La rabbia dei giovani nel vuoto lasciato dalla politica
Dai corpi intermedi scomparsi allo stereotipo del “maranza”: responsabilità, servizi e diritti per ricostruire il legame tra giovani e istituzioni.

Archivio Rinascita
Nelle città italiane la violenza giovanile entra nel dibattito pubblico quasi sempre per via traumatica. Basta una rapina vicino a una scuola, una rissa tra ragazzi nei pressi di una stazione o un video di pochi secondi che rimbalza sui telefoni per accendere una discussione tanto accesa quanto effimera. I palinsesti televisivi aprono le trasmissioni con toni allarmati, la politica promette risposte rapide a colpi di decreti e le cronache locali parlano subito di bande organizzate che tengono sotto scacco i quartieri. Poi, nel giro di qualche giorno, l’attenzione svanisce, le telecamere si spostano altrove e attorno a quei quartieri e a quei ragazzi torna a stendersi il silenzio. Fino al fatto di cronaca successivo.
Questo modo di affrontare i problemi produce una discussione pubblica viziata, divisa tra due posizioni speculari che raramente aiutano a capire la realtà. Da una parte si colloca chi riduce tutto a una questione di ordine pubblico e di declino morale, puntando l’indice contro famiglie disattente, scuole troppo permissive e adolescenti privi del senso del limite. Dall’altra parte c’è chi finisce per cancellare ogni responsabilità individuale, spiegando ogni gesto violento come la conseguenza inevitabile della povertà, del degrado urbano o dell’assenza di servizi.
Sono due chiavi di lettura che mostrano presto la corda. Trattare il disagio giovanile soltanto come un problema di disciplina porta a criminalizzare a casaccio un’intera fascia d’età, ignorando le condizioni materiali difficili in cui molti crescono. Ma considerare i comportamenti aggressivi come il frutto meccanico dell’ambiente sociale significa togliere ai ragazzi la capacità di scegliere e di assumersi le proprie responsabilità. Significa anche dimenticare chi subisce quelle prepotenze: quasi sempre coetanei che vivono negli stessi quartieri, figli di famiglie lavoratrici, autisti, controllori o piccoli negozianti di strada.
Vivere in un quartiere privo di opportunità, con una famiglia che fatica ad arrivare a fine mese, rende il percorso di crescita molto più complicato, ma non trasforma automaticamente nessuno in un delinquente. Nelle periferie urbane la maggioranza dei giovani, compresi i figli dell’immigrazione, sceglie ogni giorno la strada faticosa dello studio, del lavoro onesto, dello sport o del volontariato. Allo stesso tempo, la prepotenza e l’abuso non sono un’esclusiva dei quartieri popolari: si manifestano con frequenza anche nelle zone residenziali del benessere, dove la disponibilità economica e le relazioni familiari offrono spesso una rete di protezione efficace.
Tra le condizioni di partenza e le azioni compiute si collocano molti fattori: la qualità delle scuole, la presenza di adulti credibili, le relazioni affettive, i modelli culturali diffusi e le opportunità effettive di costruirsi un futuro. Per capire dove nasce la violenza giovanile bisogna osservare cosa accade quando i percorsi ordinari per ottenere rispetto e riconoscimento appaiono bloccati, e la prova di forza resta per alcuni la via più immediata per non sentirsi invisibili.
L’insofferenza dei giovani non è una novità di questi anni. La storia sociale del Paese mostra come ogni generazione abbia portato con sé un bisogno di ribellione verso il mondo degli adulti, un rifiuto delle gerarchie e la volontà di conquistare spazio nella società. Quello che è cambiato nel corso degli ultimi decenni non è la presenza della rabbia, ma la progressiva scomparsa dei luoghi collettivi capaci di accoglierla, di darle una direzione e di trasformarla in una spinta di riscatto e di partecipazione civile.
