La Puglia è la regione più ambientalista d’Italia
Dal resort di super lusso di Ostuni agli ulivi secolari di Serranova, la Puglia difende il proprio paesaggio dalla colonizzazione turistica.

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Quella del 2026 in Puglia è l’ennesima estate di passione. La regione, come ogni anno, è attraversata da incendi che devastano il territorio. E, come ogni anno, si torna a parlare di vento, siccità e temperature sempre più elevate. Sono fattori reali, ma non bastano più a spiegare una stagione che si ripete con una regolarità inquietante. Gli incendi non rappresentano più un’emergenza straordinaria: sono diventati una componente strutturale dell’estate pugliese, sempre più frequenti, estesi e distruttivi.
Ma quest’anno la Puglia non è attraversata soltanto dal fuoco. È attraversata anche da una discussione che riguarda il modo in cui questa terra immagina il proprio futuro.
Al centro del dibattito c’è la costa di Ostuni, in località Mogale, uno degli ultimi tratti in cui la piana degli ulivi incontra il mare conservando un equilibrio raro tra paesaggio agricolo, macchia mediterranea e costa adriatica. Qui il Governo, attraverso l’Autorizzazione Unica della ZES, ha autorizzato la realizzazione di un grande resort di lusso destinato a essere gestito dal marchio Four Seasons.
L’investimento supera i cento milioni di euro e prevede la costruzione di nuove strutture ricettive, ville con piscina, servizi commerciali e aree dedicate agli eventi in uno dei paesaggi più delicati della costa brindisina. Il progetto è promosso dal gruppo immobiliare Omnam, fondato da David Zisser, mentre Four Seasons appartiene a una società tra i cui principali azionisti figura anche Bill Gates.
lI caso di Ostuni non è isolato. Si inserisce in una dinamica che ormai attraversa l'intero Mediterraneo. Dalla Sardegna all'Albania si moltiplicano i conflitti attorno a grandi investimenti turistici destinati a trasformare alcune delle coste più pregiate d'Europa.
È accaduto in Sardegna, davanti all'isola di Tavolara, dove il progetto di un grande insediamento turistico autorizzato attraverso la procedura ZES ha aperto un duro confronto tra Governo, Regione e amministrazioni locali, fino alla successiva revoca dell'autorizzazione. Ed è accaduto in Albania, sull'isola di Sazan e nell'area protetta della laguna di Vjosa-Narta, dove il progetto del resort promosso da Jared Kushner ha dato vita a una vasta mobilitazione civile, divenuta celebre per il simbolo dei fenicotteri rosa, e ha richiamato l'attenzione delle istituzioni europee sul rispetto delle procedure di tutela ambientale e degli standard richiesti ai Paesi candidati all'adesione all'Unione europea.
Vicende diverse, ma accomunate dalla stessa domanda: quale idea di sviluppo vogliamo per il Mediterraneo?
La questione non è essere favorevoli o contrari agli investimenti. La questione è decidere quale idea di sviluppo vogliamo affidare a una delle regioni più preziose del Mediterraneo.
Le Zone Economiche Speciali sono nate per attrarre investimenti produttivi e rafforzare il tessuto economico del Mezzogiorno. Oggi quello stesso strumento viene utilizzato anche per autorizzare grandi operazioni turistico-immobiliari attraverso procedure straordinarie che comprimono, almeno in parte, il normale confronto con gli strumenti di pianificazione territoriale. È una scelta politica e, come tale, merita di essere discussa.
Tra le preoccupazioni espresse da cittadini, associazioni e da numerose ricostruzioni giornalistiche vi è anche il tema delle risorse idriche. In una regione che negli ultimi anni ha dovuto fare sempre più spesso i conti con la scarsità d'acqua e con le difficoltà dell'Acquedotto Pugliese nel garantire l'approvvigionamento durante i periodi più critici, il fabbisogno richiesto da piscine, giardini e servizi di un grande resort alimenta interrogativi sulla sostenibilità complessiva del progetto. Un tema che si inserisce nella crescente preoccupazione per il proliferare delle piscine private nella Valle d'Itria, fenomeno che pone interrogativi sempre più evidenti sul consumo delle risorse idriche sotterranee e sulla necessità di una pianificazione più rigorosa.
Il rischio è che, dietro la promessa di nuovi posti di lavoro e di investimenti internazionali, si affermi un modello profondamente diverso da quello che ha reso la Puglia una delle destinazioni più apprezzate d'Europa.
