La riforma Bernini e il rischio di controllo politico dell’arte

Il progetto sulla governance AFAM rafforza i presidenti, riduce i direttori e rischia di piegare Conservatori e Accademie al controllo politico dell’esecutivo

Giuseppe LeottaApprofondimentiCULTURA
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ANSA

Una parte del mondo dell’arte e della musica è da qualche giorno in agitazione.

Il riferimento è al segmento cosiddetto «accademico», rappresentato dai Conservatori di musica e dalle Accademie d’arte. Non va infatti dimenticato che, in realtà, il settore è molto più ampio e, in linea tendenziale, produce alcune delle proprie migliori espressioni proprio al di fuori di questo specifico contesto.

Come le Università, anche le Istituzioni di alta formazione in ambito artistico-musicale — AFAM — sono oggetto di attenzioni riformatrici da parte della ministra competente, professoressa Annamaria Bernini. Qualche giorno fa è trapelata la bozza del regolamento governativo che, se finalizzato, ne ridefinirà il sistema di governance, ovverosia l’organizzazione interna. Con riguardo al dato normativo attualmente in vigore, cristallizzato nel D.P.R. n. 132/2003, il progetto della ministra si articola lungo tre direttrici principali.

La prima. Rafforzare il ruolo del presidente rispetto a quello attuale e rendere questa figura — ancor più di quanto non lo sia già — emanazione della casta partitica, a cui dovrà rispondere e da cui, di fatto, risulterà eterodiretta. Un presidente dotato di ampi margini di «movimento» in ambito gestionale, a discapito del direttore, il cui raggio d’azione viene ridotto in maniera corrispondente.

Ma, soprattutto, un presidente che potrà essere designato direttamente dal ministro, così bypassando la rosa di nomi proposta dal consiglio accademico che, in sostanza, non sarà più vincolante. Per dirla in altri termini, il ministro di turno avrà a propria disposizione centosette poltrone — tante sono le Istituzioni AFAM ad oggi — su cui far accomodare persone gradite che, lautamente remunerate a carico della fiscalità generale, dovranno poi ricambiare il favore.

Non la decantata autonomia sancita dalla Costituzione — articolo 33, sesto comma — dunque, ma controllo politico delle Istituzioni, come già sperimentato durante il ventennio più triste della nostra storia.

La seconda. Ridurre, rispetto a quanto accade oggi, il raggio d’azione del direttore, confinandolo esclusivamente alla gestione della burocrazia connessa alla didattica, alla ricerca e alla produzione artistica. Insomma, un ruolo che appare più tecnico che di rappresentanza dell’indirizzo culturale della comunità accademica.

È tuttavia interessante notare come lo schema di regolamento, secondo una logica corporativa, attribuisca l’elettorato passivo — ossia il diritto di candidarsi a ricoprire la carica — soltanto a chi è già stato, per almeno tre anni, direttore, componente del consiglio accademico o componente del consiglio di amministrazione.

La terza. Creare la figura del dirigente amministrativo, da selezionare per concorso. Una sorta di manager che funga da direttore generale, al contempo, per più Istituzioni — mediamente tre — a cui spetta la gestione finanziaria, tecnica e amministrativa, con connessa responsabilità per i risultati conseguiti.

Tale disegno, si diceva, ha sollevato la protesta di tutti gli organismi del settore: le rispettive conferenze nazionali dei presidenti e dei direttori — con la significativa eccezione di quella dei presidenti dei Conservatori — e le organizzazioni sindacali, maggiormente rappresentative e non. Tutti hanno ingenuamente chiesto alla ministra di ritirare l’atto di cui era stato appena avviato l’iter di approvazione. Ovviamente, messa in questi termini, la protesta ha fornito un «assist a porta vuota» alla ministra, che ha bollato la richiesta come irricevibile.

Fin qui, la cronaca.

Quanto all’analisi, va rilevato che il sistema di governance delle Istituzioni AFAM, com’è già adesso e ancor più come lo vorrebbe riformare la ministra Bernini, appalesa profili di incostituzionalità, in quanto si pone in contrasto con l’ontologica essenza del principio di autonomia declinato dal legislatore costituente: «Le istituzioni di alta cultura, università e accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi».

