La savana democratica e la crisi del riformismo
Dai leoni agli agnelli, una lettura della crisi riformista e della proposta di «riformismo conflittuale» tra potere, disuguaglianze e democrazia.

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Prima ancora di interrogarsi sulle ragioni della crisi del riformismo contemporaneo, è necessario chiarire di quale crisi stiamo parlando. Non si tratta infatti di una semplice difficoltà elettorale né di una fase sfavorevole destinata a essere superata attraverso un ricambio di leadership o una migliore strategia comunicativa. La questione è più profonda e riguarda la capacità stessa del riformismo di continuare a svolgere quella funzione storica che, nel corso del Novecento, ne aveva fatto uno dei principali protagonisti della costruzione delle democrazie occidentali.
Per oltre un secolo il riformismo ha rappresentato molto più di una famiglia politica. È stato una modalità specifica di interpretare il rapporto tra capitalismo, democrazia e cittadinanza. La sua forza non derivava soltanto dalla capacità di amministrare l'esistente, ma dalla convinzione che i processi economici potessero essere orientati attraverso la politica e che le disuguaglianze prodotte dal mercato potessero essere corrette attraverso istituzioni democratiche.
In questa prospettiva il riformismo non era una cultura dell'adattamento, bensì una cultura della trasformazione graduale. Non prometteva rivoluzioni, ma nemmeno accettava l'idea che gli assetti sociali fossero immutabili.
La sua storia può essere letta come una lunga sequenza di ampliamenti della cittadinanza. Dalla conquista del suffragio universale alla costruzione del welfare, dalla tutela del lavoro all'accesso di massa all'istruzione e alla sanità, le grandi stagioni riformatrici del Novecento nacquero dalla capacità di trasformare condizioni diffuse di vulnerabilità in diritti riconosciuti.
In questo senso il riformismo fu una forza eminentemente conflittuale, anche quando non utilizzava il linguaggio del conflitto. Dietro ogni conquista vi era infatti la volontà di riequilibrare rapporti di potere che apparivano naturali e inevitabili.
La crisi che investe oggi questa tradizione politica nasce quando tale funzione progressivamente si indebolisce. A partire dagli ultimi decenni del Novecento, una parte significativa delle forze riformiste occidentali ha iniziato a percepire la globalizzazione economica, l'integrazione dei mercati finanziari e la rivoluzione tecnologica non come processi da governare, ma come vincoli ai quali adattarsi.
La politica ha progressivamente rinunciato a orientare il cambiamento per concentrarsi sulla gestione delle sue conseguenze. In questo passaggio il riformismo ha conservato la capacità di amministrare, ma ha progressivamente smarrito la capacità di immaginare.
Non è un caso che proprio nei paesi che più intensamente hanno vissuto la stagione neoliberale stiano emergendo oggi esperienze politiche che tentano di ridefinire il significato stesso del riformismo. Nel Regno Unito Andy Burnham ha costruito gran parte della propria proposta politica sulla necessità di ricostruire un rapporto tra istituzioni democratiche, territori e classi popolari, sfidando l'idea che le disuguaglianze territoriali siano un effetto inevitabile della globalizzazione.
Negli Stati Uniti Zohran Mamdani rappresenta invece il tentativo di riportare al centro del dibattito pubblico questioni come il costo della vita, la casa, i servizi pubblici e la concentrazione della ricchezza, proponendo una lettura apertamente politica di problemi che per anni sono stati presentati come semplici conseguenze impersonali delle dinamiche di mercato.
Al di là delle differenze che separano queste esperienze e dei giudizi che esse possono suscitare, entrambe segnalano un fenomeno significativo. La crisi del riformismo non deriva dall'eccesso di conflitto, ma dalla sua progressiva rimozione. Ciò che viene messo in discussione non è la necessità di governare responsabilmente società complesse, bensì l'idea che governare significhi limitarsi ad amministrare trasformazioni decise altrove.
In forme diverse, Burnham e Mamdani sembrano partire da una medesima intuizione: le democrazie contemporanee hanno bisogno di tornare a discutere chi detenga il potere, come venga esercitato e nell'interesse di chi.
È proprio da questa domanda che prende avvio la riflessione contenuta in queste pagine. Per comprendere perché il riformismo abbia progressivamente perduto la propria capacità di orientare il cambiamento e per individuare le condizioni di una sua possibile rinascita, può essere utile adottare una prospettiva diversa da quelle abitualmente utilizzate.
Una prospettiva che non osservi soltanto programmi, partiti o ideologie, ma i rapporti di forza che attraversano le democrazie contemporanee e i soggetti che li incarnano. È all'interno di questa cornice che prende forma la metafora della savana democratica.
