La resa della socialdemocrazia

Nel documento con Meloni, Frederiksen non si limita a irrigidire le politiche migratorie: accetta il linguaggio, le paure e l’idea d’Europa della destra radicale

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ANSA

Il fatto politico più importante del testo comune di Giorgia Meloni e Mette Frederiksen non sta soltanto in ciò che dice sull’immigrazione, ma nelle firme: una leader proveniente da una destra estrema e la premier socialdemocratica danese. Il documento mostra quanto una parte della socialdemocrazia abbia tradito il socialismo e accettato il terreno culturale sul quale la destra radicale ha costruito la propria fortuna.

Le due premier si dicono unite dalla volontà di «difendere l’Europa». Collegano l’immigrazione a criminalità, droga e violenze sessuali, quindi propongono una fortezza «impenetrabile», più espulsioni e centri di rimpatrio in Paesi terzi. Ma rispettare le leggi non basterebbe: anche gli stranieri regolarmente residenti dovrebbero conformarsi ai «valori europei» e al patrimonio cristiano del continente. Da Meloni è un’impostazione coerente con una storia nazionalista e identitaria. Che la faccia propria una socialdemocratica segnala invece una rottura profonda con la cultura socialista.

Primo: la presunta invasione non trova riscontro nei dati. La crisi di Ceuta, enorme e improvvisa, è stata strumentalizzata dagli avversari di Pedro Sánchez e non rappresenta l’andamento generale dei flussi. Secondo Frontex, gli attraversamenti irregolari delle frontiere esterne dell’Unione sono diminuiti del 26 per cento nel 2025 e di un ulteriore 37 per cento nel primo semestre del 2026. Mentre i numeri scendono, sale il linguaggio dell’emergenza: la paura prende il posto della realtà.

Secondo: l’equazione tra immigrazione e criminalità è falsa. Esistono problemi reali in alcuni contesti, ma non definiscono tutti i migranti. Gli studi non mostrano un aumento significativo della criminalità locale causato dall’immigrazione; mostrano invece che ottenere uno status legale riduce la probabilità di commettere reati. Un governo serio dovrebbe interrogarsi sul peso di irregolarità, marginalità e lavoro nero. Se produce clandestinità e poi la usa come prova della pericolosità dello straniero, alimenta il problema. Terzo: i centri nei Paesi terzi non risolvono i rimpatri. Occorre comunque che il Paese d’origine riconosca la persona e accetti di riaccoglierla: trasferirla in Albania, Uganda o altrove non elimina l’ostacolo. Il precedente albanese non dimostra efficienza: i centri sono rimasti largamente vuoti. ActionAid e Università di Bari hanno stimato oltre 153 mila euro per posto operativo, contro circa 21 mila in una struttura italiana. La delocalizzazione nasconde l’impasse dietro una scenografia muscolare costosissima.

Quarto: i rischi per i diritti sono enormi. Il nuovo regolamento europeo apre ai centri all’estero, ma vieta di inviare una persona dove rischi persecuzioni, torture o trattamenti inumani. L’Unhcr li considera ammissibili soltanto come strutture temporanee e teme trasferimenti anteriori all’esame delle richieste di protezione. Per il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, senza garanzie robuste possono diventare un «buco nero» dei diritti umani. La distanza geografica rischia di diventare distanza dallo Stato di diritto.

Quinto: che cosa significa imporre i «nostri valori»? Rispettare le leggi è un obbligo chiaro e vale per chiunque. Ma chi stabilisce il modo di vivere autenticamente europeo? Un musulmano deve modificare la propria fede per essere considerato integrato? Una donna che porta il velo può essere discriminata? Una famiglia dai costumi tradizionali, se non viola la legge, deve essere sanzionata? Finché si rispettano le leggi democratiche, lo Stato liberale non può esigere assimilazione culturale. Altrimenti la cittadinanza cessa di essere appartenenza a un ordinamento costituzionale e diventa adesione a una maggioranza culturale: il passaggio dal diritto all’identità e al sospetto, caro ai regimi autoritari e fascisti.

È soprattutto la firma di Frederiksen, dunque, a dare al documento il suo significato politico. La premier danese non è un’esponente conservatrice costretta a mediare con la sinistra: è una socialdemocratica. Guida una forza che appartiene alla storia del movimento operaio europeo, ma da anni costruisce una formula precisa: Stato sociale forte, redistribuzione e protezione dei lavoratori, accompagnati da un’immigrazione rigidamente limitata. Una solidarietà intensa, purché riservata alla comunità nazionale.

Qui la socialdemocrazia non si limita a correggere le proprie politiche migratorie. Modifica il significato stesso della solidarietà. Il socialismo nasce dall’idea che l’uguaglianza venga prima di nazionalità e razza e che la condizione sociale unisca chi lavora oltre i confini. Il lavoratore immigrato e quello danese hanno interessi comuni e lottano per gli stessi diritti. Nella formula di Frederiksen, invece, il welfare smette di essere uno strumento universale di emancipazione e diventa un bene da difendere contro chi viene da fuori. Il principio non è più «proteggere tutti dallo sfruttamento», ma «proteggere il lavoratore danese dall’immigrazione». È un rovesciamento della tradizione socialista, fino al suo tradimento.

Non è neppure dimostrato che questa mutazione sconfigga la destra radicale. Alle elezioni danesi dello scorso marzo i socialdemocratici di Frederiksen hanno ottenuto il loro peggior risultato da oltre un secolo, mentre il Danish People’s Party, fortemente anti-immigrazione, è risalito al 9,1 per cento. Sarebbe scorretto attribuire l’esito a una sola causa, ma non si può più sostenere che la durezza sui migranti abbia immunizzato la socialdemocrazia. Tra l’imitazione e l’originale, l’elettorato tende a scegliere l’originale. Quando una forza socialdemocratica assume le posizioni della destra radicale, non necessariamente le sottrae voti. Più spesso legittima la rappresentazione allarmistica dell’immigrazione e la gerarchia dei problemi costruita dai suoi avversari. È questo il dato inquietante del documento: non soltanto Meloni incontra Frederiksen, ma una socialdemocratica arriva fino a Meloni, accettandone linguaggio, paure e sguardo sul mondo. Nell’illusione di battere la destra sul suo terreno, finisce per renderlo l’unico terreno possibile. E così non sconfigge la destra: la legittima, mentre tradisce la propria storia e la propria anima.

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