La Politica in scena: voce, corpo e costume dei leader contemporanei

Uno sguardo ironico sui codici teatrali della comunicazione pubblica: voce, accenti, gesti e abiti diventano strumenti per interpretare il grande palcoscenico politico.

Adriana MartinoBattaglia delle Idee
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ANSA

Mi accorgo spesso di essere ancora condizionata, nonostante l’età, da una mia deformazione professionale che è quella tendenza ad osservare la realtà e ad interpretarla secondo gli schemi del lavoro che ciascuno di noi ha svolto nella maggior parte della propria vita.Tutti i miei interessi professionali si sono concentrati sullo studio e sulla pratica dell’arte della recitazione con tutti i risvolti tecnici ed espressivi che comporta: studio della tecnica vocale, della respirazione,della dizione, controllo del corpo,le giuste pause, il dare peso ai concetti chiave, evitare l’effetto “ copione recitato a memoria”, l’utilizzo della propria imagine come strumento narrativo.

Diventa inevitabile che questo mio bagaglio spesso diventi la lente di osservazione dentro la quale mi diverto ad analizzare il mondo che mi circonda e quindi i comportamenti o profili personali di tutti quei personaggi che mi colpiscono e che vengono considerati da me, a tutti gli effetti, come degli “interpreti” di un grande palcoscenico. Perchè nelle democrazie contemporanee il confine tra informazione e spettacolo ormai si è certamente assottigliato attraverso i social e i talk show i quali sono diventati le nuove ribalte dove ognuno recita il proprio ruolo e dove nuovi o vecchi leaders diventano personaggi narrativi utilizzando nuovi codici spettacolari.

Come quello dell’intellettuale “mattatore mediatico” che attraverso l’invettiva e l’insulto crea intrattenimento lanciando nuove forme di rissa televisiva . Il “capra capra capra” di Vittorio Sgarbi per alcuni decenni è stato strumento ritmico e percussivo di studiati copioni, diventando un marchio di fabbrica riconoscibile e nazional popolare.

Naturalmente queste mie riflessioni si prestano ad una casistica enorme e non posso che limitarmi ad alcuni esempi dentro i temi che entrano nelle mie competenze (non nascondo che alcuni giudizi possono anche essere frutto di mie idiosincrasie) . Sicuramente giornalisti e politici forniscono sempre occasione di osservazione analitica, intanto attraverso l’uso della voce, perchè Il timbro di una voce identifica ogni persona come una impronta digitale. Come non sobbalzare ogni volta che si ha l’occasione di ascoltare il giornalista Mario Giordano la cui voce stridula perfora le orecchie della sua platea televisiva e usando l’urlo e la spettacolizzazione del suo corpo polarizza cosi’ l’opinione pubblica?

Anche lo stile dell’eloquio denuncia la cifra comunicativa di un personaggio pubblico e l’ex ministro della cultura Gennaro Sangiuliano con il suo modo di esprimersi ha suscitato ampi dibattiti, trasformandosi in un fenomeno mediatico. Indimenticabili le sue gaffe storiche e geografiche e le forbite perle di erudizione accademiche dispensate con una cantilena partenopea e una voce impastata al limite dell’udibile Il “ colore” di una voce poi cattura subito la mia attenzione.

Una voce puo’ essere ricca o povera di frequenze multiple di armonici, frequenze che ne determinano la qualità e quindi ne formano il timbro. Ebbene la voce dell’ex presidente del consiglio Giuseppe Conte è una voce "stimbrata”, con scarse vibrazioni per cui il colore della sua voce si puo’ definire opaco.Questa pecularietà fisica gli permette un’oratoria non gridata e non incline all’aggressività. Il suo eloquio è controllato e non fa leva sull’enfasi emotiva, evita le spigolosità anche se a volte è elusivo e a volte sornione ma sempre elegante nel mostrare le sue abilita’ di leguleio ed equilibrista di rango. Per storia personale non cincischia nel linguaggio politichese che usa con un’’ottima dizione priva di inflessioni dialettali.

Perché le origini regionali distinguono certamente la galassia dei personaggi pubblici e ne fanno spesso soggetto di “rappresentazione”: vedi l’accento del vicepresidente del Senato che ha fatto della sua pesante calata siciliana il suo stile identitario prestandosi a succosi siparietti teatrali e a divertenti imitazioni.

Notevole è anche l’accento emiliano della deputata Paola De Micheli che è diventato, suo malgrado, il suo tratto distintivo. La sua inflessione è talmente marcata che monopolizza tutta la mia attenzione distogliendomi spesso dai contenuti dei suoi interventi. Riesce però a “rappresentarsi” come una figura schietta, pragmatica. Tutta la sua postura è concentrata nel dimostrare passione, impegno per risolvere problemi più che sulla retorica ideologica. La sua personalità è sempre tesa a dimostrare la sua appartenenza alla “regione del fare” e alla storica concretezza emiliana.

Anche l’ottimo scrittore Gianrico Carofiglio mi colpisce quando, consapevolmente felice, si esprime con il suo inconfondibile accento barese e tormenta le mie orecchie massacrando imperterrito tutte le parole in cui la “a” e la “e” la fanno da padrone. (la “a” e la “e” sono le vocali maledette con cui fanno i conti tutti i personaggi che si espongono in pubblico.) Ma suscita empatia grazie alla sua autorevolezza non dogmatica che si esprime anche con la grande compostezza del suo eloquio e attraverso la volontà di “rappresentare” una guida, un punto di riferimento lontano dalla volgarità e dall’aggressività.

