La Sassonia-Anhalt e il nuovo volto della destra radicale europea
Il successo dell’AfD nasce da fratture sociali profonde, sfiducia nelle istituzioni e crisi della rappresentanza. Ma sullo sfondo pesa anche la capacità della propaganda russa di inserirsi nei vuoti lasciati dalla politica e dall’informazione locale.

ANSA
Il 6 settembre 2026 l'Alternative für Deutschland ha vinto le elezioni regionali della Sassonia-Anhalt con il 43,9 per cento dei voti e 39 seggi su 83, contro il 17,2 della CDU, in un testa a testa che lascia il Landtag diviso fra l'AfD, un blocco CDU-SPD-Verdi-Linke fermo esattamente agli stessi 39 seggi, e i cinque deputati del BSW di Sahra Wagenknecht, ago di una bilancia che per ora non pende da nessuna parte. Non è, come si è scritto nelle prime ore, il primo caso di un partito di estrema destra primo in un Land tedesco dal dopoguerra — quel primato appartiene alla Turingia, dove nel settembre 2024 l'AfD si era fermata al 32,8 per cento — ma è il margine più ampio mai registrato, in un Land che nel 2024 era ancora saldamente CDU e che due anni prima, nella vicina Sassonia, aveva visto l'AfD fermarsi seconda al 30,6 per cento dietro la CDU al 31,9. È la differenza fra un episodio e una traiettoria, ed è bene ricordare che la Germania dell'Est non vota in modo uniforme: la febbre è comune, ma la temperatura cambia da Land a Land. Per la politica tedesca l'effetto di questo voto è paragonabile a quello che avrebbe, sulla politica italiana, un'affermazione elettorale di pari portata del generale Roberto Vannacci, di cui si dirà più avanti: lo stesso smottamento dei partiti tradizionali, la stessa sensazione che un argine ritenuto solido possa cedere in tempi rapidi.
Le radici nella DDR e i loro limiti
Perché, allora, in territori come questi il voto popolare premia in modo sempre più netto una proposta politica di destra radicale? La spiegazione più diffusa nella pubblicistica tedesca chiama in causa l'eredità della DDR: una società cresciuta sotto un regime che si autodefiniva antifascista e che scaricava sulla sola Germania occidentale la colpa storica del nazismo, risparmiando ai propri cittadini l'esame di coscienza collettivo compiuto a Ovest; una cultura della partecipazione politica che passava non attraverso i partiti ma attraverso grandi mobilitazioni di piazza nei momenti di crisi, sul modello delle Montagsdemonstrationen che portarono alla caduta del Muro, e che l'AfD ha saputo reincarnare come protesta contro il sistema; un rapporto con lo Stato abituato, sotto il paternalismo sovietico, a scambiare protezione sociale con sottomissione politica, e rimasto ferito dal trauma della riunificazione, vissuta da larga parte della popolazione dell'Est come una svalutazione imposta da Bonn del proprio percorso di vita.
È una lettura utile, ma va maneggiata con qualche cautela in più di quanta se ne trovi solitamente. Non è un consenso scientifico compatto: nella letteratura sulla trasformazione della Germania orientale pesano altrettanto, se non di più, fattori materiali che poco hanno a che fare con l'ideologia della DDR in sé. Lo spopolamento giovanile e femminile di intere regioni dell'Est dagli anni Novanta, la svalutazione del tessuto industriale seguita alle privatizzazioni della Treuhand, la percezione diffusa di essere cittadini di serie B in una Germania riunificata ma governata da classi dirigenti quasi interamente occidentali, il vuoto lasciato da una stampa locale sempre più debole: sono tutti elementi che spiegano il voto AfD altrettanto bene quanto l'eredità psicologica del regime a partito unico, e che a differenza di quest'ultima chiamano in causa scelte politiche degli ultimi trent'anni, non solo un retaggio del passato.
