La scia degli “ibridi connubi”: il delitto Mattarella, Ustica e Bologna. Un’intervista a Miguel Gotor

ANSA
Un libro necessario. Un libro che racconta uno dei momenti più difficili della storia d’Italia del secondo dopoguerra. Il 6 gennaio 1980, il presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella venne assassinato in via della Libertà a Palermo. Nonostante si conoscano i mandanti, per quanto riguarda gli esecutori materiali del delitto non ci sono state condanne. Ma Miguel Gotor, nel suo L’omicidio di Piersanti Mattarella. L’Italia nel mirino: Palermo, Ustica, Bologna. 1979-1980, edito da Einaudi, non cerca risposta in quest’ultimo quesito. Come nel suo Memoriale della Repubblica, c’è uno sguardo esigente e fondato su fonti (tutte menzionate nelle note del libro) su uno dei periodi più bui della Repubblica.
D. Il delitto di Piersanti Mattarella è un delitto politico o mafioso?
R. La mia ricerca spero dimostri che si tratta di una falsa contrapposizione, alimentata da quanti, ancora oggi, non hanno interesse a che si faccia luce sui rapporti tra Stato e anti-Stato e sugli “ibridi connubi” (uso un’espressione di Giovanni Falcone) che caratterizzano questa tragica storia. La pista mafiosa e quella neofascista non sono in contraddizione e si integrano a vicenda.
Il sottotitolo del libro recita: “L’Italia nel mirino: Palermo, Ustica, Bologna”. Qual è il filo rosso che lega questo omicidio ad altre pagine oscure della Repubblica?
Se dovessi scegliere il colore del filo direi che era nero. Ho cercato di inserire l’omicidio Mattarella, che ha certamente una dimensione regionale, collegata al suo coraggioso contrasto a Cosa Nostra e alla sua battaglia politica e civile per una “Sicilia dalle carte in regola”, dentro una dimensione nazionale, legata ai neofascisti, alla P2 e al contesto internazionale, condizionato dalla decisione della Nato di installare proprio in Sicilia, nel 1979, i missili Cruise. Questa scelta produce una destabilizzazione del fronte mediterraneo della Nato e apre una significativa crisi con la Libia, che si sentì minacciata da questa decisione.
Che tipo di classe dirigente emerge dalla sua ricerca?
Il libro è un viaggio nella foresta del potere italiano. Approfondisce le modalità con cui una certa borghesia, in particolare siciliana ma non solo, sa difendere sé stessa e le proprie rendite di posizione. In generale colpisce una tendenza al sovversivismo dall’alto e una disponibilità a chiudersi in modo corporativo in consorterie occulte (che sono una forma di anti-partito). Ma, nei casi più estremi, anche la scelta di allearsi con la criminalità organizzata e di ricorrere alla violenza per difendere il proprio potere. Ciò avviene quando quella borghesia si sente minacciata da una politica riformatrice, concreta ed efficace come quella rappresentata da Mattarella, il quale viene ucciso mentre stava spiccando il volo a livello nazionale dentro la Dc, come erede di Aldo Moro.
In che misura questa storia parla all’Italia di oggi?
Il mio libro racconta come l’omicidio di Piersanti Mattarella sia stato condizionato dalle logiche della guerra fredda, oggi superate. Ma la propensione di una parte delle classi dirigenti italiane a scegliere la scorciatoia della violenza quando si sente minacciata nei propri privilegi, e le relazioni incestuose che è capace di stringere con la criminalità organizzata, purtroppo rimangono caratteri originali e ricorrenti della nostra storia.
D. Sull’omicidio Mattarella è in corso dal 2018 una nuova inchiesta: quali risultati si potranno raggiungere
Come è noto, di quell’assassinio si conoscono i mandanti, vale a dire la cupola di Cosa nostra, ma non ancora gli esecutori materiali. Attendiamo con fiducia i risultati della nuova inchiesta, ma dal punto di vista storico sono persuaso che la pista mafiosa e quella neofascista non siano in contraddizione, ma si compenetrino a vicenda, come già avevano intuito magistrati di vaglia come Giovanni Falcone e Loris D’Ambrosio, cui ho voluto dedicare il mio libro. Del resto, il nuovo indagato dalla procura di Palermo, oltre a essere un mafioso, è anche un notorio neofascista palermitano che già nel 1970 fu condannato per avere compiuto una serie di attentati dinamitardi a sostegno del tentato golpe del “principe nero” Junio Valerio Borghese.
Che spazio ha la ricerca storica quando l’indagine penale è ancora in corso?
Si affianca e cerca di fare con serietà il suo mestiere. Scegliere il silenzio non mi pare una buona soluzione. Dai fatti oggetto della mia ricerca è trascorso quasi mezzo secolo, un tempo sufficiente, mi pare, per fare chiarezza dal punto di vista storico su un evento che ha privato l’Italia di un dirigente di notevole valore come Piersanti Mattarella, considerato il principale erede di Aldo Moro, e che avrebbe avuto davanti a sé un futuro politico ancora più importante a livello nazionale.
Qual è il ruolo di Giulio Andreotti in questo libro?
Decisivo, perché è l’interprete dei governi di solidarietà nazionale che l’uccisione di Mattarella vuole liquidare definitivamente, sia a livello siciliano sia nazionale. È una formula politica che non deve avere eredi, con i suoi originali assetti di potere sia a livello interno sia internazionale nel contesto della guerra fredda. Ma una lettura di tipo politicista non basta, perché ci sono anche grandi interessi economico-finanziari in gioco che riguardano i rapporti tra Italia, Libia e Stati Uniti. Andreotti è stato il politico italiano che più di ogni altro si è posto il problema di governare gli “ibridi connubi” nazionali, che non sono un’invenzione della politica ma scaturiscono dalla società italiana e dalle sue originali e spregiudicate forme di auto-organizzazione e auto-tutela.
Il suo lavoro di storico incrocia moltissimo il presente: quali sono i punti di contatto?
Con il mio lavoro cerco di contrastare il luogo comune dell’Italia come il Paese del “passato che non passa”. Credo che sia maturo il tempo di mettere gli eventi nella giusta prospettiva storica, ricostruendo i contesti e i rapporti di forza in cui si sono realizzati. Guardo con grande rispetto all’attività della magistratura, ma allo stesso tempo rivendico l’autonomia del mestiere di storico, che ha interessi e finalità diverse.
Il clima attuale è analogo a quello degli anni Ottanta? Esiste un rischio di ritorno del fascismo?
Credo che prevalgano le differenze rispetto agli elementi in comune. A essere cambiato è soprattutto il contesto internazionale. Il problema di oggi non è il ritorno del fascismo, ma un progressivo svuotamento della democrazia dall’interno. È un problema nuovo, che richiede risposte originali e lenti diverse per leggere la crisi che stiamo attraversando, da New York a Bruxelles a Roma. È pericolosa e da contrastare l’idea che l’autocrazia dell’uomo solo al comando possa risolvere i problemi meglio di una democrazia funzionante e decidente, anche al costo di una riduzione delle libertà, soprattutto per le fasce più deboli della popolazione. Questa è la minaccia di oggi e questa è la sfida che abbiamo davanti. Penso anche che questo debba essere il campo della battaglia culturale e politica attuale, che impone una lucida consapevolezza dei rapporti di forza e un’analisi differenziata dei processi in atto. Dentro questo campo è importante la rinascita di una rivista come Rinascita, cui faccio i miei migliori auguri.