Nel secondo dopoguerra e per gran parte del Novecento, il malessere dei quartieri operai e delle periferie trovava un punto di riferimento in una fitta rete di corpi intermedi. Non si trattava affatto di un modello perfetto o pacificato: l’urbanizzazione caotica, le baraccopoli delle grandi migrazioni interne, la rigidità delle gerarchie sociali e l’autoritarismo di fabbrica generavano anch’essi pesanti delusioni generazionali, marginalità e fenomeni duri di violenza urbana e giovanile.
Eppure, nelle periferie industriali e nei centri minori, la presenza delle camere del lavoro, delle sezioni dei partiti popolari, dei circoli ricreativi, dei movimenti studenteschi e delle parrocchie sociali offriva una sponda collettiva e organizzata. In quegli ambienti la fatica quotidiana, il senso di ingiustizia e le disuguaglianze non restavano un fatto puramente privato: venivano discussi insieme, trasformati in coscienza comune e tradotti in rivendicazioni concrete per il salario, la casa, la salute e la scuola pubblica.
Quei luoghi svolgevano un compito educativo fondamentale. Insegnavano che la via per uscire dalla propria condizione di partenza non consisteva nell’aggredire il coetaneo della strada accanto o nel danneggiare i beni pubblici, ma nell’unirsi ai propri compagni di lavoro e di studio per chiedere riforme e diritti. Il conflitto poteva essere aspro e durissimo, ma conservava un orizzonte solidale, fondato sull’idea che il miglioramento delle condizioni di vita dovesse valere per tutti.
Negli ultimi trent’anni l’arretramento della presenza pubblica e i cambiamenti economici hanno progressivamente indebolito quel tessuto. Molte sedi sindacali e politiche hanno ridotto il proprio presidio di strada, diversi circoli storici hanno chiuso i battenti e la frammentazione del lavoro ha diffuso l’idea che la vita sia una corsa individuale dove ciascuno deve cavarsela da solo.
Senza canali collettivi in cui esprimersi, il disagio giovanile tende a chiudersi in se stesso. Quando un ragazzo cresciuto ai margini non trova realtà a cui affidare la propria domanda di futuro, il malessere può trasformarsi in rancore fine a se stesso. La violenza di strada a cui assistiamo oggi è profondamente diversa da quella delle passate stagioni di scontro sociale: non pone richieste alle istituzioni, non cerca alleanze e non punta a cambiare le regole. È una violenza che si consuma tutta all’interno dello stesso perimetro di marginalità, dove ragazzi fragili finiscono per scontrarsi tra loro per il controllo di pochi metri di marciapiede o di una panchina.
I social media non possono riempire questo vuoto. Le piattaforme digitali permettono la circolazione rapida delle emozioni e offrono uno sfogo immediato, ma non creano legami duraturi né percorsi di emancipazione. La comunità virtuale si accende e si spegne in poche ore, lasciando intatta la solitudine materiale di chi, posato lo smartphone, si ritrova solo in una piazza vuota o in una stanza disadorna.
I codici del gruppo, i social e lo stereotipo del “maranza”
Nelle comitive informali che frequentano le stazioni ferroviarie, i capolinea dei mezzi e i piazzali dei centri commerciali, le dinamiche tra pari rispondono spesso a codici rigidi. Quando la famiglia non possiede risorse economiche o relazioni influenti da trasmettere ai figli, e la scuola viene vissuta come un luogo distante e giudicante, la prestanza fisica, la spavalderia e la prontezza allo scontro diventano per alcuni le sole risorse disponibili per affermare la propria identità.
All’interno di questi gruppi si sviluppa un’attenzione continua al rispetto e alla reputazione. Il valore di un ragazzo viene misurato sulla capacità di farsi temere e di non mostrare cedimenti. Uno sguardo prolungato sul vagone di un treno, una parola fuori posto o una contesa per un punto di ritrovo assumono rapidamente il valore di una sfida pubblica. In questo contesto, fare un passo indietro o cercare una mediazione viene spesso interpretato dai compagni come un segno di debolezza che fa perdere prestigio nel gruppo. Rispondere con la forza diventa allora un modo per difendere il proprio ruolo tra i pari.