Una crisi della modernità: Bauman, Habermas, Morin e Beck
Su un piano più ampio, la sociologia europea degli ultimi decenni offre chiavi di lettura che aiutano a collocare l'AfD dentro una crisi strutturale della modernità occidentale piuttosto che dentro una parentesi ideologica isolata. È il passaggio dalla modernità solida — fatta di istituzioni e certezze durature — a una modernità liquida in cui tutto è precario e affidato alla responsabilità del singolo che ha descritto Zygmunt Bauman, nel suo testamento intellettuale Retrotopia. Non potendo più proiettare un'utopia di progresso in un futuro percepito come minaccioso, le società occidentali regrediscono verso un passato idealizzato — la nazione protettiva, i confini chiusi, la comunità omogenea — offrendo alla paura la scorciatoia a basso costo esistenziale della divisione fra un «noi» puro e minacciato e un «loro» da tenere fuori dai confini. La disconnessione fra processi economici globalizzati e capacità della politica democratica nazionale di governarli è il secondo fattore di cambiamento profondo tra il cittadino e la sua rappresentanza politica. Lo spiega bene proprio il filosofo marxista tedesco Jürgen Habermas: quando i cittadini avvertono che le decisioni reali si prendono altrove — nei mercati finanziari, nelle tecnocrazie sovranazionali — il voto perde di significato, e la reazione più immediata è rifugiarsi nell'appartenenza nazionale come unica àncora di sovranità rimasta. Edgar Morin ha letto lo stesso fenomeno come il fallimento di un'integrazione europea costruita quasi solo come mercato e moneta, mai come comunità di cultura e di destino: di fronte alle grandi crisi sistemiche — finanziarie, migratorie, pandemiche — l'assenza di una solidarietà concreta fa saltare i legami transnazionali e riporta alla superficie il ripiegamento localistico, la semplificazione del mondo complesso nel capro espiatorio dello straniero.
È forse Ulrich Beck, il sociologo tedesco che negli anni Ottanta aveva teorizzato la «società del rischio», a offrire nel suo libro postumo La metamorfosi del mondo, pubblicato nel 2016, la chiave più utile per leggere la Sassonia-Anhalt. Beck distingue la metamorfosi dal semplice cambiamento o dalla crisi passeggera: è un mutamento radicale della natura stessa dell'esistenza, in cui ciò che ieri era inconcepibile — il ritorno di confini armati in Europa, la normalizzazione di un governo di estrema destra in un Land tedesco — diventa la nuova realtà quasi senza che ce ne accorgiamo. I problemi del nostro tempo, dal clima alle migrazioni ai mercati finanziari, sono per definizione globali, il che significa che lo Stato-nazione ha perso il suo ruolo di asse esclusivo del mondo; chi continua a pensare la nazione o l'etnia come unica stella fissa attorno a cui far ruotare la realtà soffre, nella metafora di Beck, della cecità del bruco chiuso nel bozzolo che non riesce a concepire la farfalla. Di fronte alla vertigine di un mondo già interconnesso, la disperazione spinge a rifugiarsi nel nazionalismo, illudendosi di poter fermare la metamorfosi richiudendo le porte di casa: i populismi di destra prosperano intercettando gli effetti collaterali di questa esposizione permanente al rischio globale e trasformandoli in odio per il diverso e in culto della sovranità nazionale.
Applicate al caso concreto, queste letture convergono su un punto: il successo dell'AfD in Sassonia-Anhalt non va spiegato come una vittoria ideologica consapevole, ma come sintomo di una crisi di status e di senso che attraversa ceti medi e popolari impoveriti dalla modernizzazione liquida: la paura del declassamento, il rigetto di élite percepite come lontane e cosmopolite, la ricerca di un ordine autoritario che prometta confini certi e gerarchie chiare. È, per usare le parole di questi autori, la vendetta del locale contro il globale — la tentazione di chiudere le persiane di fronte a un mondo che si è già reso irreversibilmente interconnesso, usando gli strumenti della democrazia per smontarla dall'interno.
