La questione giovanile: dall’emigrazione al ritorno al Sud
Da Antonio Gramsci a oggi, emigrazione e disuguaglianze raccontano un divario strutturale: la sfida è trasformare il Mezzogiorno in un luogo di opportunità e non di partenze

ANSA
Antonio Gramsci fu tra i primi a leggere l’emigrazione e il divario Nord‑Sud non come un semplice ritardo economico, ma come l’esito di un rapporto di potere squilibrato. Non si trattava di differenze naturali o culturali, ma di un assetto strutturale che impediva al Sud di esprimere pienamente le proprie potenzialità e che rendeva l’emigrazione una conseguenza quasi inevitabile.
Da questa consapevolezza è partito il confronto che ha animato il panel “La questione giovanile dall’emigrazione al ritorno al Sud”, svoltosi a Napoli il 10 aprile. Un appuntamento ricco di voci e di esperienze, che ha visto la partecipazione di amministratori ed amministratrici, militanti, studiosi e soprattutto di tanti ragazzi e ragazze che vivono sulla propria pelle le contraddizioni del presente. L’iniziativa, inserita nel percorso promosso dall’eurodeputato Sandro Ruotolo dal titolo “La nuova questione meridionale nell’Europa di oggi, a 100 anni dagli scritti di Antonio Gramsci”, è stata un’occasione per rileggere quelle intuizioni alla luce delle sfide contemporanee e per interrogarsi su come trasformare il Sud in un luogo di opportunità, non di partenze obbligate.
Nel Mezzogiorno, il fenomeno migratorio giovanile è ancora più pronunciato rispetto al resto del Paese perché le disuguaglianze sociali ed economiche che attraversano il territorio sono più profonde. A partire sono soprattutto i giovani altamente formati, il capitale umano su cui dovrebbe poggiare il futuro del Sud, ma anche coloro che cercano lavori meno specializzati e trovano altrove retribuzioni e condizioni contrattuali più dignitose. Questo flusso produce un duplice impoverimento: si perdono competenze strategiche e, allo stesso tempo, si indebolisce il tessuto sociale e produttivo. In sintesi, meno opportunità generano più partenze, e più partenze riducono la capacità del territorio di rigenerarsi.
Spezzare questo meccanismo richiede un cambio di paradigma che tenga insieme sviluppo economico, diritti di cittadinanza e qualità della vita. Nessun territorio può crescere senza una politica industriale moderna, capace di individuare settori, filiere, competenze e infrastrutture su cui investire con continuità. La sfida è ricostruire un orizzonte economico e sociale che restituisca ai giovani la percezione di un futuro possibile, fondato sulla centralità del lavoro: non un lavoro qualunque, ma un lavoro stabile, dignitoso, qualificato, in grado di valorizzare le competenze e generare mobilità sociale.
In questo quadro diventa sempre più evidente – e non sorprende che ciò venga riconosciuto oggi anche da attori tradizionalmente diffidenti verso l’intervento pubblico – quanto sia necessaria una presenza dello Stato capace di orientare, sostenere e accelerare i processi di sviluppo. La storia economica lo conferma: l’esperienza della Cassa del Mezzogiorno, pur segnata da limiti e contraddizioni, rappresentò uno dei momenti più incisivi di trasformazione del Sud, grazie a investimenti infrastrutturali, industriali e sociali che modificarono in profondità il volto di intere regioni. Non si tratta di riproporre modelli del passato, ma di recuperare quella capacità di programmazione, quella visione strategica e quella forza di investimento pubblico che in altre stagioni contribuirono a ridurre i divari e a generare nuove opportunità. Una presenza pubblica intelligente e lungimirante deve tornare a essere il motore di un ciclo di sviluppo fondato su innovazione, transizione ecologica, poli tecnologici e filiere ad alto contenuto di conoscenza. In questi ambiti l’intervento pubblico può svolgere un ruolo decisivo: investendo dove il mercato non arriva, assumendo rischi che gli attori privati non sono in grado di sostenere, creando le condizioni affinché nuove imprese possano nascere, crescere e radicarsi. Una politica industriale capace di integrare intervento pubblico, ricerca, formazione e attrazione di investimenti può restituire al Mezzogiorno un ruolo strategico nel Paese e nel contesto europeo.
Lo sviluppo industriale ed economico, tuttavia, da solo non basta. Oggi la scelta di restare o tornare dipende sempre più dalla qualità della vita e dalla garanzia di fruizione dei diritti di cittadinanza. I giovani non cercano soltanto un impiego: cercano un equilibrio complessivo fatto di tempo libero, mobilità efficiente, servizi accessibili, spazi di socialità, città vivibili. La qualità della vita è un fattore economico vero e proprio, che incide sulle decisioni tanto quanto lo stipendio o le condizioni contrattuali. Non si tratta più di un elemento accessorio: entra nel calcolo complessivo di ciò che rende sostenibile e desiderabile un lavoro o un luogo in cui vivere. Senza un welfare territoriale solido – sanità, scuola, servizi di prossimità, reti di mobilità materiali e digitali – restare diventa una scelta sempre più difficile, soprattutto nelle aree interne, dove lo spopolamento e la chiusura dei servizi essenziali hanno trasformato interi territori in zone d’ombra. A questo si aggiunge un tema cruciale: la casa. La casa è il primo mattone della cittadinanza, senza politiche abitative che garantiscano affitti accessibili, rigenerazione del patrimonio pubblico e nuove soluzioni per giovani e famiglie, nessuna strategia di sviluppo può reggere. Ricostruire comunità vive e coese non è un vezzo da alternatici ma una priorità politica. Significa riconoscere che il patrimonio pubblico può diventare infrastruttura sociale, capace di ospitare servizi di prossimità, attività condivise e spazi in cui le relazioni possano rigenerarsi. È un investimento sulla qualità della convivenza e sulla capacità di un territorio di creare legami, opportunità e benessere collettivo.
La coesione territoriale, quindi, è l’unica strategia possibile in un’Europa che rischia di perdere centralità nello scenario globale. In questo quadro, il principio di uguaglianza assume un valore politico decisivo: non come semplice compensazione delle fragilità, ma come condizione per tenere insieme società, economie e istituzioni. Per l’Italia, continuare a considerare il Mezzogiorno come una periferia da sostenere significherebbe rinunciare a una parte essenziale della propria massa critica economica, demografica e strategica. Il Mezzogiorno è una porta naturale verso il Sud del mondo, un nodo di rotte commerciali e infrastrutture energetiche in un’epoca in cui la geografia economica globale si sposta verso Sud ed Est, un territorio ricco di competenze che troppo spesso emigrano, indebolendo non solo il Sud ma l’Italia nel suo complesso. Per questo la coesione non può essere interpretata come una contrapposizione tra aree forti e aree deboli, né come un trasferimento unidirezionale di risorse. È una politica di uguaglianza sostanziale, che mira a ridurre i divari per aumentare la capacità del Paese di innovare, attrarre investimenti e generare mobilità sociale. In un’Europa che rischia di diventare periferia, il Mezzogiorno può essere uno dei suoi centri di forza, se messo nelle condizioni di esprimere appieno le proprie risorse.
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