Vi sono epoche in cui le categorie con cui una società interpreta sé stessa smettono improvvisamente di funzionare. Continuano a essere pronunciate, insegnate, celebrate nei discorsi pubblici e nei programmi politici, ma perdono progressivamente la capacità di spiegare la realtà.
È ciò che è accaduto al riformismo occidentale negli ultimi decenni. Nessuna tradizione politica europea ha contribuito quanto esso a costruire le società democratiche del secondo dopoguerra. Nessuna, al tempo stesso, appare oggi così incerta nel definire il proprio ruolo storico.
La sua crisi viene spesso raccontata come una conseguenza inevitabile dei cambiamenti economici, della rivoluzione digitale, della globalizzazione o dell'avvento dei populismi. Sono spiegazioni parzialmente corrette, ma insufficienti. Attribuire la debolezza del riformismo esclusivamente alle trasformazioni esterne significa ignorare una questione più profonda: il riformismo ha smesso di essere ciò che lo aveva reso una forza storica decisiva molto prima che i suoi avversari iniziassero a vincere.
Per comprendere questa metamorfosi può essere utile adottare una lente inconsueta. Negli anni Novanta il politologo Randall Schweller elaborò una classificazione degli attori internazionali che distingueva le grandi potenze conservatrici, gli sfidanti revisionisti, i soggetti deboli e gli opportunisti.
Era una teoria pensata per la geopolitica, ma possiede una sorprendente capacità descrittiva se trasferita dentro le democrazie contemporanee. Leoni, lupi, agnelli e sciacalli non sono soltanto categorie delle relazioni internazionali. Sono diventati, in un certo senso, i protagonisti della politica interna delle società occidentali.
La forza di questa immagine non risiede nel suo carattere zoologico, ma nella sua semplicità. Ogni comunità politica è attraversata da rapporti di forza. Esistono soggetti che definiscono le regole, soggetti che cercano di cambiarle, soggetti che le subiscono e soggetti che prosperano adattandosi ai vincitori.
Per gran parte della propria storia il riformismo è stato una forza capace di scrivere le regole. Oggi appare spesso come una forza che cerca semplicemente di amministrarle. Qui si colloca il nodo centrale della sua crisi.
L'errore più frequente consiste nell'identificare il riformismo con la moderazione. È una lettura retrospettiva che confonde gli effetti con le cause. Le grandi stagioni riformatrici del Novecento non nacquero da una particolare inclinazione alla prudenza. Furono il risultato di una straordinaria ambizione politica.
Le culture socialdemocratiche, laburiste, democratico-sociali e popolari che contribuirono a modellare l'Europa del secondo dopoguerra non si limitarono a correggere il capitalismo. Lo costrinsero a trasformarsi.
Quando oggi si osservano istituzioni come la sanità pubblica, la scuola di massa, i sistemi pensionistici universali, la contrattazione collettiva, le politiche di piena occupazione e la progressività fiscale, si tende a dimenticare quanto fossero radicali nel contesto in cui nacquero. Quelle conquiste non rappresentavano semplici miglioramenti amministrativi. Erano il prodotto di una nuova idea di cittadinanza.
La libertà non poteva essere ridotta alla sola assenza di costrizioni politiche. Doveva comprendere anche la possibilità concreta di vivere una vita dignitosa. L'uguaglianza non significava uniformità, ma riduzione delle disuguaglianze più estreme. Il mercato non doveva essere abolito, ma disciplinato. Lo Stato non doveva sostituirsi alla società, ma proteggerla dagli squilibri che la società stessa produceva.
Questa visione richiedeva una notevole dose di forza politica. Richiedeva partiti radicati, sindacati robusti, organizzazioni intermedie, culture collettive e una diffusa fiducia nella possibilità di orientare il futuro. Soprattutto richiedeva la convinzione che la politica fosse in grado di governare l'economia e non il contrario.
In questa fase storica il riformismo assomigliava a un leone. Non perché detenesse tutto il potere, ma perché possedeva egemonia.
La parola è stata usata così spesso da aver perso parte della propria precisione, ma resta insostituibile. Egemonia significa capacità di definire ciò che una società considera giusto, legittimo e desiderabile. Significa costruire un ordine condiviso. Significa convincere gruppi sociali differenti che il proprio destino può essere migliore all'interno di un progetto comune.
Il welfare europeo non fu soltanto un insieme di politiche pubbliche. Fu un ordine morale. L'idea che chi nasce in una famiglia povera abbia diritto all'istruzione, che una malattia non debba trasformarsi in una condanna economica, che la vecchiaia non possa essere affidata alla sola fortuna individuale, che il lavoro meriti tutela indipendentemente dalla posizione sociale: tutto questo non era naturale.
Divenne naturale perché una cultura politica riuscì a renderlo tale. Il riformismo era forte perché non inseguiva il senso comune. Lo produceva.