Le analogie europee: da Le Pen a Vannacci
Prima di entrare nel merito delle cause, bisogna collocare il caso tedesco nel quadro più ampio dei partiti populisti delle destre europee, che condividono tutti, guarda caso, posizioni favorevoli a Mosca. Sono analogie relative, che vanno prese con le pinze, perché contesti nazionali e gradi di prossimità al Cremlino sono diversi da caso a caso. Il Rassemblement National di Marine Le Pen contrasse nel 2014 un prestito da 9,4 milioni di euro presso una banca ceco-russa vicina al Cremlino, la First Czech Russian Bank, che ha pesato sulla sua credibilità per un decennio prima di essere restituito integralmente nel 2023, mentre il partito ha ripetutamente messo in discussione le sanzioni contro Mosca. Il Fidesz di Viktor Orbán ha fatto della prosecuzione dei rapporti energetici con la Russia e dell'ostruzione degli aiuti europei a Kiev un tratto identitario della propria politica estera. Sono percorsi diversi fra loro e diversi da quello dell'AfD, ma condividono con essa un nucleo comune: opposizione all'invio di armi all'Ucraina, richiesta di un riavvicinamento a Mosca, insofferenza verso le istituzioni sovranazionali. In Italia il caso più eclatante è quello del generale Roberto Vannacci, che nel febbraio 2026 ha fondato Futuro Nazionale, il cui programma propone il ripristino dei rapporti economici con la Federazione russa, si oppone alle sanzioni e alla prosecuzione degli aiuti militari a Kiev, e non esclude una revisione degli accordi internazionali dell'Italia. Vannacci era stato addetto militare italiano a Mosca nel 2021 e, poco prima dell'invasione, escludeva pubblicamente un attacco russo; a guerra iniziata dichiarò che le truppe di Putin sarebbero entrate a Kiev «come un coltello nel burro».
Come per l'AfD, anche in questo caso le prove pubbliche non consentono di parlare di un legame organico con il Cremlino: si può documentare una convergenza di posizioni — meno sanzioni, meno armi a Kiev, più commercio con la Russia, insofferenza verso NATO e Unione europea — non un'eterodirezione. Ma è proprio questa convergenza, ripetuta in Paesi e contesti diversi, che aiuta a leggere il voto della Sassonia-Anhalt non come un caso isolato, bensì come la punta più avanzata di una tendenza che attraversa l'intero continente.
Il vuoto informativo e la guerra cognitiva russa
Dalla riunificazione in avanti le redazioni regionali dell'Est si sono ridotte per consolidamenti editoriali, tagli di organico e chiusura di testate, lasciando intere aree prive di un giornalismo di prossimità capace di verificare le notizie locali e di fare da filtro rispetto alle narrazioni esterne. In quello spazio libero non si sono insediati i partiti né i media tradizionali, ma un ecosistema fatto di canali Telegram, profili X e YouTube gestiti da influencer politici, contenuti generati o assistiti da intelligenza artificiale e reti di account coordinati che si spacciano per cittadini comuni: un impasto in cui diventa sempre più difficile distinguere l'opinione spontanea dall'operazione pianificata. Su questo terreno opera da anni Doppelgänger, la campagna di influenza russa individuata per la prima volta nel 2022 dall'EU DisinfoLab e riconducibile alla Social Design Agency, società legata al ministero della Difesa russo e, secondo le ricostruzioni del centro investigativo tedesco Correctiv e delle autorità statunitensi, a un'unità dei servizi militari specializzata in operazioni psicologiche, la GRU 54777: clona i siti di testate tedesche affidabili, li popola di articoli falsi e li fa amplificare da profili fittizi e da influencer pagati, al punto che nel settembre 2024 il Dipartimento di Giustizia americano ha sequestrato trentadue domini riconducibili all'operazione. Il centro tedesco di monitoraggio CeMAS ne ha rilevato una nuova ondata proprio in vista delle elezioni federali del febbraio 2025, con centinaia di contenuti su X costruiti per sostenere l'AfD e delegittimare i suoi avversari. Nella stessa campagna elettorale in Sassonia-Anhalt appena conclusa, un'analisi indipendente di oltre settemilaseicento post su X ha rilevato uno squilibrio netto a favore dell'AfD, che raccoglieva il 69,3 per cento degli endorsement espliciti contro il 30,7 per cento di tutti gli altri partiti messi insieme, con i temi di politica estera — la guerra in Ucraina, i rapporti con la Russia — sovrarappresentati rispetto ai contenuti di governo locale: uno dei filoni più diffusi presentava un episodio di droni avvenuto fra Lipsia e Halle come una «bandiera falsa» orchestrata per impedire un governo AfD, narrazione poi smentita dalle stesse autorità tedesche, che fra il 1° e il 2 settembre 2026 hanno attribuito l'episodio alla Russia. Allo stato delle prove pubbliche non si può affermare che Mosca finanzi direttamente l'AfD; esistono però tentativi documentati di influenza attraverso politici, media e reti sociali, e la loro efficacia non è uniforme sul territorio: cresce esattamente dove il giornalismo locale si è ritirato, perché lì l'elettore non ha più un punto di riferimento capace di confrontare la narrazione con i fatti prima del voto.
