La Secessione Algoritmica: Quando il capitale digitale si sottrae allo Stato

Nella finanza decentralizzata il codice tende a sostituire il diritto, trasformando il capitale in potere normativo e aprendo una nuova crisi della sovranità democratica.

Paolo Bruno MalaspinaApprofondimenti
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ANSA

Per secoli il potere economico ha dovuto fare i conti con una regola fondamentale: il capitale poteva muoversi, ma non poteva sfuggire completamente al diritto. Ogni impresa aveva una sede, ogni banca una licenza, ogni contratto un giudice chiamato a farlo rispettare. Oggi questo principio viene messo in discussione da una delle innovazioni più radicali della finanza digitale: le DAO, Decentralized Autonomous Organizations, organizzazioni autonome decentralizzate che promettono di sostituire la governance tradizionale con il codice informatico.

Dietro un acronimo apparentemente tecnico si nasconde una trasformazione politica prima ancora che tecnologica. Le DAO non sono amministrate da consigli di amministrazione né da dirigenti responsabili davanti a un'autorità pubblica. Sono governate da programmi informatici registrati su blockchain, un registro digitale distribuito, condiviso e difficilmente modificabile. Le decisioni vengono eseguite automaticamente attraverso gli smart contract: software che, al verificarsi di determinate condizioni, trasferiscono fondi, attribuiscono diritti o eseguono operazioni senza l'intervento di banche, notai o altri intermediari.

Il punto decisivo, tuttavia, non è l'automazione. È il ruolo assunto dal codice. In questo ecosistema il software non si limita a far funzionare un sistema: ne diventa la legge. Mentre una norma giuridica richiede interpretazione, controllo e, se necessario, l'intervento di un giudice per essere applicata, lo smart contract si esegue da solo. Il comando coincide con la sua esecuzione. Il codice è insieme legislatore, amministratore ed esecutore. Nasce così una forma inedita di sovranità algoritmica, nella quale la discrezionalità umana lascia il posto all'automatismo e il diritto viene sostituito dalla logica matematica.

Non si tratta più di un esperimento confinato agli ambienti degli sviluppatori o degli appassionati di criptovalute. Le DAO amministrano oggi patrimoni per decine di miliardi di dollari e costituiscono uno dei pilastri della finanza decentralizzata (DeFi). Attraverso questi protocolli vengono gestiti fondi di investimento, concessi prestiti, creati mercati finanziari e strumenti speculativi che operano ventiquattr'ore su ventiquattro, senza confini geografici e senza un'autorità centrale di vigilanza.

La promessa è seducente: meno costi, meno burocrazia, maggiore efficienza. Ma il prezzo di questa libertà è spesso la rinuncia alle garanzie che hanno caratterizzato la costruzione dei mercati moderni. Quando un intermediario tradizionale fallisce o viola la legge, esistono autorità di controllo, procedure di tutela e strumenti di ricorso. Quando un protocollo decentralizzato viene violato da un errore di programmazione o da una frode, il risparmiatore può trovarsi completamente privo di protezione. Non esiste un amministratore da chiamare a rispondere, non esiste una sede da sequestrare, non esiste, spesso, un giudice in grado di rendere effettiva la propria decisione.

Per comprendere la portata del fenomeno è necessario abbandonare l'idea che le DAO appartengano ancora a una nicchia di programmatori o di appassionati di criptovalute. Oggi esse costituiscono uno dei pilastri della finanza decentralizzata (DeFi), un ecosistema che movimenta quotidianamente miliardi di dollari e che ha ormai assunto una rilevanza sistemica. Le stime più accreditate indicano che sono operative oltre ventimila DAO nel mondo, anche se solo alcune migliaia gestiscono patrimoni significativi. Nel loro complesso amministrano tesorerie digitali superiori ai venti miliardi di dollari, una cifra che nei momenti di massima espansione del mercato ha superato i quaranta miliardi. Si tratta di risorse comparabili ai bilanci di grandi istituzioni finanziarie regionali o al prodotto interno lordo di piccoli Stati europei. Ancora più significativo è il grado di concentrazione del potere economico: una quota largamente maggioritaria di queste ricchezze è controllata da un numero ristretto di grandi organizzazioni, smentendo almeno in parte la retorica di una finanza realmente diffusa e orizzontale.

