La sicurezza è una questione sociale: la sinistra se ne riappropri

Servizi pubblici, prevenzione e forze dell’ordine: proteggere chi non può comprarsi sicurezza e intervenire prima che il disagio diventi violenza.

Saverio GilenoApprofondimentiSICUREZZA
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Archivio Rinascita

Per anni la sinistra ha avuto un rapporto complicato con la parola sicurezza. Troppo spesso l'ha considerata una parola della destra, quasi che occuparsene significasse accettare automaticamente il terreno della repressione, dell'ordine pubblico, dell'aumento delle pene. È stato un errore.

La sicurezza è prima di tutto una condizione di libertà: è la possibilità di muoversi, uscire, tornare a casa la sera, attraversare un quartiere senza paura. È sapere che lo spazio pubblico appartiene a tutti e non viene abbandonato alla violenza. Per questo la sicurezza dovrebbe essere un tema naturale per la sinistra: perché riguarda soprattutto chi non può comprarsela privatamente.

Chi ha risorse può scegliere dove abitare, usare un'auto, pagare servizi, vivere in contesti più protetti. Chi non le ha dipende molto di più dalla qualità delle strade, dei trasporti, dell'illuminazione, dei servizi pubblici, dei quartieri, delle scuole, della presenza dello Stato. Prendere sul serio la sicurezza, però, significa anche rifiutare una scorciatoia: pensare che bastino nuovi reati, pene più alte e più carcere.

La repressione ha una funzione necessaria quando un reato viene commesso, ma arriva alla fine della storia. La politica dovrebbe chiedersi anche cosa accade prima. E questo ritengo valga soprattutto quando si parla dei giovani. Una parte crescente delle nuove generazioni vive dentro condizioni materiali fragili: precarietà lavorativa, costo della casa, difficoltà economiche, università costosa, isolamento, solitudine, assenza di spazi di aggregazione e, troppo spesso, la sensazione che il futuro sia qualcosa da cercare altrove.

Naturalmente tutto questo non giustifica alcun comportamento criminale. Sarebbe sbagliato persino suggerirlo. Ma una società seria dovrebbe chiedersi se il proprio compito cominci soltanto nel momento in cui un ragazzo commette un reato: se lo Stato incontra un giovane per la prima volta attraverso una pattuglia, un tribunale o un istituto penale, è arrivato troppo tardi. Troppo tardi come scuola. Troppo tardi come servizio sociale. Troppo tardi come luogo di formazione, cultura, sport, lavoro e comunità.

È qui che la parola prevenzione assume un significato concreto. Prevenzione non è buonismo, significa intervenire prima che il disagio diventi marginalità e prima che la marginalità possa trasformarsi in violenza. Una piazza vissuta è più sicura di una piazza vuota. Una strada illuminata è più sicura di una strada abbandonata. Una scuola aperta oltre l'orario delle lezioni può essere un presidio di sicurezza. Lo stesso vale per un impianto sportivo accessibile, una biblioteca, un centro culturale, un servizio sociale presente nel territorio. Anche un autobus serale è una politica di sicurezza.

E lo sono, naturalmente, Forze dell'ordine con organici adeguati, formazione, mezzi e condizioni di lavoro all'altezza del compito che viene loro affidato. La vera alternativa non è quindi tra sicurezza e prevenzione, tra legalità e politiche sociali. È proprio questa contrapposizione a essere sbagliata, una politica moderna dovrebbe essere capace di tenere insieme entrambe.

C'è poi un altro rischio che riguarda il modo in cui parliamo dei giovani; negli ultimi anni alcune parole sono diventate scorciatoie per descrivere fenomeni complessi: è il caso, per esempio, del termine "maranza", dentro cui finiscono spesso insieme modo di vestire, origine familiare, periferia, immigrazione, marginalità e criminalità. È un meccanismo pericoloso.

Chi commette una rapina è responsabile di quella rapina. Chi aggredisce una persona deve rispondere di quell'aggressione. Ma un comportamento individuale non può diventare l'identità di un'intera generazione, di un quartiere o di una comunità. Quando questo accade, la discussione sulla sicurezza smette di essere una discussione sulle soluzioni e diventa una discussione su chi individuare come nemico e la politica perde il proprio compito principale: capire. Capire dove si concentra realmente la criminalità, quali forme assume, quali strumenti funzionano, dove servono più controlli, dove servono più educatori, dove bisogna intervenire sull'abbandono scolastico, sulla salute mentale, sul degrado urbano, sulla solitudine, sulla povertà educativa.

La sicurezza non può e non deve essere ridotta alla paura e soprattutto non può essere trasformata in propaganda permanente, perché una società impaurita non è necessariamente una società più sicura. La sfida è più difficile: costruire luoghi nei quali le persone possano sentirsi davvero libere: libere di vivere lo spazio pubblico, di uscire la sera, di prendere un treno o un autobus, di crescere senza essere lasciate sole. Per questo la sicurezza è una questione sociale prima ancora che securitaria e proprio per questo deve tornare pienamente dentro il vocabolario della sinistra.

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