Guardando oggi quella stagione si è tentati di attribuirle un carattere inevitabile. In realtà, fu il frutto di circostanze eccezionali: le macerie materiali e morali della guerra, la spinta al compromesso sociale impressa dalla presenza del blocco sovietico, una crescita economica sostenuta e società straordinariamente omogenee. Nessuna epoca dura per sempre.
A partire dagli anni Settanta, le crisi petrolifere e l'internazionalizzazione dei mercati incrostarono quel modello. Si affermò così una nuova ortodossia: il neoliberismo. Interpretato politicamente da Thatcher e Reagan, esso non stravinse soltanto alle urne, ma nella cultura diffuse un'idea radicale: che lo Stato fosse inefficace, le tutele un costo e il mercato l'unico criterio ordinatore della realtà.
Non prometteva un mondo migliore; sosteneva semplicemente l'assenza di alternative.
Il passaggio decisivo si consumò tra il 1989 e il 1991. Il crollo dell'Unione Sovietica generò un corto circuito psicologico: non cadeva solo un sistema autoritario, ma sembrava tramontare l'idea stessa che la politica potesse porre limiti al mercato. Nel timore di restare schiacciati dalle macerie del socialismo reale, molti partiti progressisti intrapresero una rapida conversione.
La Terza Via teorizzata da Giddens e incarnata da Blair e Clinton fu il tentativo più sofisticato di legittimare questo adattamento. L'ambizione dichiarata di conciliare competitività e inclusione si risolse, nei fatti, in una sintesi sbilanciata. La politica smise di interrogarsi sulla distribuzione del potere economico, concentrandosi sulla capacità dei singoli di adeguarsi alle trasformazioni. Il cittadino divenne imprenditore di sé stesso, la sicurezza cedette il passo all'occupabilità, l'uguaglianza alla meritocrazia.
In questo scivolamento teorico, il riformismo ha smesso di porsi la domanda fondamentale: chi beneficia del cambiamento e chi ne paga il costo? Quando quella domanda scompare, il leone si trasforma in sciacallo. Lo sciacallo non detta le regole; sopravvive all'interno di un ordine stabilito da altri.
Per trent'anni il riformismo ha accettato il primato della finanza, interiorizzato il mito della competitività e affidato le scelte di fondo a istituzioni tecniche. Ma mentre i governi progressisti perfezionavano l'amministrazione dell'esistente, la precarietà smetteva di essere un'eccezione per diventare una condizione di massa. La distanza dalla propria base sociale divenne un abisso, e la savana cambiò definitivamente volto.
La trasformazione delle società occidentali negli ultimi quarant'anni può essere raccontata in molti modi. Attraverso i dati sulla distribuzione della ricchezza, attraverso l'evoluzione dei sistemi produttivi, attraverso la rivoluzione digitale o la geografia dei flussi finanziari. Esiste però una prospettiva che consente di coglierne contemporaneamente la dimensione economica, culturale e politica. È quella che osserva il progressivo aumento degli agnelli.
Per lungo tempo il riformismo aveva potuto contare su soggetti sociali relativamente definiti. Operai, impiegati, lavoratori autonomi, professionisti, piccoli imprenditori, insegnanti, funzionari pubblici costituivano mondi distinti ma riconoscibili. Possedevano organizzazioni, linguaggi, riferimenti culturali. Potevano essere rappresentati perché esistevano come comunità.
La globalizzazione non ha soltanto modificato la distribuzione delle risorse. Ha dissolto una parte delle strutture collettive che consentivano agli individui di interpretare la propria condizione. Ha aumentato le opportunità per alcuni e l'incertezza per molti. Ha prodotto ricchezza ma anche frammentazione. Ha reso più fluide le identità e più instabili le appartenenze.
In questo scenario milioni di persone hanno progressivamente perso la sensazione di poter influenzare il proprio destino, non necessariamente sono diventate povere. Molte hanno continuato a vivere in condizioni materiali migliori rispetto alle generazioni precedenti; ciò che è cambiato è stato il loro rapporto con il futuro.
L'ascensore sociale ha rallentato. Il lavoro ha smesso di rappresentare una garanzia. La casa è diventata più difficile da acquistare. Le carriere si sono trasformate in percorsi intermittenti. L'istruzione ha continuato a promettere mobilità sociale senza poterla assicurare con la stessa efficacia del passato. Le crisi economiche hanno mostrato la vulnerabilità di interi segmenti sociali che si consideravano protetti.
Nasce qui la figura contemporanea dell'agnello. Non una categoria economica in senso stretto, ma una condizione esistenziale. L'agnello è colui che percepisce di vivere all'interno di processi che non controlla. È il lavoratore della logistica che dipende da algoritmi invisibili. È il giovane laureato che colleziona contratti temporanei. È il piccolo imprenditore schiacciato dalla competizione globale.