Sebbene le DAO si definiscano per natura "senza confini", la loro geografia economica è tutt'altro che casuale. I principali centri di sviluppo si trovano negli Stati Uniti, dove si concentrano gran parte degli investitori e delle società tecnologiche, mentre molte delle strutture giuridiche di supporto vengono costituite in ordinamenti che hanno scelto di competere sul terreno della regolazione degli asset digitali. La Svizzera, con il distretto di Zugo ormai noto come Crypto Valley, Singapore, gli Emirati Arabi Uniti e le Isole Cayman sono divenuti poli di attrazione per fondazioni, società di servizio e veicoli giuridici destinati a interagire con un universo che, almeno nella sua narrazione, pretende di fare a meno dello Stato. Emblematico è il caso del Wyoming, primo Stato americano ad aver riconosciuto le DAO come una particolare forma di società a responsabilità limitata. Non è un dettaglio tecnico, ma il segnale di una crescente competizione tra ordinamenti per attrarre capitale digitale attraverso regole sempre più favorevoli.

Tra le organizzazioni più influenti figurano Uniswap, che governa il maggiore mercato decentralizzato di scambio di criptovalute, insieme a Lido, Arbitrum, Optimism e Sky (già MakerDAO), ciascuna delle quali amministra patrimoni dell'ordine di miliardi di dollari. La loro funzione va ben oltre la semplice gestione di una piattaforma: finanziano investimenti, distribuiscono incentivi economici, decidono l'evoluzione dei protocolli e, di fatto, definiscono le regole di interi ecosistemi finanziari. Ma è proprio la governance a rivelare il paradosso più evidente. Nella maggior parte delle DAO il diritto di voto non è fondato sul principio democratico una persona, un voto, bensì sul possesso dei token di governance. Il peso politico coincide quindi con la ricchezza detenuta. Più capitale si possiede, maggiore è la capacità di determinare le decisioni collettive. È una concezione proprietaria del potere che trasforma la disponibilità economica in influenza normativa.

La cronaca offre esempi eloquenti tanto delle potenzialità quanto delle fragilità di questo modello. Nel 2021 la ConstitutionDAO raccolse in pochi giorni circa quarantasette milioni di dollari con l'obiettivo di acquistare all'asta una copia originale della Costituzione degli Stati Uniti. L'operazione non riuscì, ma dimostrò come una comunità globale organizzata attraverso una DAO potesse mobilitare in tempi rapidissimi capitali paragonabili a quelli dei grandi investitori istituzionali. Sul versante opposto, il collasso dell'ecosistema Terra-Luna e i ripetuti attacchi informatici che hanno colpito numerosi protocolli della finanza decentralizzata hanno evidenziato l'altra faccia della medaglia: quando il codice fallisce o viene compromesso, il risparmiatore scopre spesso di non avere alcun interlocutore cui chiedere conto delle perdite subite.

È qui che emerge il significato politico della secessione algoritmica. Le DAO non rappresentano semplicemente una nuova tecnologia finanziaria; esse sono il laboratorio di un diverso modello di organizzazione del capitale, nel quale la funzione di regolazione tende a spostarsi progressivamente dalle istituzioni pubbliche agli algoritmi e dalla cittadinanza alla proprietà. La domanda decisiva non è, allora, se queste organizzazioni siano più efficienti delle imprese tradizionali. La questione è se un sistema economico fondato sul principio "più capitale significa più potere" possa sostituire, senza costi per la democrazia e per la tutela del risparmio, quell'architettura giuridica che gli Stati costituzionali hanno costruito nel corso di oltre un secolo.

La questione, dunque, non riguarda soltanto una nuova tecnologia finanziaria. Tocca uno dei fondamenti dello Stato moderno: la capacità di proteggere il risparmio e garantire che il mercato non diventi il terreno di gioco esclusivo dei soggetti più forti.

Per oltre un secolo gli ordinamenti democratici hanno costruito un sistema di regole per limitare gli abusi, vigilare sugli intermediari e offrire ai cittadini strumenti di tutela. La finanza decentralizzata propone invece un modello alternativo, nel quale il diritto nazionale viene considerato un ostacolo da aggirare anziché il presupposto della fiducia nei mercati.

È una mutazione che investe il concetto stesso di sovranità. Lo Stato esercita il proprio potere entro un territorio; le DAO, invece, operano in una rete globale nella quale il territorio perde significato. Non hanno sede legale, non hanno rappresentanti identificabili, non riconoscono una giurisdizione superiore. Di fronte a queste strutture il diritto incontra difficoltà inedite: diventa complicato bloccare un'operazione, ottenere il risarcimento di un danno o persino individuare un soggetto contro cui agire.

