La persona come misura della politica

ANSA
Troppo spesso, negli ultimi decenni, abbiamo accettato che il dibattito pubblico separasse ciò che non può essere separato. Da una parte lo sviluppo, la competitività, la produttività, la modernizzazione; dall’altra il lavoro, i diritti sociali, la sicurezza, la qualità della vita. Come se l’economia fosse una disciplina autonoma, capace di produrre benessere indipendentemente dalle condizioni concrete di chi quella ricchezza la genera. È stata, probabilmente, una delle più grandi vittorie culturali del neoliberismo: convincerci che l’efficienza fosse un valore neutro, mentre ogni riflessione sulla giustizia sociale diventava un costo, un ostacolo, una zavorra.
Il caporalato ci ricorda quanto questa separazione sia falsa, perché non può esistere alcuna idea credibile di sviluppo se la crescita economica smette di avere come propria misura la dignità dell’essere umano.
La legge del 2016 contro il caporalato rappresentò una svolta fondamentale. Per la prima volta lo Stato decise di colpire con decisione non soltanto il caporale, ma anche l’imprenditore che trae profitto dallo sfruttamento sistematico del lavoro. Era il riconoscimento di un principio semplice e rivoluzionario allo stesso tempo: non esiste libertà d’impresa quando essa si fonda sulla negazione della libertà di altri esseri umani.
Dieci anni dopo, tuttavia, sarebbe ingenuo limitarci a celebrarne il valore senza interrogarci su ciò che è cambiato.
Il caporalato che continua ad attraversare il nostro Paese non è più soltanto quello, terribile e mai scomparso, delle campagne del Mezzogiorno. Certo, resta impresso nella coscienza collettiva il volto di Satnam Singh, lasciato morire davanti alla propria abitazione dopo aver perso un braccio durante il lavoro, come resta impressa la tragedia di Amendolara, dove quattro lavoratori agricoli sono morti bruciati vivi all’interno di un furgone. Due vicende che non raccontano semplicemente la violazione di norme giuridiche, ma la negazione radicale dell’idea stessa di umanità.
Ma se ci fermassimo a quelle immagini, finiremmo per non vedere il fenomeno nella sua evoluzione.
Oggi il caporalato cambia forma con la stessa rapidità con cui cambiano il mercato e l’organizzazione della produzione. Lo ritroviamo nella logistica, nell’edilizia, nella ristorazione, negli appalti, nelle piattaforme digitali, nelle filiere globali. Lo ritroviamo nel cantiere del nuovo Consolato degli Stati Uniti a Milano, dove lavoratori stranieri sarebbero stati reclutati all’estero con la promessa di un’occupazione regolare per poi essere sottoposti a turni massacranti e salari inferiori ai due euro l’ora, dopo avere persino pagato migliaia di euro per ottenere quel lavoro. È il segno di una trasformazione profonda: lo sfruttamento non è più un’eccezione marginale confinata ai luoghi della marginalità economica; rischia di diventare un elemento strutturale di alcuni modelli produttivi.
Per questo sarebbe un errore confinare il tema del caporalato esclusivamente alle politiche del lavoro.
La questione è molto più ampia. Riguarda il modo in cui concepiamo il rapporto tra economia e democrazia. Riguarda l’idea stessa di persona che una comunità politica decide di assumere come fondamento della propria azione.
Forse è proprio qui che il centrosinistra può ritrovare una parte della propria ragione storica.
Per troppo tempo abbiamo rincorso linguaggi, categorie e priorità costruite da altri, quasi vergognandoci delle parole che hanno fondato la migliore tradizione democratica e costituzionale del nostro Paese: uguaglianza, dignità, solidarietà, emancipazione. Eppure tutta la nostra Costituzione è costruita attorno a un’idea chiarissima: la Repubblica esiste per rendere effettiva la libertà delle persone, non per chiedere alle persone di adattarsi alle esigenze del mercato.
Se accettiamo questo principio, allora comprendiamo che la battaglia contro il caporalato è la stessa battaglia per una sanità pubblica capace di curare tutti indipendentemente dal reddito; è la stessa battaglia per il diritto alla casa in un Paese in cui abitare è diventato un lusso; è la stessa battaglia per salari dignitosi, per la sicurezza sul lavoro, per un sistema educativo che riduca le disuguaglianze invece di riprodurle; è la stessa battaglia per governare la rivoluzione dell’intelligenza artificiale senza lasciare che siano soltanto gli algoritmi o i mercati finanziari a decidere il destino del lavoro umano.
Non sono questioni differenti, sono declinazioni della medesima idea di civiltà. Per questo serve porsi una domanda, che dovrebbe accompagnare la riflessione della sinistra contemporanea: come riportare la persona al centro mentre il lavoro cambia, le crisi industriali si moltiplicano e l’intelligenza artificiale ridisegna i rapporti economici?
È una domanda che non riguarda soltanto il futuro del lavoro, ma riguarda il futuro della democrazia.
Perché ogni volta che la tecnica pretende di sostituire la politica, ogni volta che il mercato pretende di sostituire la giustizia, ogni volta che l’efficienza pretende di sostituire la dignità, ciò che viene messo in discussione non è semplicemente un modello economico, ma il significato stesso della convivenza civile.
Da abruzzese, in questa riflessione non posso non tornare a Ignazio Silone. Nei suoi romanzi i “cafoni” non sono una categoria sociale da osservare con paternalismo, ma il punto di vista da cui guardare il mondo. Sono coloro che la storia considera invisibili e che proprio per questo diventano il criterio con cui misurare la giustizia di una società. Finché esisteranno donne e uomini costretti ad accettare qualsiasi condizione pur di sopravvivere, finché il lavoro continuerà a essere occasione di sfruttamento anziché di emancipazione, quei cafoni continueranno a vivere, magari non più sulle montagne d’Abruzzo ma nei magazzini della logistica, nei cantieri delle nostre città, nei campi, nelle cucine dei ristoranti, nelle periferie del lavoro digitale.
La politica, in fondo, continua a essere chiamata a scegliere da che parte stare. Ed è forse questa la lezione più preziosa che possiamo trarre, dieci anni dopo la legge contro il caporalato. Non basta aggiornare gli strumenti repressivi, pur necessari; non basta aumentare i controlli, pur indispensabili. Occorre ricostruire, e in questo la legge contro il caporalato è stata un inizio, una cultura politica nella quale la persona torni a essere il principio ordinatore dell’azione pubblica, la misura di ogni scelta economica, il limite invalicabile di ogni processo produttivo.
Perché una società che considera il lavoro soltanto un costo finisce inevitabilmente per considerare l’essere umano una variabile. E quando la persona diventa una variabile, la democrazia comincia lentamente a perdere se stessa.
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