La forza della Puglia non è mai stata il turismo delle grandi enclave. È stata l'ospitalità diffusa delle masserie, dei piccoli alberghi, delle case aperte ai viaggiatori, dei ristoranti di famiglia. Un'economia capace di distribuire ricchezza tra migliaia di imprese, artigiani, agricoltori e commercianti.
Per questo il riferimento non può che essere anche ai grandi resort autosufficienti che ricostruiscono, all'interno di spazi privati ed esclusivi, un'immagine idealizzata della Puglia. Borgo Egnazia rappresenta probabilmente l'esempio più noto di questo modello: una struttura capace di attrarre capi di Stato, grandi imprenditori e un turismo internazionale di fascia altissima. Un'esperienza di grande successo imprenditoriale, ma che dialoga soprattutto con un'élite globale e molto meno con quell'economia diffusa che ha costruito, negli ultimi decenni, l'identità turistica della regione
È proprio qui che il dibattito assume una dimensione più ampia. Ostuni, Tavolara, Sazan non raccontano semplicemente tre controversie urbanistiche. Raccontano un conflitto che attraversa oggi tutto il Mediterraneo: da una parte un modello fondato sulla concentrazione di grandi capitali e di destinazioni esclusive; dall'altra territori che chiedono di conservare il controllo del proprio paesaggio, della propria economia e della propria identità.
In questo senso la Puglia sta assumendo un ruolo che va oltre i suoi confini. Sta diventando uno dei presìdi più significativi di resilienza contro una forma di colonizzazione che non è militare né politica, ma culturale, economica e turistica. Una colonizzazione che tende a uniformare i luoghi, trasformando paesaggi unici in prodotti replicabili, costruiti per rispondere alle aspettative di un mercato globale più che alla storia delle comunità che quei luoghi li abitano.
La parola "colonizzazione" può apparire forte. Eppure ogni forma di colonizzazione comincia molto prima dell'occupazione di uno spazio. Comincia quando un territorio smette di immaginarsi con i propri occhi e inizia a vedersi attraverso lo sguardo di chi lo investe. È in quel momento che il paesaggio diventa prodotto, la cultura scenografia e la comunità semplice elemento decorativo di un racconto costruito altrove.
La vera sfida, allora, non è scegliere tra sviluppo e tutela. È decidere se lo sviluppo debba rafforzare una comunità oppure limitarne progressivamente la capacità di determinare il proprio futuro. È su questo terreno che si misura oggi la partita della Puglia e, forse, di tutto il Mediterraneo.
La discussione, però, non riguarda soltanto la costa di Ostuni. Riguarda il rapporto tra tutela del paesaggio e scelte politiche.
Lo dimostra anche la vicenda degli ulivi monumentali di Serranova, all’interno del territorio della Riserva naturale di Torre Guaceto. Qui centinaia di ulivi secolari e millenari sono stati eradicati nei primi giorni di luglio. Anche in questo caso il territorio ha reagito con manifestazioni, ricorsi e prese di posizione pubbliche, come già era avvenuto negli anni precedenti.
Non era la prima volta che a Serranova si estirpavano ulivi monumentali. Già negli anni scorsi la stessa area, tra Serranova e Torre Guaceto, era stata attraversata da proteste, presìdi e denunce pubbliche contro l’abbattimento di ulivi secolari e millenari. A contestare quelle operazioni erano stati agricoltori, cittadini, comitati e associazioni ambientaliste, tra cui Ulivivo, il Movimento No TAP e altre realtà locali impegnate nella difesa del Parco degli Ulivi Monumentali di Serranova. Anche il Consorzio di Gestione della Riserva Naturale di Torre Guaceto era intervenuto sulla vicenda, contestando l'esecuzione dei lavori in assenza del prescritto nulla osta dell'Ente Parco e segnalando il caso ai Carabinieri Forestali, da cui è scaturita l'apertura di un'indagine della Procura di Brindisi. In diversi casi le proteste avevano sostenuto che si trattasse di alberi ancora vivi o comunque non definitivamente compromessi. Anche per questo l’ultimo intervento non può essere letto come un episodio isolato, ma come l’ennesimo capitolo di una vicenda che da anni ferisce uno dei paesaggi più identitari della Puglia.
