Porta d'oriente e città di Pace: Venezia vista da Andrea Martella

Un viaggio nella Venezia contemporanea tra overtourism, crisi identitaria e spopolamento, attraverso lo sguardo di Andrea Martella e la sfida di restituire alla città una comunità viva

Maurizio TarantinoApprofondimenti
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ANSA

Mentre mi avvio verso Campo Santa Margherita, la zona studentesca di Venezia, dove incontrerò Andrea Martella, candidato sindaco del Comune di Venezia per il campo progressista nelle elezioni che si terranno a fine maggio 2026, mi chiedo se esista ancora un luogo, nella città d’acqua, in cui sia possibile incontrare i veneziani. È un pensiero che mi accompagnerà per tutto il pomeriggio.

Camminando tra le calli, tra flussi continui di cinesi, americani, giapponesi, si ha la sensazione che Venezia sia diventata un sistema che regge su se stesso per inerzia, mentre sotto si svuota. È in questo scarto tra superficie e profondità che si inserisce lo sguardo di Andrea Martella, che non osserva la città come un oggetto, ma come un organismo da salvare, valorizzare e rilanciare nell’identità e nell’orgoglio. «Venezia può avere un ruolo molto importante anche per la diplomazia culturale», riflette a voce alta mentre giriamo per il quartiere, sottolineando questo passaggio con un’inflessione convinta nel tono, quasi a denotare una felice intuizione. «Può essere davvero una città simbolo: è sempre stata una città ponte, una città di dialogo, di incontro tra Occidente e altre culture, crocevia di pensieri e di popoli. Vorrei riportarla a questa indole, anche in un periodo così difficile come questo, segnato da grandi tensioni geopolitiche. Venezia può ritrovare il ruolo di città della pace, del dialogo, del confronto».

Le parole di Andrea riportano alla mente il carattere storico della città, quando lo stretto di Hormuz - oggi snodo che mette in crisi l’economia globale - trovava il suo equivalente nella laguna di Venezia, quando la Serenissima era la vera porta d’Oriente e del commercio mondiale. Immortalata da William Shakespeare nel Mercante di Venezia, la città lagunare non era soltanto uno dei centri culturali più rilevanti del pianeta, ma anche un fulcro economico dell’intero sistema mercantile. Qui fiorivano artigianato, manifattura, lavorazione dei tessuti e del vetro

Altri tempi, oltre mezzo millennio fa. C’erano le guerre anche allora, ma non intaccavano il DNA dei luoghi, non minacciavano l’anima, l’appartenenza, l’orgoglio dei cittadini. Furono quelli gli anni in cui Venezia impose un’identità culturale che ancora oggi abita l’immaginario del mondo.

Ora, invece, tutto questo appare depredato, consumato, progressivamente svenduto.

È questa la battaglia del candidato sindaco: restituire Venezia alla sua vocazione popolare, senza provincializzarla, ma ridandole la sua indole internazionale come guida. «Venezia in questo momento è a un bivio». Su questo è netto e non lascia spazio a interpretazioni. «Si tratta di continuare a perdere popolazione, servizi, funzioni, oppure intraprendere una strada in cui la comunità si ritrovi e possa rinascere. Per fare questo serve una svolta radicale rispetto a ciò che è accaduto negli ultimi anni». «Io — prosegue Martella — mi candido per cambiare, per fare scelte coraggiose che riguardano la sostenibilità ambientale, il futuro della città, la sua salvaguardia, il contrasto allo spopolamento e una diversificazione economica rispetto al solo indotto turistico. Non mi candido per gestire l’esistente o per fare quello che hanno fatto altri: mi candido, con tutta la coalizione, per intraprendere una strada nuova». E ancora: «Venezia è una città complessa, non è una città come le altre: è unica e, proprio per questo, fragile. I veneziani si sono resi conto che non c’è più tempo: il bisogno di fare scelte non è più rimandabile. Siamo in una china di decadenza, se non di declino: servono scelte radicali».

Il valore di Venezia è oggi violentato non tanto sul piano economico quanto su quello identitario, culturale e sociale. Un patrimonio immateriale enorme reso negoziabile da scelte politiche che, al tramonto di un decennio di amministrazione Brugnaro - Zaia, mostrano tutta la loro dannosa banalità. Assalita da fenomeni di gentrificazione come pochi luoghi al mondo, la città è schiacciata sotto il peso di circa 15 milioni di presenze annue nel solo centro storico e oltre 40 milioni nell’intera provincia. Sta svuotando la propria identità culturale, esposta al rischio di standardizzazione e appiattimento tipico dei grandi centri turistici globali. «Venezia è un albergo», cantava Francesco Guccini. Oggi quel verso è diventato un dato: i posti letto hanno superato i residenti. Una città in guerra permanente con le navi da crociera e con le piattaforme globali degli affitti brevi, ridotta a bene di consumo per élite mondiali, arrivate perfino ad affittarne il “marchio” per cerimonie private, come nel caso del matrimonio di Jeff Bezos e Lauren Sánchez nel maggio 2025.