È il dipendente pubblico che assiste al progressivo impoverimento dei servizi che dovrebbe garantire. È il pensionato che vede ridursi il potere d'acquisto. È il cittadino che avverte una crescente distanza tra le decisioni che incidono sulla sua vita e i luoghi nei quali quelle decisioni vengono assunte. La grande novità politica del nostro tempo consiste nel fatto che gli agnelli non rappresentano una minoranza. Sono diventati la maggioranza.
Vi è inoltre un elemento che rende questa trasformazione particolarmente difficile da riconoscere. L'insicurezza contemporanea raramente si presenta nella forma tradizionale della privazione materiale. Più spesso assume la forma dell'incertezza. Non riguarda soltanto ciò che gli individui possiedono, ma ciò che temono di perdere.
Una parte significativa delle società occidentali vive oggi all'interno di una condizione paradossale: dispone di livelli di consumo e di accesso ai beni superiori a quelli delle generazioni precedenti, ma percepisce il proprio futuro come più fragile. La paura della declassazione sociale, dell'obsolescenza professionale, della perdita di status o della riduzione delle opportunità disponibili per i propri figli produce effetti politici non meno rilevanti della povertà.
Quando il futuro smette di apparire come una promessa di progresso e viene percepito come una fonte di rischio, anche le identità collettive si trasformano. Le domande di protezione tendono allora a travalicare la dimensione economica per investire quella culturale, territoriale e simbolica, creando le condizioni entro cui nuove forme di conflitto politico possono emergere e consolidarsi. Eppure continuano a essere percepiti come una somma di fragilità individuali piuttosto che come un soggetto collettivo.
Qui emerge il limite più profondo del riformismo contemporaneo. Mentre il proprio elettorato storico si trasformava, esso continuava a interpretare il cambiamento attraverso categorie sempre meno adeguate. Ha compreso l'importanza dell'innovazione ma ha sottovalutato la domanda di protezione. Ha colto la centralità delle libertà individuali ma ha trascurato il bisogno di sicurezza sociale. Ha investito nella competenza ma ha smarrito il rapporto con l'esperienza concreta dell'insicurezza.
Si è progressivamente concentrato sui segmenti della società che disponevano degli strumenti culturali necessari per trarre vantaggio dalla globalizzazione. Professionisti qualificati, classi urbane istruite, settori legati all'economia della conoscenza sono diventati il suo ambiente naturale. Non vi è nulla di illegittimo in questo spostamento. Il problema nasce quando una forza politica finisce per identificare l'interesse di una parte con l'interesse generale. È in quel momento che la distanza dagli agnelli diventa visibile.
Nelle periferie urbane, nelle province deindustrializzate, nei territori marginalizzati e tra le generazioni più esposte alla precarietà si diffonde allora una sensazione difficile da quantificare ma politicamente potentissima: l'impressione di non essere più visti. La politica non è mai soltanto distribuzione di risorse. È anche riconoscimento.
Le persone desiderano essere rappresentate non solo nei loro interessi ma nella loro esperienza del mondo. Quando questo riconoscimento viene meno, si apre uno spazio che qualcuno inevitabilmente occupa. È lo spazio dei lupi.
I populismi contemporanei vengono spesso descritti come anomalie democratiche. In parte lo sono. Ma sarebbe un errore considerarli semplicemente il prodotto della manipolazione, della disinformazione o dell'irrazionalità collettiva. Essi rappresentano una risposta politica, per quanto spesso distorta, a una domanda reale rimasta senza interlocutori.
La loro forza non risiede nella qualità delle soluzioni proposte. Risiede nella capacità di nominare il conflitto. Mentre il riformismo parlava di adattamento, i populismi parlavano di scontro. Mentre il primo descriveva vincoli, i secondi indicavano responsabili. Mentre il primo invitava alla pazienza, i secondi promettevano rivincita. In un contesto dominato dall'incertezza, questa differenza si è rivelata decisiva.
I lupi non hanno bisogno di avere ragione. Hanno bisogno di apparire combattivi. La loro narrazione si fonda sulla distinzione netta tra amici e nemici. Offrono identità a chi si sente invisibile e appartenenza a chi si percepisce isolato. Trasformano paure diffuse in energie politiche organizzate.
Naturalmente il prezzo può essere elevato. La ricerca di capri espiatori, l'ostilità verso le minoranze, il nazionalismo aggressivo, la semplificazione dei problemi complessi e la tendenza a delegittimare i corpi intermedi rappresentano rischi concreti. Ma questi aspetti, per quanto rilevanti, non spiegano da soli il loro successo. La domanda decisiva è un'altra: perché milioni di persone hanno ritenuto più credibile chi prometteva rotture impossibili rispetto a chi proponeva soluzioni realistiche?
