La Repubblica contesa

A ottant'anni dal 2 giugno, lo scontro non riguarda la memoria ma il significato stesso del patto repubblicano. Tra identità nazionale e patriottismo costituzionale si gioca il futuro della democrazia italiana.

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ANSA

In occasione delle grandi festività civili, come quella del 2 giugno o del 25 aprile, nel dibattito pubblico italiano si sente spesso ripetere il tema della "memoria condivisa", che mira a costruire un ricordo pacificato e bipartisan del passato dell'Italia. Spesso, però, questa operazione rappresenta solo il tentativo della destra di legittimare la propria tradizione politica senza fare davvero i conti con il fascismo e con le rotture storiche rappresentate dalla Resistenza e dalla Costituzione.

«Oggi festeggiamo tutti insieme l'orgoglio di essere italiani», oppure «il 2 giugno unisce tutti gli italiani senza eccezioni»: sono formule che ricorrono nel linguaggio pubblico della destra istituzionale, dalla seconda carica dello Stato, Ignazio La Russa, alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Ma siamo veramente sicuri che stiamo festeggiando la stessa idea di Repubblica? E soprattutto: qual era l'idea di Repubblica che avevano i padri costituenti?

In realtà, è in atto uno scontro sul significato profondo di questa data: un conflitto che non deve essere nascosto e non deve spaventare, perché in una democrazia moderna il vero pericolo è l'apatia, cioè la riduzione della politica a pura amministrazione priva di principi.A destra opera un'identificazione tra Repubblica e Nazione che costituisce uno degli scostamenti culturali e teorici più profondi rispetto al disegno originario dei padri fondatori: una sostituzione che cambia radicalmente il senso della nostra convivenza civile.

La Repubblica dei padri fondatori è un patto che si basa su diritti e doveri, su regole democratiche, sulla partecipazione dei cittadini e sulla loro inclusione da protagonisti nella vita economica e sociale.La "Nazione" della destra, invece, tende a diventare un concetto identitario, fondato sulla tradizione, sul sangue, su un passato che definisce un perimetro culturale omogeneo.

Per la destra postfascista e sovranista questa operazione culturale è strategica. Innanzitutto risponde alla necessità di aggirare l'antifascismo, saltando il passaggio fondamentale della lotta di Liberazione, che è alla base del patto repubblicano. Inoltre, questa sovrapposizione tra Repubblica e Nazione serve alla destra a definire "chi è davvero italiano e chi no", giustificando così le proprie politiche sull'immigrazione e sul diritto di cittadinanza, tanto utili ad alimentare l'odio e a raccogliere consenso, soprattutto tra i ceti più disagiati. Se siamo tutti parte della stessa Nazione, definita in termini identitari, l'interesse primario diventa la difesa della patria comune contro l'esterno: "l'Europa dei burocrati", "i flussi migratori", la globalizzazione. I confllitti interni alla Repubblica — il conflitto sociale, le diseguaglianze tra ricchi e poveri, la spaccatura tra Nord e Sud — vengono messi in secondo piano e trattati come questioni secondarie.

Il rischio che questa visione politica e culturale sostituisca i concetti originari della Repubblica antifascista esiste ed è concreto. La retorica dei confini, della famiglia tradizionale e della difesa intercetta paure reali e diffuse: il declino economico, l'incertezza del futuro, il disorientamento creato da un mondo in rapida evoluzione. La narrazione della destra può diventare, soprattutto per i ceti popolari, un "rifugio emotivo", tanto più forte quanto più si è appannata la speranza in un reale cambiamento.

Le forze democratiche fanno fatica a proporre una narrazione diversa e altrettanto forte: una visione capace di riaccendere le passioni attorno ai concetti fondativi della Repubblica italiana, cioè i diritti sociali e civili e l'impegno a rimuovere gli ostacoli che impediscono la piena realizzazione della persona. La verità è che un certo grado di scostamento dai valori della Repubblica, sanciti nella Costituzione, non è solo un fatto recente, dovuto alla vittoria delle destre estreme e di origine neofascista. L'Italia ha vissuto un progressivo scivolamento da quei principi almeno da trent'anni a questa parte.