Che questo vuoto informativo possa tradursi in un risultato elettorale concreto non è un'ipotesi astratta: lo dimostra il caso della Romania, l'unico finora in cui un'interferenza russa di questo tipo è stata certificata al punto da far annullare un'elezione in un Paese dell'Unione europea. Nel novembre 2024 il candidato indipendente Călin Georgescu, fino ad allora pressoché sconosciuto e più volte definito il cavallo di Troia russo nel Paese, vinse a sorpresa il primo turno delle presidenziali con oltre il 22 per cento dei voti, grazie a una campagna costruita quasi interamente sui social — soprattutto TikTok — con temi identici a quelli che oggi alimentano l'AfD in Sassonia-Anhalt: sovranità nazionale, antielitarismo, insofferenza verso l'Unione europea. La stessa TikTok ha poi ammesso, in un rapporto ufficiale sulla disinformazione, di aver smantellato sei reti di operazioni di influenza nascoste che avevano preso di mira gli utenti rumeni a favore di Georgescu, la più grande delle quali contava oltre 27.000 account falsi; sulla base di documenti d'intelligence declassificati che indicavano un'«azione ibrida aggressiva» della Russia, la Corte costituzionale rumena annullò l'intero primo turno il 6 dicembre 2024, appena due giorni prima del ballottaggio. Lo scandalo travolse poi lo stesso Georgescu, escluso dalla ripetizione del voto nel marzo 2025 e indagato per sei capi d'imputazione, fra cui l'appartenenza a un'organizzazione antisemita e la falsa dichiarazione dei finanziamenti elettorali. È lo stesso schema — vuoto di rappresentanza locale, narrazione sovranista amplificata da reti social coordinate, convergenza con gli interessi di Mosca — che ritroviamo, in scala e con esiti diversi, sia nella Sassonia-Anhalt sia nell'area di consenso che in Italia si raccoglie oggi attorno a Vannacci.
Le affinità con il putinismo e il programma dell'AfD
Resta comunque significativo che su questo sostrato attecchiscano temi e stilemi che dialogano apertamente con il modello putiniano. Il conservatorismo tradizionalista e antioccidentale che la Russia di Putin propone su scala globale come argine ai diritti civili e al secolarismo trova in queste aree un terreno favorevole, dove il rifiuto del liberalismo progressista si salda a una visione gerarchica della società. La concezione organica del popolo, inteso non come pluralità di interessi da mediare attraverso istituzioni e corpi intermedi ma come volontà unitaria di una maggioranza autentica contro élite corrotte, è un tratto comune alla retorica dell'AfD e alla propaganda del Cremlino. Lo stesso vale per la nostalgia di una sovranità ordinata garantita da una leadership decisionista, e per la simpatia verso Mosca come alternativa geopolitica all'egemonia culturale e militare di Stati Uniti e Unione Europea, sentita da una parte dell'elettorato dell'Est che non ha mai sviluppato un radicato atlantismo. Su questo terreno il programma dell'AfD è oggi coerente ed esplicito: confini blindati e stop ai fondi per i richiedenti asilo, revisione del diritto costituzionale d'asilo, la controversa proposta della «remigrazione» anche per i migranti regolari ritenuti non integrati, opposizione netta all'invio di armi a Kiev e alle sanzioni contro Mosca, contrarietà al Green Deal e alle politiche di transizione energetica, battaglia culturale contro il linguaggio inclusivo e i diritti LGBTQ+, e in alcune correnti interne un atteggiamento apertamente insofferente verso la cultura tedesca della memoria, bollata come Schuldkult, il culto della colpa.