La risposta riguarda il rapporto tra politica e speranza. Per gran parte del Novecento il riformismo è stato una macchina produttrice di futuro. Ha convinto generazioni di cittadini che i sacrifici del presente potessero tradursi in un miglioramento collettivo. Ha offerto una direzione. Ha costruito aspettative.
Negli ultimi decenni questa capacità si è progressivamente indebolita. Le forze riformiste hanno continuato a governare, ma hanno smesso di immaginare. Hanno affinato gli strumenti dell'amministrazione e trascurato quelli della mobilitazione. Hanno sviluppato competenze tecniche sempre più sofisticate ma hanno perso familiarità con il linguaggio del desiderio politico. In questo vuoto si è affermata una convinzione tanto diffusa quanto pericolosa: che la buona politica coincida con la semplice gestione dell'esistente.
È probabilmente qui che si trova la radice ultima della crisi. Le società democratiche possono sopportare sacrifici, conflitti e trasformazioni profonde. Faticano invece a sopportare l'assenza di prospettive. Quando il futuro scompare dall'orizzonte, la paura prende il suo posto. E quando la paura diventa il principale motore della vita pubblica, i lupi trovano un terreno ideale per prosperare.
Il punto, allora, non è come imitare i lupi. È come sottrarre loro il monopolio del cambiamento. Per riuscirci il riformismo deve innanzitutto liberarsi da un equivoco che esso stesso ha contribuito a diffondere: l'idea che conflitto e riforma siano termini incompatibili.
La storia dimostra esattamente il contrario. Le grandi trasformazioni democratiche non sono mai nate dall'assenza di conflitto. Sono nate dalla sua organizzazione. I diritti del lavoro, il suffragio universale, la scuola pubblica, la sanità universale, le politiche redistributive e le tutele sociali furono il risultato di scontri politici e sociali intensi. Le istituzioni democratiche non eliminarono il conflitto. Lo resero compatibile con la convivenza civile. Da questa consapevolezza può nascere ciò che potremmo definire un riformismo conflittuale.
Prima di procedere è però necessario chiarire cosa si intenda per riformismo conflittuale. L'espressione può apparire contraddittoria soltanto se si assume la definizione di riformismo affermatasi negli ultimi decenni, secondo la quale il compito delle forze riformatrici consisterebbe principalmente nel mediare tra interessi diversi e nell'amministrare con prudenza i cambiamenti prodotti dall'economia e dalla tecnologia.
Questa interpretazione identifica il riformismo con la moderazione e la moderazione con la rinuncia al conflitto. La storia racconta qualcosa di diverso. Nella sua tradizione più feconda il riformismo non è mai stato una teoria dell'equilibrio, ma una teoria della trasformazione democratica. La sua peculiarità non consisteva nell'assenza di conflitto, bensì nel rifiuto dell'idea che il conflitto dovesse necessariamente risolversi nella rottura rivoluzionaria o nella distruzione delle istituzioni esistenti.
Il riformismo nasce infatti da una convinzione tanto semplice quanto radicale: le società possono essere profondamente cambiate senza rinunciare alla democrazia liberale, allo Stato di diritto e al pluralismo politico. In questa prospettiva la riforma non rappresenta un compromesso al ribasso rispetto alla trasformazione sociale, ma il metodo attraverso cui la trasformazione diventa stabile e durevole.
Per questa ragione il riformismo storico non si limitò a redistribuire reddito. Redistribuì potere. Estese diritti politici, modificò rapporti economici, ampliò l'accesso all'istruzione, costruì sistemi universali di protezione sociale e rafforzò gli strumenti di rappresentanza collettiva.
Ogni grande riforma democratica produsse inevitabilmente vincitori e perdenti, sostenitori e oppositori. Dietro il linguaggio della mediazione vi era sempre una scelta di campo: ampliare la cittadinanza, riequilibrare rapporti di forza, ridurre forme di subordinazione considerate incompatibili con l'eguaglianza democratica.
Un riformismo conflittuale per il XXI secolo dovrebbe recuperare precisamente questa consapevolezza. Non limitarsi a correggere gli effetti delle disuguaglianze una volta che si sono manifestate, ma interrogarsi sui meccanismi che le producono. Non concepire la politica come semplice adattamento a vincoli esterni, ma come attività collettiva finalizzata a ridefinire quei vincoli.
Non inseguire il conflitto alimentando paure e risentimenti, come fanno spesso i populismi, ma nemmeno negarne l'esistenza in nome di una presunta neutralità tecnica. La sua ambizione dovrebbe essere quella di riportare entro il perimetro della deliberazione democratica questioni che negli ultimi decenni sono state presentate come inevitabili: la distribuzione del potere economico, il controllo delle infrastrutture digitali, l'organizzazione del lavoro, l'accesso alla conoscenza, la proprietà dei dati e le condizioni della sicurezza sociale.