Qua il codice sostituisce il giudice. Se la prima frattura riguarda il rapporto tra capitale e Stato, la seconda investe il cuore stesso del diritto. Nelle democrazie costituzionali la legge non è soltanto un insieme di regole: è il risultato di un confronto politico, di mediazioni sociali e di un equilibrio tra interessi spesso contrapposti. Soprattutto, nessuna norma vive senza interpretazione. È il giudice che, caso per caso, valuta le circostanze, corregge gli effetti più ingiusti della rigidità legislativa e garantisce che la legalità non si trasformi in automatismo.

Le DAO introducono una logica profondamente diversa. Lo smart contract non interpreta, non valuta, non distingue. Se nel codice è prevista una determinata condizione, la conseguenza viene eseguita automaticamente. L'algoritmo non conosce eccezioni, non considera il contesto e non si interroga sugli effetti sociali delle proprie decisioni. La forza di questo sistema coincide con il suo limite: elimina l'incertezza, ma insieme elimina anche ogni spazio per l'equità.

Per il diritto questo rappresenta un cambiamento che va ben oltre la tecnologia. Significa trasferire una parte crescente delle relazioni economiche fuori dagli strumenti tradizionali della giurisdizione. Se una controversia nasce all'interno di una banca o di una società finanziaria, il cittadino può rivolgersi a un'autorità di vigilanza o a un tribunale. Se il conflitto nasce all'interno di una DAO, spesso non esiste un soggetto giuridico chiaramente identificabile contro cui agire, né un'autorità in grado di sospendere l'esecuzione delle decisioni prese dal protocollo.

È in questo spazio che prende forma una nuova architettura del potere economico. Le DAO non si limitano a gestire patrimoni: attraverso il codice stabiliscono le regole con cui quei patrimoni vengono amministrati, distribuiti e utilizzati. Regole che, nella maggior parte dei casi, non derivano da un procedimento democratico né sono sottoposte a un controllo pubblico preventivo.

A ciò si aggiunge un altro elemento spesso trascurato. Sebbene la retorica della finanza decentralizzata evochi partecipazione e democrazia diretta, nella pratica il peso delle decisioni è frequentemente proporzionale ai token posseduti. Chi controlla una quota maggiore del capitale dispone anche di una maggiore influenza sulla governance del protocollo. Il principio "una persona, un voto", che caratterizza la democrazia politica, lascia il posto a una logica diversa: "un token, un voto".

La conseguenza è che il potere economico tende a trasformarsi direttamente in potere decisionale. Il piccolo risparmiatore può partecipare al sistema, ma difficilmente ne orienta le scelte. Le grandi concentrazioni di capitale, invece, acquistano la capacità di incidere sulle regole del protocollo senza passare attraverso i tradizionali meccanismi di rappresentanza, controllo pubblico e responsabilità giuridica.

È qui che la questione delle DAO cessa di essere un tema per specialisti dell'informatica o della finanza e diventa una questione politica. La domanda non è soltanto se questi strumenti siano più efficienti dei modelli tradizionali. La domanda è chi scrive le regole dell'economia digitale, nell'interesse di chi vengono applicate e quali tutele restano ai cittadini quando il diritto viene progressivamente sostituito dall'algoritmo.

Il tentativo, oggi in voga presso le istituzioni europee, di sottoporre le DAO a un quadro normativo armonizzato sbatte inevitabilmente contro il muro dell'impossibilità tecnica. Il giurista si trova di fronte a un paradosso: come si può applicare una norma di tutela del risparmio a un soggetto che, tecnicamente, non esiste per la legge?

Il fallimento della regolamentazione nasce da un equivoco di fondo: si tratta la DAO come se fosse un'azienda, una persona giuridica, che ha semplicemente cambiato forma. La realtà, invece, è che la DAO nega la personalità giuridica per sottrarsi alla responsabilità. Non essendoci un responsabile, non c'è colpevolezza. E laddove non c'è colpevolezza, il risparmiatore resta solo di fronte alla propria perdita. Siamo di fronte a un arbitraggio normativo di scala planetaria. Il legislatore si illude di poter imbrigliare le DAO, ma finisce per regolare solo le facciate esterne, lasciando il cuore pulsante del sistema, il protocollo di governance, libero di operare in una zona di totale irresponsabilità. Questa impotenza non è solo tecnica; è una crisi di sovranità che espone il cittadino a rischi che nessun altro settore dell'economia odierna permetterebbe.

