La sicurezza è una questione di uguaglianza

Ascoltare chi chiede protezione, difendere il dissenso e l’ordinamento civile della polizia: la sfida della sinistra oltre la risposta militare.

Giuseppe TianiApprofondimentiSICUREZZA
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ANSA

Le violenze di Milano pongono una questione che precede la scelta degli strumenti repressivi. Quale rapporto vogliamo costruire tra Stato e società? La risposta riguarda la destra, quando propone di ampliare il ruolo militare nella sicurezza interna, ma interroga profondamente anche la sinistra. Una parte di essa continua a leggere la domanda di sicurezza soprattutto attraverso l’uso che ne fanno gli avversari. Così rischia di vedere la propaganda perdendo di vista le persone. E quando la rabbia esplode nelle strade, può cadere nell’errore opposto, riconoscervi una richiesta di cambiamento senza averne ancora compreso protagonisti, obiettivi e circuiti di mobilitazione. Chi teme un’aggressione, vede deteriorarsi il proprio quartiere o lavora dietro una vetrina esposta ai saccheggi non sta necessariamente chiedendo una svolta autoritaria. Chiede che lo Stato lo protegga. Una forza progressista deve ascoltarlo senza sottoporlo a un esame di appartenenza politica. La sicurezza oggi è anche una questione di uguaglianza, perché chi dispone di reddito può sottrarsi più facilmente al degrado, mentre chi non può cambiare casa o quartiere dipende dalla qualità delle istituzioni pubbliche.

Anche il diritto alla protesta nasce dalla promessa democratica. Le conquiste del lavoro e l’allargamento della cittadinanza sono passati attraverso conflitti durissimi. Il dissenso non perde legittimità perché disturba il governo. Ma aggredire un poliziotto o saccheggiare un negozio non acquista valore emancipatore perché accade dentro una tensione sociale. Comprendere le cause del disagio serve a intervenire meglio. Non cancella la responsabilità di chi commette violenza. La storia del movimento operaio dovrebbe rendere questa distinzione particolarmente chiara. Organizzare il conflitto significava trasformare bisogni dispersi in rivendicazioni, costruire rapporti di forza e assumersi responsabilità.

Nuovi movimenti possono nascere fuori dalle organizzazioni tradizionali. Tuttavia, una convocazione digitale e una folla non bastano a identificarne il significato politico. Prima di riconoscervi una nuova soggettività occorre capire che cosa rivendica, come agisce e quale rapporto stabilisce con il resto della società. La prudenza protegge anche chi manifesta pacificamente. Salutare troppo presto una rivolta come rinascita della partecipazione può attribuire una legittimazione politica a comportamenti che oscurano proprio le ragioni della protesta. Una sinistra che voglia dirigere i processi deve anzitutto comprenderli, senza proiettare sulle piazze il movimento che desidererebbe incontrare.

L’esperienza francese richiede una lettura altrettanto attenta. Dalle rivoluzioni ottocentesche al maggio 1968, la mobilitazione popolare ha avuto un ruolo significativo nella storia civile e politica della Francia. Questa tradizione convive con un potere statale fortemente accentrato e con una storia segnata anche dalla repressione. L’eredità coloniale e postcoloniale ha inoltre prodotto fratture che non possono essere trasferite meccanicamente all’Italia. Il 1° ottobre 2026 The Guardian riferiva di quasi tremila studenti fermati dall’inizio delle proteste. Un bilancio di quella fase, non un numero di condanne. Le denunce sulle modalità degli interventi esigono accertamenti, come le aggressioni contro gli operatori. La gravità della crisi francese impone attenzione, ma non dimostra che ogni mobilitazione europea appartenga a un medesimo movimento o richieda la stessa risposta.