La diffusione degli smartphone ha trasformato queste dinamiche quotidiane in una rappresentazione continua. Se un tempo lo scontro fisico avveniva davanti a pochi testimoni e si esauriva sul posto, oggi quasi ogni episodio viene pensato per essere ripreso. L’aggressione, la bravata o l’intimidazione vengono filmate, montate con basi musicali trap o drill e diffuse su canali social per raccogliere visualizzazioni, commenti e approvazione online.
Il video serve a certificare la propria durezza di fronte agli amici, a lanciare avvertimenti ai gruppi dei quartieri vicini e a conquistare una notorietà virtuale che compensa l’assenza di prospettive nella vita reale. Sapendo di essere ripresi, i ragazzi sono spesso spinti ad alzare il livello della brutalità per attirare l’attenzione della rete. In questo circuito, liti nate per motivi banali possono degenerare con facilità, coinvolgendo passanti estranei e lasciando conseguenze gravi nelle vittime.
Per etichettare queste manifestazioni di disagio, i media e la politica hanno adottato con facilità il termine “maranza”, usandolo come una categoria universale per spiegare qualunque problema di sicurezza urbana. Sotto questa etichetta vengono messi insieme elementi eterogenei: le tute sportive lucide, i borselli a tracolla, i tagli di capelli rasati sui lati, i piumini smanicati, le scarpe costose, i testi delle canzoni trap e la semplice presenza in gruppo nei luoghi pubblici.
È una reazione che si ripete nella storia del Paese: ogni volta che il mondo adulto fatica a comprendere i codici estetici di una generazione, tende a criminalizzarli. È accaduto negli anni Sessanta con i capelloni, poi con i punk, con i paninari negli anni Ottanta e con i frequentatori dei centri sociali negli anni Novanta. Ridurre un fenomeno sociale complesso a una questione di guardaroba o di gusti musicali significa scambiare la superficie per la causa profonda del problema.
La grande maggioranza dei ragazzi che indossano quegli abiti e ascoltano quella musica non commette reati: esprime semplicemente il bisogno di sentirsi parte di un gruppo, di condividere un linguaggio e di farsi notare. Uno Stato di diritto valuta i fatti e i comportamenti: chi compie una rapina, chi minaccia un coetaneo, chi porta con sé un coltello o aggredisce un lavoratore dei trasporti deve essere fermato e sanzionato con fermezza, a prescindere da come sia vestito o da quale musica ascolti.
Quando invece l’attenzione delle istituzioni e delle forze dell’ordine si concentra sull’aspetto esteriore, moltiplicando i controlli solo in base all’abbigliamento o ai tratti somatici, si produce un effetto controproducente. Un ragazzo che si sente guardato costantemente con sospetto dai commercianti, dai controllori e dalle pattuglie finisce per maturare una profonda sfiducia verso le regole comuni. Il rifiuto sociale viene interiorizzato: se la società mi considera un delinquente a priori, tanto vale assumere quel ruolo fino in fondo. In questo modo si spezzano i canali di dialogo con il mondo degli adulti e si rende molto più difficile qualsiasi intervento educativo.
Per comprendere la frustrazione che attraversa le periferie urbane occorre guardare con lucidità al contesto economico e sociale in cui queste generazioni crescono. I giovani sono esposti a modelli che identificano il valore e il successo di una persona esclusivamente con la capacità di spesa. La pubblicità, i social network e l’industria dell’intrattenimento propongono l’ostentazione del denaro facile, dei capi firmati e delle auto costose come le uniche prove tangibili di riuscita personale.
A questa sollecitazione continua corrisponde però una realtà materiale bloccata. L’Italia è l’unico Paese europeo in cui i salari reali sono rimasti al palo negli ultimi trent’anni, l’occupazione giovanile è storicamente bassa e precaria, e la percentuale di ragazzi che non studiano e non lavorano tocca livelli preoccupanti. L’ascensore sociale che nel dopoguerra aveva consentito a molti figli di lavoratori di migliorare la propria condizione attraverso lo studio e il lavoro qualificato si è fermato.