Spesso si è tentati di guardare alle DAO attraverso la lente della partecipazione di massa: l'idea che una moltitudine di utenti, votando con i propri token, possa esercitare una "democrazia diretta". Tuttavia, un'analisi sociologica più profonda rivela una realtà diametralmente opposta. Le DAO non sono assemblee di eguali, ma plutocrazie algoritmiche mascherate da sistemi aperti. Il meccanismo del token-weighted voting non è altro che il ritorno, in forma digitale, del suffragio censitario del XIX secolo. In questo schema, la partecipazione democratica è un'illusione ottica: il potere decisionale è concentrato nelle mani di pochi grandi detentori (whales), che possono orientare il protocollo a proprio piacimento, spesso a danno dei piccoli risparmiatori.

Qui il legame tra finanza e potere si salda in modo inestricabile: chi detiene il capitale riscrive attivamente le regole del gioco per proteggere la propria posizione. Non c'è dibattito pubblico, non c'è responsabilità sociale: c'è solo l'esecuzione della volontà di chi possiede le chiavi del protocollo. Se lo Stato è l'unico attore in grado di porre dei limiti al dominio del capitale, attraverso la tassazione, la redistribuzione e la regolamentazione, le DAO rappresentano il tentativo finale di rendere il capitale inattaccabile. Il potere si è spostato dalla piazza alla blockchain, e la politica è stata sostituita da un'aritmetica di portafogli digitali che non prevede alcuna forma di tutela per chi lavora e risparmia.

Esiste ancora uno spazio per il diritto dello Stato di fronte alla sovranità algoritmica? La risposta non può essere una reazione nostalgica, né un'accettazione passiva. Il legislatore, oggi, deve operare una ricostruzione della funzione regolatrice focalizzata sulla protezione del cittadino. Non si tratta di regolare la tecnologia dall'esterno, ma di internalizzare il valore pubblico all'interno del codice. Ciò significa esigere la creazione di oracoli (strumenti software che collegano una rete digitale al mondo reale) e ponti giuridici (metafora usata per descrivere tutto ciò che unisce e mette in dialogo due sistemi normativi, due culture o due ambiti diversi). Lo Stato deve imporre che le DAO, se vogliono operare in una giurisdizione, debbano incorporare nei propri smart contract clausole di salvaguardia, meccanismi di emergenza controllati da autorità indipendenti e procedure KYC/AML integrate nel design della governance.

Non è una sfida puramente tecnica, è una sfida di egemonia politica. Significa pretendere che il codice, se vuole operare, debba riconoscere la supremazia della norma statale che tutela il risparmio. Il diritto, insomma, non deve arrendersi alla fattualità della blockchain, ma deve reimporre la propria normatività, la propria vocazione etica a proteggere il debole dal forte, il risparmiatore dal detentore di capitale speculativo.

Da questa analisi emerge che la questione delle DAO rappresenta il punto di massima tensione tra due visioni inconciliabili: l'idea che la società debba essere governata da un contratto sociale mediato dalla legge, e la pretesa che la finanza possa auto-organizzarsi attraverso una logica algoritmica sottratta a ogni controllo.

Lo Stato moderno si trova di fronte a un bivio esistenziale. Se abdicherà alla sua funzione di garante della “res publica”, rischierà di ridursi a un apparato burocratico svuotato di potere, al servizio di élite che rispondono esclusivamente ai propri protocolli. La secessione algoritmica è la celebrazione del trionfo del capitale puro, slegato da ogni vincolo di solidarietà. Tuttavia, la sovranità dello Stato è una costruzione storica che deve essere difesa. La sfida non è combattere il progresso, ma sottometterlo a un nuovo ordine pubblico globale che metta al centro la tutela del cittadino. In ultima istanza, la battaglia per la sovranità nell'era delle DAO è la battaglia per la dignità del risparmiatore contro il dominio dell'automa. Il compito del giurista di finanza, oggi, è quello di denunciare l'inganno di questa neutralità digitale e di lavorare affinché lo Stato torni a essere il supremo custode dell'interesse collettivo. La fine della politica non è un destino segnato: è solo il risultato dell'inerzia di chi, avendo il potere di legiferare, ha preferito il silenzio al confronto con la sfida del codice.

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