, è una sola: no al Campo Largo. L'idea di mettere insieme anime diverse della sinistra per battere le destre viene bollata come un compromesso al ribasso, un'ammucchiata populista priva di brio moderno. Ma se si prova a chiedere quale sia la loro ricetta alternativa per vincere le elezioni, la risposta si perde in un fumoso supercazzorario denso di parole come hub, piattaforme programmatiche e aggregazioni riformatrici. La loro strategia per governare il Paese oscilla così tra la speranza metafisica di convincere il quaranta per cento degli italiani a votare per manager in camicia di lino che parlano di transizione nei circoli del golf, e l'obiettivo reale: raggiungere quel solido, purissimo due per cento che permetta di fare l'ago della bilancia. Perché per questa sinistra l'importante non è costruire una coalizione per vincere, l'importante è che la coalizione perda senza di loro, così da poter dire il giorno dopo, con un sorrisetto sornione nei palinsesti giusti, che mancava la necessaria cultura di governo. In fondo, il loro modello ideale di alleanza è quello che fanno ogni sera davanti dello specchio, un'unione perfetta dove si è tutti d'accordo e ci si può dare ragione da soli.
In questo quadro anche la Carta Costituzionale diventa un orpello polveroso, bellissima per carità, ma sempre pronta a essere sforbiciata, modernizzata e resa snella come un business plan, mentre i giudici che sollevano dubbi vengono subito marchiati come impiccioni che frenano lo sviluppo. È un meraviglioso ecosistema popolato da un asse solidissimo tra politici dalle carriere fulminee, decollati grazie a corsie preferenziali nei posti che contano, e intellettuali, giornalisti ed editori illuminati. Questi ultimi, dai loro attici o dalle frequenze del grande editore di turno, sempre attento alle dinamiche del mercato d'opinione, vigilano affinché non nasca mai una vera alternativa di centrosinistra. Sotto sotto, il brivido di un cambiamento progressista fa troppa paura. Molto meglio, molto più rassicante, invocare l'ennesimo governo di responsabilità nazionale: un bell'esecutivo tecnico, algido, dove nessuno suda, le camicie restano immacolate e si può continuare a governare il Paese senza il fastidio di dover chiedere il permesso a chi sta là sotto.
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