L’origine regionale può decisamente essere percepita anche come una grande risorsa nel caso delle “metafore” di Bersani le quali creano un ponte comunicativo immediato con chi lo ascolta. Pur utilizzando la sua cadenza emiliana la sua voce ha la capacità istrionica di creare connessione ed empatia usando espressioni popolaresche che rendono comprensibili concetti altrimenti astratti. Bersani quando parla con il suo “bersanese” sembra porti dentro di sé l’intera Emilia paciosa e riflessiva.

Anche la nostra presidente del Consiglio ha l’indubbio talento di alternare un registro istituzionale e poliglotta all’uso costante della sua cadenza romanesca che lei adopera per trasmettere autenticità e vicinanza al popolo. La doppia strategia comunicativa fra romanesco in patria e poliglottismo all’estero le consente di apparire sia “come una di noi”, sia come figura di potere. Il “noi” inteso come popolo del trinomio “Dio, patria famiglia” che prefigura quindi un “loro”, che la presidente contrappone retoricamente a marcare una identità e un recinto istituzionale.

Il suo lessico regionale in patria si proietta attraverso le “c” strascicate, si mangia le consonanti, le “esse” che sembrano “zeta”, mentre l’urlo identitario dell’ “io sono Giorgia”, le espressioni “è finita la pacchia”, “non sono ricattabile” tendono a trasmettere forza e determinazione. Quelle idiomatiche invece tipo “volevo morì”, “qui famo le tre”, “è ancora lunga raga’”, “ma quanto ve rode er culo” fanno sicuramente trionfare la sua autenticità e consolidano il “parla come mangi”.

Per l’abbigliamento usa completi giacca e pantaloni che cambia in maniera fregolistica, (è stato calcolato che la Presidente cambi look dalle 250 alle 400 volte all’anno nelle apparizioni pubbliche) Privilegia le tinte pastello che risaltano l’azzurro dei suoi occhi tondi e azzurri, mentre spesso i tailleurs sono abbinati ad audaci sdoganature di scarpe da ginnastica. La scelta di indossare sempre giacca e pantaloni viene intesa come la volontà di affermare una imagine di autorevolezza, di azione e capacità di leadership in un mondo tradizionalmente maschile.

È curioso constatare che le due donne, una di governo, e l’altra di opposizione, abbiano scelto ambedue di usare abbigliamenti che hanno fatto parte da sempre del guardaroba maschile. Nell’intervista a Vogue la leader del PD ha fatto sapere di essersi affidata ad una consulente d’immagine per studiare un look adatto a una efficace comunicazione.

Il suo abbigliamento è caratterizzato da jeans comodi e giacche colorate, un look un po’ stropicciato che asseconda uno stile androgino e mira ad azzerare le distanze. Ultimamente ha arricchito il suo stile con giacche colorate più larghe di due taglie abbinate ai jeans, una specie di “non look” che può essere interpretato come un messaggio rivolto ai giovani che amano la noncuranza e l’indifferenza alla moda. Il tutto accompagnato da un sorriso accogliente che non l’abbandona mai. Niente trucco, sempre la stessa pettinatura.

La sua è una voce squillante, molto giovanile, ben impostata sul fiato con una ottima dizione il cui accento si rifà ad una remota provenienza dell’Italia del Nord. Usa la voce in maniera sicura, a volte aggressiva per dare “testardamente” forza e fiducia, ma sa modulare il proprio registro anche usando un tono empatico per trasmettere ascolto. L’eloquio è sempre veloce, usa un po’ l’arringa e un po’ il comizio con il rischio di non dare il tempo di decodificare i contenuti.

Molto determinata nel condurre una opposizione frontale alle linee del governo, compito che lei svolge esponendo e ripetendo incrollabile sempre gli stessi temi e le stesse proposte, e concentrandosi su un nucleo ristretto ma identitario di battaglie politiche, al fine di intercettare segmenti nuovi di elettorato. Il suo aspetto casual da “attivista perenne” la avvicina ai movimenti anche più radicali, elementi che la rendono atipica rispetto alla classe politica della sinistra tradizionale.

Particolare non insignificante della sua comunicazione è l’uso costante delle mani con una gestualità ripetitiva con la quale sottolinea ogni parola, ogni concetto. Questa gesticolazione l’aiuta certamente a sottolineare i passaggi in sincronia con la voce e a trasmettere chiarezza e passione ma può anche distrarre dall’ascolto e dai contenuti e spingere a considerare questo automatismo una necessità nervosa per superare una tensione e una insicurezza.

Non ho avuto con questo mio scritto l’ambizione di dimostrare in che misura i codici visivi e linguistici vengano usati e siano derminanti per orientare la percezione pubblica. (sono ben altri gli studi e i libri su questi temi) Ho voluto solo, con un tocco di leggerezza e di ironia, dare un piccolo contributo per mettere in risalto come anche i linguaggi della drammaturgia possano essere uno strumento utile per decodificare le dinamiche e le tecniche psicologiche utilizzate dalla comunicazione di massa. –L’intento è sempre quello di non abbandonare mai il senso critico. Per non essere strumentalizzati e vivere con uno spirito libero la propria contemporaneità.

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