L’Italia dispone di un patrimonio istituzionale che sarebbe irresponsabile indebolire. La legge 121 del 1981 smilitarizzò il Corpo delle guardie di pubblica sicurezza, dando vita alla Polizia di Stato a ordinamento civile, e riconobbe i diritti sindacali del personale mentre il Paese affrontava ancora il terrorismo. La riforma maturò attraverso una battaglia democratica condotta anche dentro la polizia. In una stagione drammatica, la Repubblica scelse di avvicinare la divisa alla società, riconoscendo nel poliziotto un lavoratore titolare di diritti. Fu una scelta politica di grande profondità. La forza pubblica doveva trovare la propria legittimazione nella tutela delle libertà e nella responsabilità del suo esercizio. L’architettura civile della pubblica sicurezza, imperniata sul ministro dell’Interno, sui prefetti e sui questori, costituisce il quadro nel quale concorrono professionalità e ordinamenti diversi. È un patrimonio della Repubblica che riguarda direttamente anche la storia della sinistra.

Alla luce di questa storia, non va sottovalutata la discussione che ha preceduto il decreto-legge approvato dal governo nella serata del 20 ottobre 2026. Secondo le informazioni raccolte in quelle ore, nella discussione preliminare sarebbe stata prospettata l’ipotesi di impiegare militari nell’ordine pubblico, attribuendo loro poteri di polizia giudiziaria e mantenendone la diretta dipendenza dai comandi delle Forze armate. Se confermata in questi termini, l’ipotesi avrebbe riguardato ben più di un incremento degli uomini disponibili. Avrebbe investito la direzione dell’intervento e la catena delle responsabilità. Il nodo non era la normale dipendenza gerarchica del personale militare dalla propria amministrazione. Era il rischio che quella dipendenza diventasse il criterio di direzione di attività di ordine pubblico, aprendo uno spazio autonomo rispetto alle autorità civili preposte a governarle. La distinzione è essenziale. Una cosa è concorrere a un servizio entro un sistema unitario di responsabilità; altra cosa è introdurre un circuito di comando parallelo nell’esercizio della forza pubblica.

Per questo il Sindacato Italiano Appartenenti Polizia, SIAP, tra le maggiori e storiche organizzazioni del personale della Polizia di Stato, ha denunciato il rischio di una torsione autoritaria e securitaria. Non si trattava di difendere un interesse corporativo, ma il ruolo delle autorità civili di pubblica sicurezza, definito dalla legge a tutela dei diritti e delle libertà garantiti dalla Costituzione. Si trattava di interrogarsi su chi decide, chi coordina e chi risponde quando lo Stato interviene nello spazio del conflitto sociale. Una trasformazione di questo rilievo non può essere trattata come un semplice adattamento operativo all’emergenza. Va inoltre mantenuta distinta la direzione dei servizi di ordine pubblico dalla dipendenza funzionale della polizia giudiziaria. L’articolo 109 della Costituzione stabilisce che l’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria. Anche per questa ragione, sommare qualifiche e compiti senza chiarire i rapporti tra le diverse autorità rischia di rendere opaca un’architettura che deve invece essere sempre leggibile e verificabile.

L’ipotesi di conferire quei poteri ai militari non è confluita nel provvedimento approvato. Le ricostruzioni pubbliche attribuiscono alle interlocuzioni con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, un ruolo determinante nello stralcio. Secondo quelle ricostruzioni, l’intervento del Quirinale ha contribuito a scongiurare il passaggio contestato. La sua esclusione, tuttavia, non rende irrilevante la discussione che l’ha preceduta. Una proposta accantonata può continuare a indicare una direzione politica.

È su questo terreno che emerge un’impropria convergenza di visione tra alcuni settori degli apparati, la destra di governo e la destra rappresentata dal leader di Futuro nazionale, Roberto Vannacci. Le posizioni e le responsabilità restano distinte. Il punto di contatto è la propensione a rispondere alla crisi dell’autorità ampliando il ruolo militare nella gestione della sicurezza interna. Il rischio politico consiste nel far apparire la modifica degli equilibri istituzionali come una conseguenza inevitabile della domanda di sicurezza.

Le Forze armate svolgono una funzione indispensabile. Il rispetto delle loro competenze impone di non trasformarle in una riserva indifferenziata con cui compensare ogni carenza degli apparati civili. Governare una piazza richiede prevenzione, conoscenza dell’ambiente, dialogo e capacità di distinguere comportamenti e responsabilità. Richiede anche l’impiego legittimo e proporzionato della forza. Queste capacità si costruiscono con formazione, continuità professionale e una direzione chiaramente individuata.