Un’autonomia sì limitabile — «nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato» —, ma giammai riducibile ad orpello ornamentale. D’altronde, che autonomia avrebbe una comunità accademica, spogliata di fatto di ogni potere decisionale e di indirizzo culturale, governata da un presidente «padre padrone» messo lì dalla politica, presumibilmente con logiche di spartizione partitica? È facilmente prevedibile la divisione delle poltrone fra le forze della maggioranza parlamentare pro tempore.

Se non si vuole continuare a violentare la Costituzione, appare evidente che c’è una sola cosa da fare: eliminare la figura del presidente, allargare il consiglio di amministrazione anche a figure esterne selezionate per concorso e prevedere una figura dirigenziale tecnica con spiccate capacità e competenze gestionali.

E infatti, sembra più aderente al principio costituzionale il modello di governance adottato nelle Università, in cui non esiste il presidente e la gestione viene suddivisa fra rettore, consiglio di amministrazione, senato accademico e direttore generale.

Due di questi organi, il rettore e il senato accademico, sono diretta espressione della comunità accademica: il rettore di quella docente e il senato accademico anche di quella studentesca. Un terzo organo, il consiglio di amministrazione, ha una composizione mista: la maggioranza relativa dei componenti proviene da docenti, studenti e altri dipendenti tecnico-amministrativi, a cui si affianca una minoranza di esperti di amministrazione selezionata per il tramite di procedura pubblica. L’unico organo di espressione esterna è il direttore generale, reclutato a termine attraverso selezione pubblica, che svolge funzioni amministrativo-manageriali.

Il modello universitario sembra dunque declinare il principio di autonomia in maniera molto più aderente allo spirito della Costituzione di quanto non lo facciano il modello attualmente in vigore nelle Istituzioni AFAM e, a maggior ragione, quello che vorrebbe «impiantare» la ministra Bernini.

Un modello che, quantomeno sulla carta, consente alla comunità universitaria di autodeterminarsi e di svolgere in autonomia la propria funzione. Un modello che, quantomeno in linea astratta, non comporta l’eterodirezione da parte dell’esecutivo di turno.

Con questo non si vuole dire che l’arte e/o la scienza non siano o non debbano essere politiche. Tutto è politica, nel senso etimologico del termine. E non si vuole nemmeno intendere che gli organi costituzionali non siano legittimati ad assumere decisioni politiche che impattino sulle Istituzioni di alta cultura.

Esattamente al contrario, come si è già avuto modo di spiegare nell’articolo «Per il riconoscimento del diritto alla cultura», lo Stato deve svolgere un ruolo di attiva neutralità in ambito culturale. Deve cioè, per usare la terminologia utilizzata da Bobbio in «Politica e cultura», 1955, sviluppare una «politica della cultura» e non una «politica culturale».

Lo schema di regolamento presentato dalla ministra Bernini è solo uno degli esempi di «politica culturale» di stampo corporativo del governo Meloni, i cui esponenti, a partire dai rivedibili — per usare un eufemismo — ministri della Cultura Sangiuliano e Giuli, si sono fin qui distinti per la corsa a occupare le poltrone via via disponibili, su cui molto spesso hanno piazzato figure di basso o nullo profilo culturale. Così dimostrando di interpretare «a modo loro» il concetto gramsciano di egemonia.

La coalizione socialista-progressista che si candida a guidare il Paese nel prossimo futuro è chiamata a riportare al centro del dibattito la Costituzione, anche con riferimento all’ambito accademico dell’arte e della musica.

Nel solco del lavoro già impostato dall’ex ministro Manfredi e non finalizzato in ragione della crisi del Governo dell’epoca, le Istituzioni AFAM devono essere finalmente sottratte al giogo del potere politico-amministrativo per svolgere in autonomia la loro funzione, anche politica — l’arte è politica —, come «intellettuali collettivi».

Con la consapevolezza che l’autonomia non può essere ridotta soltanto a una costruzione di ingegneria giuridico-istituzionale — il modello di governance —, seppur necessaria, ma deve riguardare in primis le condizioni materiali della comunità accademica, i cui livelli retributivi non sembrano rispettare i principi costituzionali di proporzionalità e sufficienza — articolo 36, primo comma.

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