Da questo punto di vista il riformismo conflittuale non rappresenta una rottura con la migliore tradizione riformista del Novecento. Ne costituisce piuttosto un aggiornamento. Se nel secolo scorso la questione centrale era come democratizzare il capitalismo industriale, oggi la sfida consiste nel democratizzare i sistemi economici, finanziari e tecnologici che organizzano la vita delle società contemporanee.
Cambiano gli strumenti, cambiano gli attori e cambiano i terreni dello scontro, ma resta immutata la domanda fondamentale: come trasformare una condizione diffusa di vulnerabilità in una nuova forma di cittadinanza democratica.
La questione decisiva consiste allora nell'individuare dove si collochi oggi il potere che il riformismo dovrebbe contendere. Per gran parte del Novecento la risposta appariva relativamente semplice. Il conflitto attraversava soprattutto il rapporto tra lavoro e capitale all'interno di economie nazionali. Le grandi organizzazioni collettive erano in grado di identificare gli interessi in campo e di trasformarli in rappresentanza politica.
Le società contemporanee presentano una configurazione assai diversa. Il potere non è scomparso; si è disperso, stratificato e sottratto alla visibilità pubblica. Una parte crescente delle condizioni che determinano la vita materiale degli individui viene definita all'interno di sistemi che non coincidono con i luoghi tradizionali della decisione democratica.
Le piattaforme digitali organizzano l'economia, i mercati finanziari vincolano le scelte degli Stati e gli algoritmi stabiliscono opportunità professionali, accesso al credito e reputazione. Non si tratta di processi neutrali ai quali sia possibile soltanto adattarsi: essi hanno creato nuovi leoni.
Questo passaggio non è accidentale. È accaduto perché qualcuno doveva occupare lo spazio lasciato libero. Nello spazio lasciato vuoto dalla rinuncia del riformismo a governare i processi economici — quello stesso passaggio da leone a sciacallo descritto in apertura — altri attori, non elettivi e non responsabili democraticamente, hanno occupato la funzione di scrittura delle regole che il riformismo aveva abbandonato.
Non hanno conquistato quello spazio: lo hanno trovato vuoto. Questi leoni contemporanei sono sistemi transnazionali capaci di coordinare reti, dati e infrastrutture vitali. Sottrarsi alla loro egemonia non significa indulgere in tentazioni luddiste, ma affermare che la tecnologia e i dati sono le nuove grandi questioni di potere del nostro tempo.
La dimensione di questo spostamento non è astratta. Basti considerare che la capitalizzazione di borsa delle prime cinque piattaforme tecnologiche globali supera oggi il PIL della maggior parte degli Stati europei presi singolarmente, e che iniziative come il Digital Markets Act dell'Unione europea nascono proprio dal tentativo, ancora parziale, di riportare sotto controllo democratico poteri che si erano consolidati fuori da ogni mandato elettorale.
Un riformismo conflittuale non può limitarsi a registrare questa realtà o a redistribuire ex post le briciole della crescita: deve tradurla in precisi terreni di scontro e governo politico. Ciò significa contendere il controllo degli algoritmi attraverso una seria regolamentazione del lavoro di piattaforma, sottrarre i dati dei cittadini all'estrazione privatistica per trasformarli in beni pubblici digitali e perseguire un'effettiva sovranità tecnologica europea capace di spezzare i monopoli infrastrutturali.
In assenza di una riflessione sul potere, ogni politica redistributiva rischia di trasformarsi in un'attività riparativa permanente, lasciando intatti i meccanismi che producono le disuguaglianze.
Riconquistare il controllo su poteri così sfuggenti richiede tuttavia di superare l'illusione che lo Stato-nazione possa fare tutto da solo, agendo invece su una molteplicità di livelli coordinati: in primo luogo, valorizzando il livello sovranazionale, a partire dall'Unione europea, come l'unico piano d'altezza in grado di imporre standard vincolanti, tassazione sulle rendite digitali e sanzioni antitrust efficaci contro i colossi globali; in secondo luogo, trasformando la regolazione tecnica in deliberazione democratica, dall'obbligo di trasparenza e audit pubblico sugli algoritmi proprietari alla condizionalità sociale e ambientale sugli investimenti finanziari; infine, riscoprendo la dimensione locale e municipale, dove il potere torna a farsi visibile, contendibile e direttamente ingaggiabile dai cittadini.
Questi tre piani non sono alternativi, ma si trovano in un rapporto di reciproca necessità che ha però un punto di partenza preciso. È il livello municipale quello in cui il conflitto torna oggi visibile e agibile nell'immediato, perché è lì che i cittadini possono ancora vedere chi decide e contendere quelle decisioni senza attendere trattati o maggioranze parlamentari sovranazionali.
