La sinistra al tempo dei predatori

La lezione di Bernie Sanders interroga la sinistra europea: autonomia dagli interessi economici, mobilitazione e una nuova coalizione sociale.

RIVRINASCITA_20261020135552394_0fa4e7d9240e0ddc6d53c574738ae29e.jpg

ANSA

Nella bella recensione di Walter Massa vengono colti alcuni punti essenziali del messaggio di Bernie Sanders e del suo ultimo pamphlet Contro le oligarchie. Cerco di richiamarne alcuni perché condivido la valutazione di Massa: le considerazioni di Sanders interrogano anche noi. Il primo merito del linguaggio molto diretto e persino schematico di Sanders è di evidenziare il nesso tra sistema politico ed oligarchie.

Queste ultime hanno flirtato con schieramenti diversi. Sicuramente hanno prosperato all’ombra dei Democrats ma hanno finalmente trovato una rappresentanza politica diretta nella destra post conservatrice e post liberista di Trump. Ad essa le accomuna l’ostilità per le regole, persino quelle che presidiano l’idolo del secolo scorso: il mercato. In definitiva la democrazia ed i suoi presupposti valoriali costituiscono un ostacolo allo sviluppo della potenza finanziaria e tecnologica da cui liberarsi.

Individuando il nemico principale nelle oligarchie e collocando la destra trumpiana come mero strumento di esse, Sanders chiama a raccolta una coalizione sociale che riorganizza gli schieramenti politici. Si rivolge direttamente alla stessa pancia dell’America profonda a cui si è rivolto Trump indicando l’inganno rappresentato dall’enorme spostamento di ricchezza verso l’élite più ricca di questi anni. La prima domanda è dunque questa. Si può mutuare questa impostazione nel nostro continente? La risposta a mio avviso è sì. Ma con alcune avvertenze.

La prima è che il tradimento evidente dei ceti popolari di Trump è nel nostro contesto velato dalla resilienza del welfare europeo per quanto indebolito, dalla natura irrisolta dell’Unione europea che rischia di essere al contempo la soluzione e il problema. L’Europa ha ancora tecnocrazie e apparati in grado di mitigare l’impatto degli oligarchi sui sistemi economici e politici ma contemporaneamente il suo deficit di legittimazione democratica la espone come bersaglio della retorica nazionalista. E questo complica ma non nasconde il rapporto tra la destra attuale e le potenze dominanti del capitalismo globale.

La seconda è che le oligarchie europee sono destinate in prospettiva a porsi nello stesso rapporto che nel secolo scorso avevano quelle dei paesi coloniali nei confronti di quelle dei paesi colonizzatori. Possono essere quindi sia strumento del dominio dei grandi gruppi finanziari e tecnologici sia elemento di resistenza. Sono in sostanza destinate a dividersi in una partita che resterà aperta per diverso tempo e il cui esito non è scontato.

C’è poi una condizione preliminare che Sanders affronta anche facendo leva sulla sua traiettoria da eterodosso. La sinistra deve affrontare il tema del proprio rapporto con le oligarchie e le loro articolazioni. Nessun messaggio sarà credibile senza un’autocritica sul passato ma ancor più senza un’analisi delle relazioni del presente. I rapporti sotterranei con interessi legati ai grandi gruppi finanziari e tecnologici di significativi settori della sinistra di governo sono ancora molti e spesso gestiti in termini di rendita di posizione personale. E qui come non pensare al vuoto normativo che nel nostro ordinamento riguarda il rapporto con le lobby e il cosiddetto fenomeno delle porte girevoli tra politica e affari.

Non si tratta di moralismo. Senza un’indipendenza reale della politica dagli interessi economici la democrazia semplicemente soccombe. Sanders insiste con forza sulla denuncia della vera e propria corruzione rappresentata dalle modalità di finanziamento della politica introdotte dalla destra di Trump. Anche in questo caso la riflessione seppure partendo da fenomeni meno macroscopici ci riguarda. Chi finanzia la politica in Italia? Chi muove gli algoritmi dei social? Non è una questione accademica alla vigilia di quelle che ritengo le elezioni più importanti dal 1948 ad oggi.

Un altro potente messaggio di Sanders è che la politica non può vivere solo nelle istituzioni. Sanders racconta di una vera e propria campagna organizzata in tutti gli Stati Uniti coinvolgendo le comunità e leader locali. Sanders insiste sulla dimensione collettiva. Nel movimento cerca di dare una risposta al vuoto che esiste in un paese storicamente refrattario alla forma partito organizzata. Non so dire se questo tentativo avrà successo duraturo al di là della risposta di massa che ha avuto nei mesi scorsi e che ha avuto scarsissima eco sui media europei.

Certo è che la questione del soggetto collettivo nel nostro continente non può che porsi in termini diversi per evidenti ragioni storiche. Resta però appunto la consapevolezza che le istituzioni e l’azione nelle istituzioni, sempre più debilitate e lontane, non bastano, soprattutto di fronte alla potenza dei soggetti economici divenuti progressivamente attori politici spesso anche senza l’esigenza di alcuna rappresentanza. La mobilitazione sociale diventa dunque la premessa ed insieme la condizione di successo di qualunque politica di contrasto alle oligarchie nelle istituzioni.

È un tema che ci interroga nell’immediato. L’idea di un riformismo con pretese radicali come quello indicato in questi giorni dal cosiddetto campo largo (sperando che cambi presto nome) non regge senza partiti strutturati e senza un dialogo non episodico con i movimenti. Forse anche qui il toro andrebbe preso per le corna. La sfida del prossimo anno andrebbe preparata con una chiamata collettiva (e quindi non competitiva) alla larga parte della società che rischia di essere schiacciata dai processi di concentrazione della ricchezza, del sapere e del potere.

È una coalizione sociale inedita quella da costruire. C’è il lavoro tradizionale non sempre rappresentato in modo tradizionale, l’immensa costellazione delle partite IVA, una parte rilevante del ceto medio, la manifattura, settori del commercio, le nuove generazioni, l’associazionismo. Tutti quelli insomma che vedono ridursi costantemente gli spazi occupati progressivamente dalla crescita delle posizioni dominanti e del dominio tecnologico, dall’aggressione della sfera dei beni comuni e del welfare divenuto l’oggetto del desiderio del nuovo capitalismo.

Sono mondi che parlano la stessa lingua, divisi dalla morfologia di un’economia e di un potere che non esistono più. Iniziare a farli discutere su come evitare di essere inseriti nel menù dei predatori globali sarebbe io credo utile oltre che giusto. Ma questo può farlo solo la politica come ci ricorda il vecchio Bernie.

Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa

Abbonati