La Seconda Repubblica e l’eterna attesa del salvatore
Dai partiti personali alle primarie addomesticate, la politica ha sostituito la formazione con il carisma e trasformato i cittadini in pubblico

ANSA
Dalla celebre discesa in campo di Silvio Berlusconi fino ai giorni nostri, la vicenda politica della Seconda Repubblica italiana appare descrivibile come una perenne e affannosa rinascita dall’alto, una narrazione incentrata sulla ricerca spasmodica del leader taumaturgo. È la parabola di un sistema che ha progressivamente smarrito la propria vocazione partecipativa e pedagogica, riducendosi a un’arena per l’invenzione e la rapida usura di figure ritenute capaci di risolvere ogni male collettivo con il solo peso del proprio carisma.
In questo scenario, l’elaborazione ideale cede il passo all’estemporaneità. I programmi elettorali contano sempre meno, trasformandosi in meri adempimenti burocratici privi di visione strategica, spesso persino generati tramite l’intelligenza artificiale per riempire caselle con vuoti slogan politici. Questa progressiva smaterializzazione del pensiero critico coincide con la scomparsa dei centri studi e delle scuole di partito, storiche fucine nelle quali la classe dirigente veniva formata, selezionata e messa alla prova.
L’inevitabile conseguenza di questo svuotamento è un cortocircuito democratico nel quale la competenza cessa di essere un bene comune, accessibile e condiviso, per diventare prerogativa esclusiva di élite tecnocratiche o circoli ristretti, lasciando il dibattito pubblico in balìa dell’improvvisazione. Come profeticamente avvertiva il politologo Giovanni Sartori, «a ogni incremento di demo-potere dovrebbe corrispondere un incremento di demo-sapere; altrimenti la democrazia diventa un sistema di governo nel quale sono i più incompetenti a decidere, ovvero un sistema di governo suicida».
Tale dinamica ha innescato un vertiginoso fluttuare del consenso elettorale, capace di premiare con percentuali plebiscitarie e, subito dopo, punire con un repentino oblio le principali forze del Paese: prima Forza Italia, poi il Partito Democratico dei rottamatori, la meteora travolgente del Movimento 5 Stelle, il sovranismo della Lega, la parabola di Fratelli d’Italia e, da ultimo, i continui tentativi di riaggregazione, come Futuro Nazionale, che animano il panorama politico contemporaneo.
In questo vortice, le forze politiche hanno cessato di operare come cinghie di trasmissione tra la società civile e le istituzioni, trasformandosi in meri veicoli elettorali progettati per la promozione e la legittimazione di nuovi ed effimeri protagonisti. Un tentativo significativo di governare e incanalare questo processo fu quello intrapreso da Walter Veltroni con la nascita del Partito Democratico, che cercò di mutuare dal modello americano lo strumento delle primarie aperte, per introdurre forme democratiche e diffuse di selezione degli “eletti” e della leadership.
Tuttavia, pur spalancando i gazebo a milioni di cittadini, quel dispositivo si è rivelato un’illusione ottica. Non soltanto non ha mutato il nocciolo strutturale del problema, ma la politica di apparato ne ha individuato quasi subito le contromosse per rendere lo strumento gradualmente più domabile, addomesticato e assoggettato alle logiche di corrente e al controllo dei capibastone e, per certi versi, per legittimare l’assolutismo di alcuni leader usciti vincitori da quelle competizioni.
Si tratta di una deriva che evoca pericolosamente la logica del peronismo o di certi populismi sudamericani e che ha investito drammaticamente l’Italia e l’Europa intera attraverso la fabbricazione industriale di veri e propri idoli della porta accanto. È il meccanismo per cui, all’interno di un dibattito pubblico affetto da una strisciante e diffusa maleducazione politica — intendendo con ciò la perdita della grammatica istituzionale, del rispetto formale e del senso del limite —, chiunque riesca a intercettare una pancia, una rabbia o una forte carica simbolica può assurgere, da un giorno all’altro, al rango di salvatore della patria o candidato di punta.
Che si tratti di figure di governo come Salvini o Meloni, di generali convertiti alla tribuna elettorale come Vannacci, di giornalisti d’assalto come Ranucci o della costante rincorsa al “nuovismo”, ben rappresentata dalla parabola di Silvia Salis, la dinamica sottostante non cambia. Salis è una persona di indubbie e riconosciute capacità politiche e amministrative, ma la sua vertiginosa ascesa — che, a pochi mesi dall’inizio del mandato alla guida della propria città, la vede già proiettata come ipotetica futura guida del Paese — testimonia la rapidità con cui la spinta mediatica e la fame di volti nuovi accelerano le carriere politiche. Il consenso fatica a formarsi su un progetto, preferendo affidarsi all’impatto e alla presa emotiva del personaggio del momento.
È proprio in questa trappola che rischia di cadere nuovamente il centrosinistra in vista delle prossime elezioni politiche. La priorità della coalizione non dovrebbe essere la caccia all’uomo o la ricerca affannosa di un leader da esprimere attraverso strumenti di selezione che talvolta prescindono persino dal quadro normativo e dalla legge elettorale con la quale si andrà effettivamente a votare — un impianto oggi ipotizzabile, ma tutt’altro che certo —, bensì la costruzione di una visione di Paese solida, organica e riconoscibile.
Piegare il dibattito alle regole di un contest mediatico o di una liturgia dei gazebo svuotata di senso finisce soltanto per esasperare la personalizzazione della lotta politica. Viene alla mente la lezione di Max Weber, quando ricordava che «la cattedra non è per i profeti e i demagoghi» e che «tre qualità possono dirsi sommamente decisive per l’uomo politico: passione, senso di responsabilità, lungimiranza». Virtù spazzate via dalla costante ricerca della battuta a effetto o della scorciatoia del momento.
Questa impostazione cela un’insidia profonda per la tenuta democratica, poiché induce la cittadinanza a firmare continue deleghe in bianco verso figure monocratiche, sottraendosi a un impegno collettivo e consapevole nella risoluzione dei problemi comuni. I movimenti politici moderni assumono così la forma inquietante di strutture ad adesione di massa, ma a guida rigidamente verticistica, mentre le istituzioni democratiche rischiano di degradarsi a semplici spazi di allocazione per affini, fedelissimi e collaterali al capo di turno.
L’esito finale di questo processo è una drastica compressione della partecipazione reale e un’evidente incapacità di affrontare in modo strutturale le grandi crisi economiche, sociali e culturali del nostro tempo. Si assiste a una forma esasperata di americanizzazione della politica, che richiama quella che il politologo Bernard Manin ha definito «la democrazia del pubblico».
È una condizione che, pur lasciando intatte le garanzie formali del suffragio universale e della libertà di voto, ha gradualmente trasformato il corpo elettorale da comunità di cittadini consapevoli in un pubblico televisivo e digitale, intenzionato unicamente a fare zapping tra un’offerta mediatica e l’altra, condannando il Paese a vivere in uno stato di permanente ed effimera illusione.
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