La ragione prima dell’abisso

Dal monito di Pio XII al ricordo di Franco Ferrarotti: un appello alla diplomazia e al compromesso per evitare l’escalation nucleare.

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ANSA

«Imminente è il pericolo, ma è ancora tempo. Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra». Queste le parole che pronunciò, nel disperato tentativo di fermare l’inizio della Seconda guerra mondiale, Pio XII. Oggi siamo nuovamente di fronte a scenari che preannunciano lo scoppio di un terzo, apocalittico conflitto mondiale. Come è stato possibile arrivare a questo? Inutile chiedersi ancora se la storia possa davvero servire a non ripetere gli stessi errori perché la risposta è evidente: NO. Non solo non insegna nulla perché, se così fosse, oggi dovremmo vivere in un paradiso in terra, ma non aiuta nemmeno a far riflettere sulle conseguenze, devastanti, che oggi, più che in passato, potrebbero scatenare decisioni guidate dalla rabbia piuttosto che dalla ragione.

Dopo le bombe sganciate su Hiroshima e Nagasaki, la minaccia di un’ecatombe nucleare ha reso possibile ottant’anni di relativa stabilità nei rapporti internazionali tra le grandi potenze mondiali. La deterrenza nucleare ha portato a far prevalere la diplomazia sulla forza. Oggi neanche questa spada di Damocle appesa sulla testa di tutti noi sembra riuscire a scongiurare il pericolo di un terzo conflitto mondiale. La Russia dispone di oltre 5.000 testate nucleari e, messa alle strette, non esiterebbe a utilizzarle. Non è difficile capire cosa comporterebbe una soluzione del genere. Milioni di vittime.

Si dimentica che la politica è l’arte del compromesso e della ragione. Soppesare costi e benefici è sempre stato il suo compito principale, non a caso molti grandi statisti del passato usavano dire, con buona dose di pragmatismo, che per garantire il benessere dei più bisogna necessariamente scontentare qualcun altro. Nello scenario attuale, questa massima sembra superata. Una guerra nucleare, infatti, non porterebbe miglioramenti alla vita di nessuno, neanche alle élite che dai conflitti hanno sempre tratto profitto.

Vengono in mente le parole di Franco Ferrarotti quando, già in età avanzata, mi manifestò personalmente le sue preoccupazioni sulla deriva umana che si stava respirando in Europa. Il grande sociologo era angosciato dalla consapevolezza che una nuova guerra sul territorio europeo avrebbe sancito la definitiva scomparsa del logos greco, della gravitas (romana) e del grande messaggio cristiano contro l’immoralità.

Ciò che poi dovrebbe far riflettere, sempre tornando al fatto che la politica dovrebbe servire a soppesare vantaggi e svantaggi di determinate decisioni, è che questa guerra, almeno in via ufficiale, si sta combattendo per tutelare una parte minoritaria della popolazione del Donbass che non vuole tornare sotto la sfera di influenza russa. Stiamo parlando di persone a cui verrebbe certamente fatta una prepotenza, ma che non correrebbero il rischio di essere uccise. Il diritto alla vita vale più di qualsiasi altro diritto.

Si potrebbe obiettare che questo modo di vedere le cose sia ingiusto, ma nessuno potrebbe dire sia anche irragionevole. Stanno proprio qui il logos e la gravitas di cui parlava Ferrarotti, ovvero la capacità di calcolare, bilanciare e mantenere autocontrollo, mentre si valutano gli elementi che rappresentano la causa di una contesa, scegliendo poi quello che porta meno costi e più benefici alla comunità. In questo caso non c’è storia perché si parla dell’esistenza di interi popoli. La priorità, in questo momento, è evitare l’escalation e salvare vite umane, anche accettando compromessi sfavorevoli.

Le cose cambiano rapidamente, Putin non è eterno. I suoi successori potrebbero dimostrarsi più ragionevoli e disposti al dialogo di quanto lo sia lui. A oggi la diplomazia dovrebbe lavorare per assicurare alle persone che vivono in Donbass e che non si riconoscono nei valori e nella cultura russa una vita dignitosa. Questo è il punto su cui doversi battere ora. Si vive nel presente; cosa accadrà domani non lo sappiamo. Ciò che conta è che più persone possibili possano testimoniarlo.

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