A rendere possibili interventi di questo tipo è anche l’articolo 8-ter della legge n. 44 del 2019, approvata nell’ambito delle misure straordinarie contro la diffusione della Xylella. La norma consente al proprietario, al conduttore o al detentore di un terreno situato in un’area ufficialmente classificata come infetta di procedere all’estirpazione degli ulivi previa comunicazione alla Regione, anche in deroga a numerosi vincoli paesaggistici e ambientali. La legge non richiede che ogni singolo albero sia stato dichiarato positivo al batterio: è sufficiente che ricada all’interno di una zona classificata come infetta. Inoltre, non impone il reimpianto degli ulivi, limitandosi a consentirlo.
È proprio questo uno degli aspetti che continua a dividere profondamente la società pugliese. Una norma nata per affrontare un’emergenza fitosanitaria ha finito, secondo molti cittadini e associazioni, per consentire trasformazioni del paesaggio che fino a pochi anni fa sarebbero state difficilmente immaginabili, anche in aree sottoposte a tutela.
Nessuno può negare i danni provocati dalla Xylella. Sarebbe una ricostruzione falsa. Ma sarebbe altrettanto falso descrivere oggi un paesaggio immobile
Chi percorre oggi il Salento nelle zone dove la malattia ha attaccato pesantemente più di 10 anni fa, vede accanto agli ulivi irrimediabilmente compromessi tanti alberi che hanno ripreso a vegetare e a produrre olive. In numerose campagne ricompaiono chiome verdi, nuovi ricacci, alberi che sembravano definitivamente perduti e che oggi mostrano una sorprendente capacità di ripresa. L’ulivo è una pianta straordinariamente resistente. È un fenomeno evidente, che meriterebbe maggiore attenzione scientifica, istituzionale e giornalistica.
Siamo sicuri che gli ulivi millenari estirpati a centinaia a Serranova Comune di Carovigno a pochi chilometri da Ostuni, non sarebbero rinati allo stesso modo, visto che molti erano ancora vivi seppur infetti?
I pugliesi non mancano di ricordarlo alle istituzioni. Ma forse proprio qui è il punto, le istituzioni pugliesi e nazionali, la Regione Puglia, il Governo, i comuni, sono all’altezza delcarattere ambientalista dei propri cittadini?
È forse proprio qui che emerge una delle caratteristiche più interessanti della Puglia contemporanea.
Negli ultimi decenni questa regione ha costruito una coscienza ambientalista che poche altre realtà italiane possono vantare. Non è nata nei convegni o nelle istituzioni, ma nelle piazze, nelle campagne, nei comitati spontanei e nelle associazioni di cittadini.
È cresciuta a Taranto, dove migliaia di persone continuano a chiedere che il diritto al lavoro non sia incompatibile con il diritto alla salute. Ha conosciuto San Foca e Melndugno nelle battaglie contro la Tap e il gasdotti. Si è rafforzata nelle battaglie per la tutela degli ulivi monumentali, nel Salento a Torre Guaceto, a Serranova. Oggi continua a manifestarsi sulla costa di Ostuni contro il progetto Four Season.
Sono vicende diverse, ma raccontano la stessa storia: quella di una comunità che considera il paesaggio non una merce, bensì un bene comune costruito nel tempo da generazioni di persone.
Per questo la Puglia rappresenta oggi un caso particolare nel panorama italiano. Ha sviluppato una capacità di reagire ogni volta che percepisce una minaccia al proprio patrimonio naturale, agricolo e culturale. Non sempre queste battaglie vengono vinte. Non sempre riescono a fermare i progetti contestati. Ma lasciano un segno profondo, perché ricordano che il paesaggio non appartiene soltanto a chi ne possiede formalmente una parte, ma anche alla comunità che in quel paesaggio riconosce la propria storia.
È così che la Puglia, ogni estate, mentre combatte contro il fuoco, la siccità e trasformazioni che rischiano di cambiarne il volto, continua anche a fare ciò che forse le riesce meglio: resistere. La vera ricchezza della Puglia non consiste soltanto nel mare, negli ulivi o nei borghi bianchi. Consiste nella straordinaria capacità della sua comunità di custodire un territorio senza smettere di immaginarne il futuro. È forse questa la differenza tra un paesaggio e una colonia turistica: nel primo esiste ancora una comunità che decide; nella seconda rimane soltanto un luogo amministrato per soddisfare desideri altrui.
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