La riforma degli istituti tecnici: la scuola tra Costituzione e mercato

Dal modello gerarchico di Gentile alla filiera tecnico-professionale del PNRR: la riduzione a quattro anni e il rafforzamento degli ITS riaprono il nodo irrisolto del rapporto tra istruzione, uguaglianza sociale e mercato del lavoro.

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ANSA

La recente riforma degli istituti tecnici, varata dal governo senza il necessario ascolto del mondo della scuola, si inserisce in una storia lunga e irrisolta, riguardante la difficoltà di garantire una formazione davvero capace di ridurre le disuguaglianze. Per comprendere questa dinamica bisogna tornare alla riforma del 1923, con cui Giovanni Gentile costruì un sistema scolastico esplicitamente gerarchico: da un lato il liceo classico come via privilegiata per la formazione delle classi dirigenti, dall’altro gli istituti tecnici e professionali come percorsi destinati all’inserimento nel mondo del lavoro esecutivo. Era un impianto coerente con l’epoca, ma profondamente selettivo, che acuiva le disuguaglianze.

Colpisce quanto quella impostazione, ad oltre 100 anni di distanza, sia ancora presente oggi, e quanto, nonostante le riforme del secondo dopoguerra e le spinte democratiche del secolo scorso, la scuola faccia fatica a liberarsi da una struttura che tende a distribuire in modo diseguale le opportunità formative. La riforma attuale degli istituti tecnici, con la riduzione del percorso a quattro anni e il rafforzamento degli ITS, si muove esattamente dentro questa tensione.

È giusto ricordare che un intervento sui tecnici era già previsto nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che alla missione 4, componente 1, individuava nella filiera tecnico-professionale un nodo critico del sistema italiano e proponeva un rafforzamento dell’integrazione tra scuola, formazione terziaria e sistema produttivo.

Tuttavia, tra l’impianto delineato nel PNRR e la riforma oggi attuata esiste una differenza non secondaria. Nel PNRR, il potenziamento degli ITS era pensato come un ampliamento dell’offerta formativa post-diploma che, senza mettere in discussione in modo strutturale la durata e la funzione della scuola secondaria superiore, aveva l’obiettivo di rafforzare un segmento debole del sistema italiano. La riforma attuale, invece, interviene direttamente sul percorso scolastico, riducendone la durata e anticipando una parte della specializzazione, con il rischio concreto di un peso sempre più determinante delle imprese nella definizione dei percorsi formativi, già dentro la scuola. Ora, aldilà delle problematiche occupazionali che la riduzione dei percorsi inevitabilmente crea e che pure hanno il loro peso, è evidente che cambia profondamente il punto di equilibrio. Dove il PNRR mirava a costruire una filiera più solida dopo la scuola, la riforma attuale tende a comprimere la formazione generale dentro la scuola, spostando più rapidamente gli studenti verso percorsi differenziati.

La scuola, in questo modo, tende a perdere parte della sua autonomia culturale, pressata dalle esigenze immediate del sistema produttivo e orientata verso una formazione più immediatamente spendibile nel mercato del lavoro. È una trasformazione che può apparire funzionale nel breve periodo, ma che apre interrogativi importanti sul piano della formazione complessiva delle persone. A risentirne maggiormente saranno gli studenti che provengono da contesti sociali più fragili, perché quando il percorso formativo si frammenta o si accorcia, le differenze di partenza tendono a pesare ancora di più sulle traiettorie individuali. Non si tratta solo di accesso all’istruzione, ma anche della sua qualità, perché la netta riduzione dello spazio dedicato alle discipline di base e umanistiche renderà più arduo lo svolgimento della funzione fondamentale della scuola, che è quella di aiutare gli studenti a diventare cittadini consapevoli, capaci di comprendere la complessa realtà che li circonda.

La riforma degli istituti tecnici, letta in questa prospettiva, non è dunque soltanto una scelta tecnica o organizzativa, ma costituisce un passaggio che riguarda l’idea stessa di scuola che si intende costruire: vogliamo che sia uno strumento di mobilità sociale o invece un dispositivo sempre più orientato alle esigenze immediate del mercato? Preferiamo esperienze come quella di Don Lorenzo Milani o del Movimento di Cooperazione Educativa, che auspicano una scuola più egualitaria, centrata sulle inclinazioni degli studenti e non sulla loro provenienza o preferiamo una scuola che decide, precocemente peraltro, del futuro dei propri studenti in base alla loro origine sociale?

Per questo il dibattito non può esaurirsi nella dimensione tecnica, ma riguarda una questione politica molto più ampia: qual è il ruolo che vogliamo assegnare all’istruzione nella società democratica. La nostra Costituzione ha indicato nettamente la strada, nell’ affermazione contenuta nel secondo comma dell’articolo 3: “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale…”. Non una mera formula rituale, ma una sfida, forse la più impegnativa del nostro patto democratico. La Costituzione ribadisce cioè che l’uguaglianza va costantemente costruita e resa effettiva, soprattutto attraverso un’istruzione accessibile a tutti.

Qualora l’uguaglianza nell’accesso alla conoscenza dovesse indebolirsi, l’uguaglianza sostanziale rischierebbe di restare incompiuta e con essa si ridurrebbe, gradualmente, la stessa qualità della vita democratica.

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