La rivolta che non abbiamo visto arrivare
Dalle periferie alle proteste europee, una generazione cerca riscatto senza rappresentanza. Per il centrosinistra, condannare la violenza non basta.

Archivio Rinascita
Le manifestazioni che attraversano l’Europa sono arrivate anche nel nostro Paese: Milano, Torino, Roma, Bologna hanno segnato profondamente il dibattito pubblico. Il governo, la destra con i suoi quotidiani stanno martellando contro il teppismo politico delle piazze e accusano la sinistra di non condannare la violenza. Cosa diranno nei prossimi giorni quando i principali servizi pubblici, dalle autostrade agli aeroporti, saranno bloccati da una protesta contro il carovita e il caro energia, incrinando quel blocco sociale che era stato negli ultimi anni serbatoio elettorale dei sovranisti e della destra? In realtà proteste differenti sia per i protagonisti che per gli obiettivi ma capaci di spiazzare politica e partiti e generare dal basso cambiamenti strutturali.
La sinistra politica, anziché analizzare e spiegare le nuove forme di conflitto generazionale e sociale, rincorre la destra nel condannare la violenza e si perde in inutili distinguo tra buoni e cattivi, tra presunti infiltrati e manifestazioni pacifiche. La realtà è ben diversa in piazza Duomo a Milano come a Parigi o Madrid. C’è un pezzo di generazione, socialmente e mediaticamente invisibile, che ha deciso di trasformare la propria subalternità alla società dei consumi e al potere di TikTok in protesta di piazza ribaltando il tavolo e rompendo la gabbia delle proprie compatibilità. Generazione senza futuro non solo economico e sociale ma anche consapevole che la guerra da una parte, la crisi climatica dall’altra mettono in discussione la propria stessa sopravvivenza fisica e biologica.
Lo fa senza ideologia e senza rappresentanza politica: anzi la detesta perché nella migliore delle ipotesi la percepisce lontana e distratta dal chiacchiericcio social della politica ma spesso, come accaduto in Spagna con il socialista Sánchez, addirittura avversa. Non bisogna sottovalutare che Milano, Bologna, Torino, cioè le città del nord governate da sindaci di centrosinistra, sono quelle dove in modo più radicale queste manifestazioni si sono rappresentate. La buona amministrazione di centrosinistra non solo non basta più ma addirittura è percepita come parte del problema di una politica condizionata e subalterna ai grandi fondi finanziari che nella sostanza espelle giovani e meno giovani. Dopo il populismo e il sovranismo di destra si affaccia ora un protagonismo sociale dal basso, egualitario e internazionalista: popolare perché parte dalle condizioni materiali di vita, di studio, di lavoro. Non c’è distinzione tra la condizione del figlio di seconda e terza generazione di migranti e quella del figlio dell’insegnante e del ceto medio impoverito ricacciato nelle periferie metropolitane con un ascensore sociale in caduta libera verso il basso.
Diciamoci la verità: sono figli di una sinistra che non c’è, non li rappresenta e che al massimo, quando le loro manifestazioni sono pacifiche, le prova a strumentalizzare per coprire il proprio vuoto di rappresentanza sociale. Analisi dura e forse anche un po’ provocatoria che però ci riguarda tutti se vogliamo provare a dare un senso a quello che accade. E riguarderà anche la capacità di costruire una prospettiva politica a questa ribellione in atto sporcandosi le mani con il movimento reale di uomini e donne che materialmente sta rompendo dal basso le politiche di diseguaglianza imposte dalla destra al governo ma anche da questa Europa che dopo aver tradito il sogno della generazione Erasmus ora appare impegnata a costruire, anche attraverso il riarmo, un modello militarista e autoritario sia al proprio interno che nella proiezione esterna. La sinistra che c’è non basta più a se stessa e il solo richiamo al pericolo fascista non è sufficiente a riscattarla da questa sua debolezza.
Oltre e dopo le primarie (a proposito, che si aspetta a indicare regole e date certe?), oltre alla messianica discussione e attesa del programma, mi sembrano esserci anche e soprattutto queste domande e necessità di indagare e rappresentare questo conflitto sociale che si è aperto in Europa. Cosa necessaria anche in una prospettiva di governo del campo progressista. A proposito, non dimentichiamo la storia dei rapporti tra movimenti passati e sinistra politica. Prima della repressione «cilena» a Genova 2001 c’era stata quella altrettanto disastrosa gestione del summit di Napoli qualche mese prima (Governo D’Alema): lì si costruì la sconfitta e la repressione del movimento no global. E quella storia ci parla ancora oggi sul perché la destra ha potuto aprire un ciclo egemonico ben prima della sua ascesa al governo.
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