La scuola di tutti: dalla Costituzione alla lezione di don Milani

Il tetto agli alunni stranieri e l’idea di scuola della destra si scontrano con una tradizione fondata su inclusione, emancipazione e giustizia sociale.

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ANSA

L'istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso. L'articolo 34 della nostra Costituzione, che è e deve essere la stella polare dei nostri ragionamenti e dell'agire politico, detta un'idea molto precisa della scuola pubblica: un'istituzione inclusiva e democratica, aperta a tutti al di là delle condizioni e delle problematiche che alcuni discenti possono incontrare negli apprendimenti.

Con la legge 1859 del 31 dicembre 1962, lo Stato democratico unificava le scuole medie, attuali scuole secondarie di primo grado, superando il precedente e selettivo "doppione scolastico" che divideva precocemente i percorsi dei ragazzi a undici anni, marchiandoli e dividendoli fra quelli che si sarebbero iscritti alla scuola media che avrebbe dato accesso ai licei e alle università, e la scuola di avviamento professionale che destinava i propri studenti solo al mondo del lavoro, precludendo la possibilità di iscriversi ai corsi di studio universitari. Erano i primi tempi dei governi di centrosinistra, animati da un'idea democratica della scuola, figlia di un'idea democratica della società.

Se questa è la storia scolastica che ci piace, non può non provocare una certa e fastidiosa preoccupazione il decreto legge con cui, nelle scorse settimane, il Consiglio dei Ministri ha posto il limite del 30% agli alunni con cittadinanza non italiana per classe. Che si prenda in considerazione il reale percorso linguistico e di integrazione poco conta: si tratta di un provvedimento dal sapore discriminatorio, pienamente legato allo slogan della destra italiana del "prima gli italiani". Al di là del recente decreto, ormai legge perché già controfirmato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, è l'idea di fondo del ministro Giuseppe Valditara, del governo della presidente Giorgia Meloni e delle destre italiane ad essere lontana dalla scuola sancita dalla Costituzione italiana.

In questi anni, prima della discussione "burqa sì, burqa no" con cui si parla alla pancia dell'elettorato valorizzando fobie e sentimenti di quella xenofobia tanto cara a certi ambienti reazionari, abbiamo visto crescere il diffondersi dell'idea che, invece di valorizzare i saperi, la scuola debba premiare l'impegno e il talento, superando quell'egualitarismo che per le destre non è giustizia sociale ma livellamento verso il basso della preparazione degli studenti. È una strada, in verità, già avviata dai precedenti governi, tesa alla valorizzazione degli istituti tecnici e professionali per creare cittadini-operai più che cittadini pensanti, quasi che le finalità della scuola fossero sovrapponibili a quelle degli uffici dell'impiego.

Se oltre a queste idealità specifiche della politica scolastica del governo si pensano le conseguenze della riforma dell'autonomia scolastica, le nostre paure sono, invece, quelle legate al divario che si accentuerà fra le scuole del Centro-Nord e quelle del Meridione italiano. Ed il nostro pensiero ritorna un'altra volta alla scuola così come la vedeva il cuore di don Lorenzo Milani, che continuiamo a preferire perché più vicina ed aderente ai principi riconosciuti e sanciti dalla Costituzione. Una scuola che sia spazio radicale di emancipazione, giustizia sociale e riscatto, particolarmente per gli ultimi che ai suoi tempi e nella sua Toscana erano i figli dei contadini di Barbiana, ma che nell'Italia di oggi sono anche i figli degli immigrati, almeno di quelli residenti in Italia.

Non sanno parlare bene l'italiano? Ma in ospedale andiamo da sani o da malati? Dinnanzi a loro batte il cuore delle scuole pubbliche, che devono preferire l'"I care" al "me ne frego" fascista. Ancora oggi, come al tempo del sacerdote toscano, è la padronanza della parola che per i fragili di oggi come di ieri è lo strumento essenziale per acquisire una cittadinanza certa e prioritaria, anche dinnanzi alla condivisione di quei valori dell'italianità che sono a loro volta il fulcro delle ideologie delle destre italiane e dei nazionalismi.

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