Nelle famiglie dei quartieri popolari, l’idea che l’impegno scolastico e la dedizione al lavoro garantiscano un futuro sereno viene messa in discussione dall’esperienza diretta. Molti adolescenti vedono i genitori lavorare duramente senza riuscire a uscire dalle ristrettezze economiche, mentre i fratelli maggiori restano bloccati in una sequenza di stage non retribuiti, contratti a termine di poche settimane o impieghi faticosi nella logistica, nella ristorazione e nelle consegne a domicilio per paghe da quattro o cinque euro l’ora.
Quando l’orizzonte occupazionale coincide con la precarietà a lungo termine e con lavori privi di tutele, la motivazione a seguire le vie ordinarie della legalità rischia di indebolirsi. Il contrasto tra il benessere mostrato sugli schermi e la fatica quotidiana alimenta un senso di ingiustizia e di sfiducia nel futuro. In questo contesto, le attività illecite, dai piccoli furti allo spaccio di quartiere, possono apparire a qualche ragazzo come una scorciatoia per procurarsi quei beni che la società propone come necessari ma che il mercato del lavoro legale rende inaccessibili.
A questa difficoltà economica si aggiunge il progressivo indebolimento dei servizi pubblici nelle periferie. Negli ultimi vent’anni, i tagli alle risorse degli enti locali hanno colpito con maggiore forza proprio i territori più fragili: scuole con orari ridotti per mancanza di mense e aule adeguate, consultori familiari chiusi o accorpati, asili nido insufficienti, servizi sociali con organici ridotti all’osso, parchi trascurati e illuminazione carente.
A questo si somma l’inefficienza del trasporto pubblico locale. Quando le linee di autobus, tram e treni suburbani offrono corse poco frequenti, lente e soggette a continui tagli, la distanza fisica dal centro diventa una barriera sociale. Per un ragazzo che vive all’estrema periferia di una grande città, raggiungere una sede universitaria, una biblioteca aperta la sera, un cinema o un impianto sportivo diventa un percorso complicato e costoso. Molti adolescenti finiscono così per trascorrere gran parte del tempo confinati nel proprio quartiere per la semplice difficoltà di spostarsi.
In quartieri privi di presidi educativi e culturali, lo spazio pubblico perde la sua funzione di incontro: le panchine usurate, i parchi e le piazze diventano gli unici luoghi di ritrovo accessibili senza dover consumare. Quando il territorio non offre alternative concrete, il gruppo informale assorbe l’intera vita dell’adolescente. E se all’interno di quella comitiva prendono piede comportamenti devianti, allontanarsi diventa difficile, perché significherebbe rischiare l’isolamento totale. Le risposte basate su annunci di facciata o progetti a breve termine servono a poco se mancano la manutenzione ordinaria, i custodi degli spazi pubblici e la stabilità degli operatori educativi.
La cittadinanza incompiuta e il confronto con l’esperienza francese
La riflessione sul disagio giovanile e sulle tensioni urbane tocca da vicino la condizione delle seconde generazioni dell’immigrazione. Nelle città italiane convivono percorsi differenti: ragazze e ragazzi nati nel nostro Paese da genitori stranieri, minori giunti durante l’infanzia attraverso i ricongiungimenti familiari e giovani provenienti da famiglie radicate nel territorio da lungo tempo.
Moltissimi tra questi giovani vivono una contraddizione evidente. Hanno frequentato le nostre scuole, parlano l’italiano con gli accenti e i dialetti delle città in cui sono cresciuti, condividono consumi, abitudini e speranze dei loro coetanei, ma per la legge dello Stato continuano a essere considerati stranieri. La legge sulla cittadinanza del 1992, fondata sul principio dello ius sanguinis, costringe centinaia di migliaia di ragazzi ad attendere il compimento dei diciotto anni per avviare una procedura burocratica complessa, legata a vincoli di reddito familiare, requisiti anagrafici e tempi amministrativi lunghi.