Il distacco più drammatico e doloroso riguarda proprio il ridimensionamento della democrazia sociale, cioè di quello Stato sociale che avrebbe dovuto garantire sanità, scuola e protezione, in particolare alla parte più debole della popolazione. Dagli anni Novanta in poi, complici le crisi economiche e i vincoli di bilancio imposti dalle politiche neoliberiste, la spesa pubblica è stata progressivamente compressa in questi settori chiave.

Anche il lavoro, che la Costituzione intendeva come strumento di dignità per i cittadini e le cittadine, è diventato sempre più precario, fino a estendere la condizione di povertà o di basso salario a milioni di lavoratori e a creare un generale clima di incertezza esistenziale che riguarda tutti, ceti medi compresi.

Sul piano della partecipazione alla vita politica e sociale si è assistito a un restringimento degli spazi di democrazia. Da un lato è stato ridimensionato il potere di rappresentanza dei sindacati dei lavoratori, pensando, da parte della destra imprenditoriale e politica, di poter così governare meglio le dinamiche sociali ed economiche nelle aziende e nel Paese. Dall'altro, i partiti, il Parlamento e, in generale, le assemblee elettive a tutti i livelli hanno ceduto, a favore degli esecutivi e dei loro "capi", parte dei loro poteri di regolazione e di intervento sulla vita dei cittadini.

Infine, anche l'interpretazione dell'articolo 11, dove si recita che «l'Italia ripudia la guerra» come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, ha finito per consentire la partecipazione del nostro Paese a molte operazioni militari, svuotando in parte il senso profondamente pacifista del dettato costituzionale.

Attorno a questi quattro pilastri della Costituzione — lavoro, democrazia, Stato sociale, pace — si sono realizzati gli scostamenti maggiori dai principi fondativi della Repubblica. Queste deviazioni sono state dovute a processi oggettivi, agli straordinari e rapidi cambiamenti del mondo degli ultimi decenni, ma sono state anche il frutto di decisioni politiche soggettive, che hanno visto spesso la sinistra in uno stato di subordinazione all'ideologia dominante.

La possibilità di un cambiamento, capace di ostacolare e sconfiggere il tentativo di egemonia politica e culturale sulla Repubblica italiana da parte della destra, è perciò profondamente legata alla volontà di rilanciare e attuare la Costituzione. Agli appelli identitari della destra, alla sovrapposizione del concetto di Nazione a quello di Repubblica, le forze democratiche possono e devono contrapporre il patriottismo costituzionale: l'idea che la Carta del 1947 conservi tutta la sua attualità, per il suo carattere di rottura con il passato, con la monarchia e con il fascismo, e per il suo carattere progressivo, cioè per l'obiettivo di trasformazione sociale che essa contiene. L'occasione più recente, potente e simbolica, che ha dimostrato le potenzialità di successo di una politica improntata al patriottismo costituzionale, è stata la grande mobilitazione per la campagna referendaria sulla riforma costituzionale della giustizia voluta dal governo, il cui esito ha rappresentato una delle più gravi battute d'arresto subite dalla destra.

Nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, Libro III, capitolo 1, Niccolò Machiavelli scrive: «A volere che una setta o una republica viva lungamente, è necessario ritirarla spesso verso il suo principio».Le trasformazioni e le innovazioni sono salutari solo quando riportano lo Stato verso le sue ragioni originarie. Non è nostalgia del passato, né un semplice "tornare indietro". I corpi politici, se vogliono durare a lungo, devono rinnovarsi; e per rinnovarsi devono essere spesso ricondotti al loro principio, ai loro valori e alla loro energia fondativa.Per la nostra Repubblica, il ritorno ai principi significa tornare alla Costituzione, all'antifascismo, alla sovranità popolare, al lavoro, all'eguaglianza sostanziale e alla moralità della vita pubblica.

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