Su questo insiste Martella: «Nel corso di questi ultimi dieci anni la città si è interiormente indebolita: molte famiglie sono andate via perché i costi della vita sono molto alti e le case, più che abitazioni, sono diventate investimenti. La monocultura turistica ha prodotto una dipendenza economico-produttiva su tutti i piani: anche il lavoro si è impoverito, è pagato meno, e gli stessi lavoratori vanno altrove». «Il compito — prosegue nella sua riflessione — sarà diversificare l’economia, portare altre attività e investimenti. Penso alla ricerca, alla cultura, alla scienza e al ruolo delle università, anche attrattive per centri di ricerca italiani e internazionali. L’obiettivo è bloccare lo spopolamento, creare le condizioni per far restare gli studenti formati qui e favorire il ritorno dei veneziani. «Bisogna invertire la rotta — conclude — affrontare il tema della casa, mettere più alloggi a disposizione dei residenti. Ci sono circa 2.500 case sfitte tra Venezia e Mestre, di proprietà del Comune o dell’Ater. Si tratta di costruire un’economia cittadina e, al contempo, restituire case e identità alla città. Il turismo è una risorsa fondamentale, ma non può essere l’unica: va governato, altrimenti finisce per svuotare la città stessa».

Intanto Campo Santa Margherita è pieno di ragazzi: sembra di essere in via Zamboni a Bologna o a San Lorenzo a Roma. Mentre continuiamo a camminare, le sue parole vengono interrotte dai continui messaggi di veneziani su WhatsApp e mi dice che sono moltissimi a chiedere incontri. Avverte il peso di questi contatti, riconoscendone la complessità: è la sua sfida, recuperare la dimensione popolare della città, perché esiste, è viva e vuole essere ascoltata.

Dopo aver letto uno di questi messaggi, mi dice: «Vedi? L’altra cosa è il coinvolgimento della gente. In una città come questa, fatta di realtà diverse - acqua, terraferma, isole - il nostro compito sarà riportare la partecipazione. Da un lato bisogna ricostruire una dimensione internazionale, dall’altro serve un progetto condiviso, dal basso. Ci sono molte realtà associative a Venezia - comitati, ambiti culturali, volontariato - ma in questi anni non sono state ascoltate. C’è stata una scarsa volontà di confronto da parte dell’amministrazione. Sono state azzerate anche le municipalità, che sono luoghi fondamentali di governo del territorio: a Venezia ce ne sono sei. Alle municipalità sono state tolte deleghe, funzioni, personale: tutto è stato accentrato nella figura del sindaco. Noi dobbiamo rovesciare questo modello». Le parole di visione e speranza si fanno più tese quando apro il capitolo ambientale. Qui il peso della responsabilità si avverte chiaramente nella concitazione del tono. Venezia è una città fragile, i cambiamenti climatici qui non sono materia da talk show, sono vita quotidiana, rischio palpabile.

«Noi veneziani — spiega Martella — siamo legati alle politiche mondiali da un filo sottile e pericoloso. Venezia è il simbolo delle scelte ambientali: le subisce o ne beneficia immediatamente. Il tema dei cambiamenti climatici, della sostenibilità, dell’adattamento e dell’innovazione è centrale, e su questo ci sono stati molti passi indietro». «Il ritorno di Trump — dice — ha fatto venire meno quello che era un ordine internazionale che, faticosamente, cercava di governare i processi globali. Forse non era impeccabile, ma esisteva e stava andando nella giusta direzione. Oggi, invece, si sta scardinando tutto, compresi i fondamenti delle politiche ambientali su cui, con fatica, ci stavamo incamminando. Ma non è solo una questione globale: in questi anni Roma si è occupata poco di Venezia. Nonostante una legge speciale che impegna la Repubblica alla salvaguardia della città, in quanto valore di preminente interesse nazionale, i fondi statali sono stati bloccati dall’attuale governo, senza che Regione e Comune opponessero una reale protesta. Tutto ciò si è tradotto in grande scoramento e incertezza tra i veneziani.

La proposta che porteremo avanti è quella di fare di Venezia una città con uno statuto speciale, riconosciuta a livello costituzionale, così come lo è Roma Capitale. Uno Statuto che possa attribuire a Venezia maggiore autonomia e potestà legislativa su alcune materie fondamentali: a partire dalla salvaguardia ambientale, fino alla governance dell’overtourism, alle politiche abitative e ad altri ambiti strategici.

Qui è in gioco la sopravvivenza stessa di Venezia: non solo cosa sarà la città tra qualche anno, ma tra 10, 15, 20 anni. Come si garantisce la salvaguardia fisica e ambientale? Come si tutela la laguna? Come si contrastano i cambiamenti climatici? Il Mose ha una durata: già dal 2050 bisognerà interrogarsi su quali strumenti potranno proteggerci meglio. La velocità dei cambiamenti climatici e dell’innalzamento del mare ci dice che non possiamo perdere tempo. Dobbiamo essere sempre un passo avanti, investendo in tecnologia e ricerca per garantire la tutela della città storica e dell’ecosistema lagunare».