Questa disparità formale comporta ostacoli pratici — l’esclusione dai concorsi pubblici, le limitazioni nelle competizioni sportive ufficiali, le difficoltà nei viaggi di studio all’estero — e genera una ferita psicologica profonda. Sentirsi parte di una comunità e vedersi trattati dalla legge come ospiti provvisori alimenta un sentimento di ingiustizia e di amarezza. In alcuni casi, questo mancato riconoscimento favorisce la nascita di appartenenze chiuse, dove l’essere parte di un gruppo marginale viene esibito in forma oppositiva contro le regole comuni.
Un patto civile solido richiede di tenere insieme diritti e doveri. Da una parte è urgente approvare una riforma della cittadinanza basata sullo ius scholae, che riconosca come italiani a pieno titolo i ragazzi che completano un ciclo di studi nel nostro Paese, garantendo pari opportunità di accesso alla formazione e al lavoro. Dall’altra parte, occorre ribadire con chiarezza che la legge si applica a tutti: le discriminazioni subite non possono costituire una giustificazione per la prepotenza, l’aggressione o l’illegalità. Chi commette un reato ne risponde personalmente, senza che la colpa individuale possa essere estesa all’intera comunità di origine o usata per alimentare il razzismo.
Le rivolte dell’estate 2023 in Francia, scatenate dall’uccisione del diciassettenne Nahel durante un controllo di polizia a Nanterre, hanno mostrato cosa può accadere quando la frattura tra le istituzioni e i quartieri popolari diventa profonda: commissariati assaltati, municipi incendiati, scuole distrutte, saccheggi e danni pesanti proprio per le comunità locali più fragili.
L’Italia presenta una struttura urbanistica e sociale diversa da quella francese. Le nostre periferie non corrispondono ai grandi complessi isolati delle banlieues, costruiti a grande distanza dai centri storici negli anni Sessanta per ospitare la manodopera immigrata; il nostro tessuto cittadino è più compatto, policentrico e storicamente meno segregato. La scuola pubblica e la sanità territoriale, pur tra molte difficoltà, hanno svolto una funzione di tenuta sociale che ha evitato la formazione di quartieri del tutto separati.
Sarebbe tuttavia un errore considerare l’Italia al riparo da questi rischi. I fattori di tensione sono presenti anche nelle nostre aree metropolitane: la disillusione verso le promesse di uguaglianza, la concentrazione di molteplici difficoltà negli stessi isolati e la sfiducia nelle istituzioni. Nelle nostre città il rischio principale non è tanto un’esplosione improvvisa di guerriglia urbana, quanto il consolidarsi di un distacco silenzioso e quotidiano: l’allontanamento emotivo dei ragazzi dei quartieri popolari dal resto della società, la chiusura in gruppi ostili all’esterno e la rassegnazione dei residenti.
Quando in un quartiere la presenza pubblica si riduce all’intervento delle pattuglie di polizia durante i controlli straordinari, mentre gli altri presidi sociali ed educativi si ritirano, il legame con le istituzioni si spezza. Le forze dell’ordine rischiano di essere viste non come una tutela per i cittadini perbene, ma come una presenza estranea che interviene solo per reprimere, rendendo molto più difficile la convivenza civile.
La sicurezza delle persone costituisce un diritto sociale fondamentale, che rappresenta la base indispensabile per l’esercizio di ogni libertà democratica. Vivere in un quartiere sicuro significa poter camminare la sera senza timore di aggressioni, mandare i propri figli al parco in tranquillità, prendere i mezzi pubblici senza la paura di violenze e gestire una piccola attività commerciale senza subire minacce o danneggiamenti.