Ma le vittorie locali restano fragili se non trovano nel livello sovranazionale la condizione che le rende permanenti: regole vincolanti, capaci di impedire che un potere finanziario o tecnologico sconfitto in un territorio si limiti a spostarsi altrove. La deliberazione democratica sulla regolazione tecnica è il tessuto che collega i due piani, traducendo il consenso conquistato localmente in norme che nessun singolo territorio potrebbe imporre da solo.
Il compito di un nuovo riformismo non consiste dunque nel difendere l'esistente contro le pulsioni distruttive dei populismi, né nell'inseguire queste ultime sul terreno della rabbia. Consiste nel ricostruire una capacità di governo dei processi che hanno progressivamente eroso la sovranità democratica delle società contemporanee.
La domanda fondamentale non è quanto Stato o quanto mercato, secondo una contrapposizione ereditata dal Novecento. La domanda riguarda chi decide le regole entro cui Stato e mercato operano e nell'interesse di quali gruppi sociali esse vengono definite. È attorno a questa questione che si giocherà la possibilità di una nuova stagione riformatrice.
Non è un caso che il livello da cui partire, quello municipale appena richiamato, sia esattamente il terreno su cui si muovono i segnali più interessanti degli ultimi anni, gli stessi già incontrati in apertura di queste pagine. Nella griglia qui proposta, Burnham e Mamdani non sono ancora leoni: non dispongono di egemonia, ma di consenso locale e di un'insoddisfazione diffusa che hanno saputo dare voce a un linguaggio.
Sono piuttosto il segnale che gli agnelli, quando trovano chi li nomina, possono trasformarsi in soggetto politico prima ancora di diventare maggioranza di governo. Il loro valore non sta nel programma, ancora acerbo e da verificare nel tempo, ma nel dimostrare che il vuoto lasciato dal riformismo amministrativo può essere colmato da dentro la tradizione riformista stessa, e non soltanto dai lupi.
In entrambi i casi ciò che colpisce non è tanto il contenuto delle singole proposte, destinate inevitabilmente a essere adattate ai rispettivi contesti nazionali, quanto il metodo politico che esse suggeriscono. Il conflitto non viene negato né delegato agli estremismi. Viene riportato al centro dell'azione democratica, e riportato precisamente al livello, quello municipale, in cui la contesa è oggi più immediatamente agibile.
È precisamente qui che il riformismo conflittuale trova la propria ragion d'essere. Non nella promessa di una rottura rivoluzionaria, ma nella capacità di individuare nuovi terreni di contendibilità democratica. Non nell'illusione di eliminare il conflitto, ma nella volontà di orientarlo verso obiettivi di maggiore uguaglianza, maggiore partecipazione e maggiore controllo collettivo sui processi che determinano la vita delle persone.
Se il vecchio riformismo aveva progressivamente accettato l'idea che il proprio compito consistesse nel mitigare gli effetti delle trasformazioni prodotte da altri, queste nuove esperienze sembrano suggerire una prospettiva differente: tornare a intervenire sulle cause, contendendo il potere là dove esso si concentra e ricostruendo attorno a questa ambizione una nuova maggioranza democratica.
Queste esperienze sono ancora troppo recenti per essere considerate un modello compiuto, ma segnalano una direzione politica che merita attenzione. Se esse rappresentino l'inizio di una nuova stagione riformista dipenderà dalla loro capacità di trasformare intuizioni elettorali in un progetto storico più ampio.
Una simile prospettiva richiede innanzitutto un cambiamento di postura intellettuale prima ancora che programmatica. Per troppo tempo una parte rilevante del riformismo ha interpretato il proprio compito come la gestione razionale di processi considerati sostanzialmente irreversibili. Ha cercato di attenuarne gli effetti più problematici senza interrogarsi fino in fondo sulle condizioni che li producevano.
Ha finito così per identificare il realismo con l'adattamento e la responsabilità con l'accettazione dei vincoli esistenti. Eppure nessuna delle grandi stagioni riformatrici della storia europea nacque da una simile disposizione. Esse furono possibili perché alcune forze politiche riuscirono a mettere in discussione ciò che appariva inevitabile, trasformando limiti apparentemente naturali in oggetto di deliberazione democratica.
La crisi contemporanea del riformismo deriva in larga misura dall'avere progressivamente smarrito questa ambizione. Non la capacità di governare, che rimane una delle sue risorse più preziose, ma la capacità di orientare.
Le democrazie del XXI secolo continuano ad avere bisogno di istituzioni solide, competenze amministrative, equilibrio tra libertà individuali e coesione sociale. Continuano ad avere bisogno di quella cultura della responsabilità che il riformismo ha spesso incarnato nelle sue stagioni migliori. Ciò che appare insufficiente è l'idea che tali qualità possano bastare in una fase storica caratterizzata da trasformazioni economiche, tecnologiche e geopolitiche di portata sistemica.