Il ruolo di Venezia emerge così con chiarezza: centro di ricerca, motore culturale europeo, polo attrattivo per giovani menti capaci di prendersene cura, simbolo di un’attenzione ambientale e di rispetto della propria comunità. Anche Mestre e Porto Marghera dovranno avere un ruolo decisivo nello sviluppo dei servizi e del lavoro.

«Porto Marghera è una grandissima area infrastrutturale, tra le più rilevanti a livello europeo. Devono essere completate le bonifiche di ciò che c’era prima - un processo ancora incompiuto - per poter guardare con convinzione a nuove filiere e a nuovi insediamenti produttivi. Io stesso sono stato promotore di una legge per la logistica semplificata, un sistema che favorisce l’insediamento di imprese attraverso formule di credito d’imposta e vantaggi fiscali. Bisogna puntare sull’innovazione: su ciò che può restare della chimica verde, sull’idrogeno - che ha già un importante insediamento - e su attività legate alla sostenibilità, alla cantieristica e, naturalmente, alla logistica. Tutto questo deve procedere di pari passo con i centri di ricerca e i poli universitari, su cui voglio investire per garantire la permanenza dei giovani in città. C’è bisogno di normalità, e il lavoro è il primo valore in questo senso».

Il ruolo di Venezia emerge dunque con nettezza nelle parole di Martella: il tema culturale-identitario come guida sul piano internazionale e come volano per il ripopolamento della città. Una Venezia capace di mettere a valore il proprio prestigio globale come strumento di relazione tra i popoli, valorizzando eccellenze non solo turistiche, ma anche culturali, produttive e accademiche. Colgo allora l’occasione per toccare un ultimo punto, che sintetizza bene la sua visione: la necessità di restituire alla città una guida culturale, un pensiero, un indirizzo. Andrea Martella vuole riportare a Venezia l’assessorato alla Cultura, assente da un decennio perché il sindaco Brugnaro non lo ha ritenuto necessario.

Gli faccio notare che, in una città che ospita grandi fondazioni d’arte, alcune tra le più importanti istituzioni culturali al mondo - disseminate lungo il Canal Grande con artisti e firme internazionali - oltre al Festival del Cinema, alla Biennale d’Architettura e alla Biennale d’Arte, è paradossale non avere un assessore alla Cultura. È il segno di una colonizzazione da parte di ministeri, fondazioni e potentati culturali, pubblici e privati, che utilizzano Venezia come una semplice piattaforma espositiva, senza produrre realmente valore, senza definire linee guida, senza restituire alla città ciò che ricevono. È su questo punto che Andrea, scuotendo prima la testa e poi annuendo, mi risponde: «È un’osservazione molto giusta. In un’amministrazione comunale, un assessorato alla Cultura che funzioni deve costruire una politica culturale capace di restituire valore alla città e, allo stesso tempo, di proiettarla nel mondo. L’assessorato dovrebbe servire anche a difendere il valore culturale di Venezia da interpretazioni esterne, nazionali e internazionali. Le multinazionali e le fondazioni prendono molto, e in parte restituiscono, ma è giusto che una quota di quel valore rimanga alla città. L’assenza di una politica culturale è la dimostrazione di una mancanza di visione da parte del Comune. Lo vediamo chiaramente nel caso della Fenice, dove un certo amichettismo politico ha inciso su scelte e nomine, offuscando il prestigio di un’eccellenza mondiale e non rispettando la grande eredità musicale della città.

Sulla Fenice servirà una riflessione profonda: bisognerà rimettere mano a quanto fatto. Se diventerò sindaco e presidente della Fondazione, lavorerò per riportare il Teatro al rango che merita, a partire da una revisione delle scelte compiute. La cultura, a Venezia, deve tornare a essere un elemento guida, non ridursi a consumo o intrattenimento. Venezia può avere un ruolo fondamentale nella diplomazia culturale: può essere una città simbolo, un crocevia di culture, soprattutto in un momento così buio». Lascio Andrea ai suoi appuntamenti e mi inoltro da solo, per qualche ora, nella meraviglia di Venezia, lasciandomi smarrire nei vicoli e tentando - senza riuscirci davvero - di sfuggire alla marea dei turisti. Eppure, un quartiere popolare non riesco a trovarlo. O meglio: lo intravedo soltanto alla fine del viaggio, quando ormai non mi resta più tempo. È Sacca Fisola.

Dal traghetto mi appare come una visione inattesa: una serie di palazzotti anni Sessanta distesi sull’isola artificiale, con colori accordati e dolcemente corrosi dalla salsedine. Sembra un quadro. Di quell’apparizione mi resterà una nostalgia tenace, il rimpianto di non aver percorso le strade di quel quartiere - forse l’ultimo quartiere del popolo, chissà. Ne ho annotato il nome e la posizione, come si fa con ciò che non si vuole perdere. Ci tornerò, la prossima volta che verrò a Venezia.