A rendere il quadro più complesso interviene il costante rischio della guerra ibrida. Il Servizio europeo per l’azione esterna documenta campagne di manipolazione informativa straniera, comprese operazioni volte a screditare istituzioni e protagonisti politici e a sfruttare divisioni interne durante le elezioni. I social possono essere strumenti di partecipazione e, nello stesso tempo, terreni di operazioni ostili dirette a indebolire la fiducia nelle democrazie. Esistono precedenti: nel novembre 2023 le autorità francesi denunciarono il coinvolgimento della rete russa Recent Reliable News, collegata all’operazione Doppelgänger, nell’amplificazione artificiale delle immagini di stelle di David dipinte sui muri di Parigi. La tensione veniva utilizzata per accrescere paura e divisioni. Una campagna ostile può sfruttare fatti e fratture già presenti, senza averli necessariamente prodotti.

Da questi precedenti non discende una regia straniera delle violente guerriglie urbane di Milano: le fonti non consentono di affermarlo. Ma sarebbe altrettanto superficiale escludere in partenza tentativi di amplificazione o interferenza. Servono accertamenti sull’origine dei contenuti, sui comportamenti coordinati e sui collegamenti che emergano dalle indagini. Il fatto che un disordine favorisca un avversario non dimostra che quell’avversario lo abbia provocato. Una protesta può nascere da ragioni autentiche ed essere successivamente sfruttata da soggetti diversi. Può contenere partecipazione democratica, comportamenti criminali ed effetti di emulazione senza rispondere a un unico comando. È proprio questa complessità a imporre alla politica di non distribuire frettolosamente patenti di autenticità popolare o accuse di cospirazione. La libertà del dissenso si difende anche impedendo che venga confusa con la manipolazione.

Il tema acquista rilievo specie per le prossime scadenze europee. La Spagna voterà il 29 novembre 2026; la Francia affronterà le presidenziali nella primavera del 2027, mentre le parlamentari polacche sono attese nel 2027 alla scadenza ordinaria. Il timore è che conflitti sociali, sfiducia e interferenze possano rafforzarsi reciprocamente, incidendo sulla formazione del consenso e sulla capacità dell’Europa di assumere decisioni comuni. L’alternanza resta un diritto degli elettori. Tutelare la democrazia significa garantire le condizioni nelle quali il voto si forma. La politica sarà credibile se nel contrastare le interferenze non le utilizzerà come spiegazione delle proprie sconfitte. La distanza dei cittadini dalle istituzioni e dai partiti, le disuguaglianze trascurate e le promesse disattese non possono essere imputate a un algoritmo straniero.

La lezione gramsciana della direzione politica conserva tutta la sua forza. Una classe dirigente è tale quando costruisce il consenso comprendendo bisogni reali e dando loro una prospettiva. Una parte della sinistra ha invece sottovalutato quanto la domanda di sicurezza esprimesse la richiesta di essere riconosciuti, tutelati e protetti. Ha lasciato che la destra occupasse tutto lo spazio sul tema, salvo stupirsi quando la paura ha modificato appartenenze elettorali un tempo considerate solide.

Ricostruire quel rapporto richiede politiche sociali e tutela della sicurezza pubblica civile. Scuola, lavoro, reddito, pensioni, casa e servizi contrastano l’abbandono; organici adeguati delle forze di polizia, formazione continua e continuità nelle attività informative, investigative e di prevenzione proteggono le persone e la libertà economica. La prevenzione digitale deve difendere il dibattito pubblico, mentre la politica torna a organizzare interessi e speranze. Alla polizia non può essere affidato il compito impossibile di risolvere, attraverso il rischio personale dei suoi operatori, ogni frattura lasciata aperta dalla società.

La scelta del 1981 rimane attuale proprio perché nacque dentro una crisi profonda. Dimostrò che la Repubblica poteva affrontare la violenza rafforzando il carattere democratico delle proprie istituzioni, anche smilitarizzando la gestione dell’ordine pubblico. Oggi quella scelta chiede risorse, aggiornamento e volontà politica. La sinistra deve difenderla, perché significa proteggere chi manifesta, chi lavora e chi garantisce la sicurezza, impedendo che la paura diventi il mandato per alterare gli equilibri dello Stato e dei suoi apparati più delicati.

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