Le grandi questioni del nostro tempo non pongono infatti soltanto problemi di efficienza amministrativa. Sollevano interrogativi che riguardano la natura stessa del potere nelle società democratiche. Chi controlla le infrastrutture digitali attraverso cui circolano informazioni, relazioni economiche e opportunità professionali? Chi orienta gli investimenti che determineranno la struttura produttiva dei prossimi decenni? Chi dispone della capacità di organizzare il lavoro, raccogliere dati, influenzare aspettative collettive e definire le condizioni dell'innovazione?
In misura crescente il futuro delle democrazie dipenderà dalle risposte offerte a queste domande.
Per questa ragione il problema che il riformismo è chiamato ad affrontare non consiste semplicemente nel recuperare consenso elettorale o nel ricostruire antiche coalizioni sociali. Consiste nel tornare a esercitare una funzione storica di interpretazione del cambiamento.
Ogni tradizione politica conserva infatti la propria rilevanza soltanto finché riesce a descrivere il mondo emergente meglio dei propri avversari. Quando perde questa capacità, continua a esistere come organizzazione, come memoria e perfino come forza di governo, ma smette progressivamente di rappresentare un orizzonte collettivo.
La posta in gioco, tuttavia, è più ampia del destino di una singola tradizione politica. Ogni grande stagione democratica si è affermata quando è riuscita a trasformare una condizione diffusa di vulnerabilità in una forma di cittadinanza. Il liberalismo fece emergere il cittadino dall'universo delle gerarchie ereditarie. I movimenti democratici ampliarono progressivamente l'accesso ai diritti politici.
Il riformismo del Novecento costruì istituzioni capaci di proteggere gli individui dai rischi prodotti dall'industrializzazione e dalle crisi del mercato. Ognuna di queste trasformazioni nacque dalla capacità di riconoscere un nuovo soggetto storico prima che esso fosse pienamente visibile.
La questione che attraversa le democrazie contemporanee riguarda precisamente l'individuazione di questo soggetto. Per decenni il dibattito pubblico ha continuato a ragionare come se le categorie sociali del secolo scorso fossero ancora sufficienti a descrivere la realtà.
Nel frattempo si è formata una vasta maggioranza composta da individui differenti per reddito, istruzione, professione e stile di vita, ma accomunati da una medesima esperienza di esposizione all'incertezza. È la condizione che nel corso di queste pagine abbiamo associato alla figura dell'agnello. Non una classe nel senso tradizionale del termine. Non una comunità già organizzata. Piuttosto una pluralità di soggetti che condividono la percezione di dipendere da processi che non controllano e da decisioni alle quali partecipano sempre meno.
La forza dei populismi deriva in larga misura dall'avere compreso questa trasformazione prima dei loro avversari. La loro debolezza consiste nell'incapacità di offrirle una traduzione istituzionale duratura. Essi interpretano il disagio ma raramente riescono a governarne le cause.
Per questa ragione il conflitto politico del XXI secolo non opporrà semplicemente destra e sinistra, apertura e chiusura, globalismo e sovranismo. La linea di frattura più profonda tenderà progressivamente a passare tra coloro che intendono ricondurre i grandi processi economici e tecnologici entro forme di controllo democratico e coloro che continueranno a considerarli sostanzialmente inevitabili.
In questo quadro il futuro del riformismo dipenderà dalla sua capacità di riconoscere che la domanda fondamentale del nostro tempo non riguarda la conservazione di un ordine esistente, ma la costruzione di un nuovo equilibrio tra potere e cittadinanza. Se saprà assumere questo compito, potrà tornare a essere una forza storica. Se non saprà farlo, altre culture politiche occuperanno quello spazio, come è sempre accaduto quando una tradizione smette di comprendere la società che pretende di rappresentare.
Le epoche non si distinguono soltanto per i problemi che affrontano, ma per le parole attraverso cui imparano a descriverli. Il Novecento democratico trovò le proprie nelle idee di lavoro, welfare, rappresentanza e mobilità sociale. Il lessico del XXI secolo è ancora in formazione.
È possibile che la storia del riformismo dipenda, prima ancora che dalla sua capacità di vincere elezioni o costruire governi, dalla sua capacità di dare un nome politico alla condizione degli agnelli e di trasformarla in un progetto collettivo. Se vi riuscirà, la metafora della savana potrà forse perdere la propria attualità. Se non vi riuscirà, continueremo ad assistere alla competizione tra chi promette di amministrare processi che dichiara inevitabili e chi promette di distruggerli senza essere in grado di sostituirli. Ed è difficile immaginare una prospettiva più fragile per le democrazie del nostro tempo.
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