A pagare il prezzo più alto del disordine e della microcriminalità sono sempre i lavoratori, i pensionati e le persone con minori risorse economiche. Chi dispone di grandi patrimoni può proteggersi privatamente: abita in quartieri residenziali controllati, si sposta con mezzi propri, installa sistemi d’allarme o ricorre alla vigilanza privata. Chi vive del proprio salario o di una pensione modesta dipende per intero dallo spazio pubblico: viaggia sui mezzi collettivi, abita nelle case popolari e frequenta la strada ogni giorno. Quando lo spazio comune diventa insicuro, i ceti popolari sono i primi a rimetterci, finendo per limitare i propri spostamenti e rinunciare alla vita sociale.
Lo Stato ha il dovere di far rispettare la legalità attraverso indagini serie, processi tempestivi e sanzioni certe e proporzionate. L’approccio puramente propagandistico, che reagisce a ogni fatto di cronaca inventando nuovi reati o alzando le pene massime per conquistare consensi a breve termine, si è dimostrato inefficace. Moltiplicare le norme non risolve i problemi se poi il territorio rimane sguarnito per tutto il resto dell’anno. La vera sicurezza si costruisce con la presenza costante e qualificata della polizia di prossimità, con il coordinamento tra le diverse forze dell’ordine e con la certezza della risposta giudiziaria.
Nel campo della giustizia minorile, la risposta non può ridursi alla detenzione negli istituti penali per minorenni. Rinchiudere ragazzi di quindici o sedici anni in strutture carcerarie sovraffollate, prive di laboratori formativi e con organici ridotti di educatori e psicologi, non produce maggiore sicurezza: aumenta il rischio di recidiva. Il carcere minorile ridotto a pura custodia punitiva rischia di trasformarsi in un ambiente dove gli adolescenti apprendono comportamenti criminali più strutturati e maturano un risentimento più profondo verso la società.
Il modello di giustizia minorile introdotto dal Dpr 448 del 1988 si fonda sul principio della responsabilizzazione e del recupero educativo. Strumenti come la sospensione del processo con messa alla prova, i lavori di pubblica utilità e i percorsi di giustizia riparativa mettono il ragazzo di fronte alla gravità del danno arrecato, chiedendogli di compiere azioni concrete a vantaggio della comunità e affiancandogli educatori capaci di sostenerlo nel rientro a scuola o nell’apprendimento di un mestiere. Recuperare un minore alla legalità rappresenta un risultato importante per l’intera società, perché significa meno reati commessi domani e una comunità più sicura.
Questo lavoro richiede una gerarchia chiara di interventi pubblici. La priorità assoluta riguarda la scuola pubblica, che deve garantire il tempo pieno a partire dai quartieri popolari, azzerare i costi dei libri e delle mense per le famiglie a basso reddito, ridurre il numero di allievi per classe e restare aperta anche il pomeriggio con aule studio, palestre e laboratori a disposizione del territorio. In secondo luogo, occorre rafforzare stabilmente i servizi sociali ed educativi degli enti locali, assumendo assistenti sociali, educatori professionali e psicologi di comunità, e finanziando l’educativa di strada come servizio permanente per intercettare il disagio prima che degeneri.
Sul piano del lavoro, l’emancipazione dei giovani richiede il contrasto alla precarietà, l’introduzione del salario minimo legale contro le paghe da fame, l’abolizione degli stage gratuiti e il potenziamento dei controlli contro lo sfruttamento nei servizi e nella logistica. Sul terreno urbano, è indispensabile investire nel trasporto pubblico locale per collegare le periferie ai centri urbani e rilanciare l’edilizia residenziale pubblica per offrire alloggi a canoni accessibili.
La coesione democratica di un Paese non si difende con la propaganda della paura o con la moltiplicazione delle sanzioni penali. Si costruisce garantendo la presenza delle istituzioni pubbliche, la credibilità delle leggi, la solidarietà tra le generazioni e la certezza che nessun ragazzo venga abbandonato ai margini per il quartiere in cui è nato o per la condizione della sua famiglia. È tenendo insieme responsabilità personale, rispetto delle regole e opportunità concrete di riscatto che la rabbia giovanile può smettere di essere una minaccia distruttiva e diventare una spinta per il progresso di tutta la società.
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