Dall'ordoliberalismo al nazionalismo identitario
Sul piano economico l'AfD conserva tracce della sua origine ordoliberale: è nata nel 2013 per iniziativa di economisti come Bernd Lucke, critici dei salvataggi dell'Eurozona più che nazionalisti identitari. Ma quella componente è oggi minoritaria fino quasi a essere scomparsa: lo stesso Lucke lasciò il partito nel 2015, in rotta con l'ala nazional-conservativa che nel frattempo ne aveva preso il controllo. Ciò che resta della retorica liberista — tagli fiscali, deregolamentazione, ostilità alla spesa pubblica — non serve più un progetto di libertà individuale universale, ma viene subordinato all'interesse del Volk inteso in senso etnico-culturale: è la logica del welfare chauvinism, il chauvinismo sociale per cui protezione e sussidi devono restare riservati ai cittadini tedeschi «di sangue» o pienamente assimilati, mentre lo Stato viene invocato con forza autoritaria proprio nei campi — sicurezza, confini, controllo dei programmi scolastici — da cui a parole si dice di volerlo allontanare. È un ibrido, non una destra liberale in senso classico: usa il lessico del libero mercato per intercettare il malcontento del ceto medio impoverito, ma lo piega a un progetto etnonazionalista distante sia dal liberalismo politico sia dal dirigismo totalitario del Novecento, pur condividendone l'intolleranza identitaria di fondo.
Che cosa può arginare la deriva
Che cosa può realisticamente arginare questa deriva? Difficilmente basterà il solo Brandmauer, il cordone sanitario che gli altri partiti mantengono formalmente in Sassonia-Anhalt: è una barriera necessaria contro l'ingresso al governo, ma da sola non intacca il consenso sociale che la alimenta, e anzi rischia di confermare la narrazione dell'AfD come unica vera opposizione a un establishment percepito come autoreferenziale. Il nodo va affrontato più a monte, sul terreno materiale prima ancora che su quello identitario: investimenti industriali e infrastrutturali capaci di invertire lo spopolamento e la marginalizzazione economica di intere aree dell'Est, politiche abitative e di welfare locale che restituiscano un orizzonte di vita a chi oggi emigra verso Ovest, un ricambio delle classi dirigenti regionali che apra spazio a una rappresentanza realmente radicata nei territori e non percepita come calata da Berlino o da Bruxelles. Sul piano culturale, occorre sottrarre all'AfD il monopolio della domanda di sicurezza e di controllo dei flussi migratori affrontandola con proposte concrete anziché con la sola condanna morale, che si è già dimostrata inefficace e che anzi rafforza il senso di estraneità di chi si sente trattato da elettore irrecuperabile prima ancora che da cittadino con un problema reale da risolvere. E infine serve un investimento serio sull'ecosistema informativo locale, oggi troppo debole per contrastare la capacità dell'AfD di occupare gli spazi digitali e di piazza lasciati vuoti dai partiti tradizionali: senza una presenza organizzata sul territorio, capace di parlare a chi oggi si sente ignorato, nessun argine istituzionale reggerà a lungo. La Sassonia-Anhalt non è un'anomalia locale: è la misura di quanto tempo sia rimasto per intervenire prima che lo stesso schema si ripeta, con esiti anche più gravi, nelle prossime tornate elettorali tedesche.
Il ragionamento vale, con gli opportuni distinguo, anche oltre i confini tedeschi. Se il consenso di AfD, Rassemblement National, Fidesz e, in Italia, dell'area di Vannacci condivide una convergenza di posizioni funzionali agli interessi di Mosca, e se quella convergenza trova terreno fertile proprio dove il vuoto informativo locale si somma alla sfiducia verso le istituzioni, allora l'argine non può essere soltanto nazionale. Servirebbe anzitutto un sistema europeo di allerta rapida sulle operazioni di influenza coordinate — sul modello di quanto fatto, sia pure tardivamente, dalle autorità rumene e tedesche — capace di incrociare in tempo reale i dati di piattaforme come TikTok, X e Telegram con le valutazioni dei servizi di intelligence nazionali, invece di scoprire l'entità dell'ingerenza solo a urne chiuse. Servirebbe una trasparenza obbligatoria e uniforme sul finanziamento delle campagne pubblicitarie politiche sui social e sulla rete di influencer che le veicolano, oggi in gran parte opaca anche dove esistono norme consolidate sulla trasparenza elettorale tradizionale. E servirebbe, soprattutto, un investimento comune nel giornalismo locale e nell'alfabetizzazione informativa, perché la vulnerabilità della Sassonia-Anhalt, della Romania e delle periferie italiane che oggi guardano a Vannacci non nasce dalla propaganda in sé, ma dal vuoto che quella propaganda trova già pronto ad accoglierla. Fino a quando quel vuoto non sarà colmato, ogni nuova campagna elettorale europea offrirà a Mosca lo stesso varco che ha già sfruttato a Magdeburgo come a Bucarest.
Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa
Abbonati