La periferia è maggioranza: storia di un nuovo riscatto politico

La periferia come cuore invisibile del Paese: tra disuguaglianze, resistenza quotidiana e bisogno urgente di una politica capace di restituire dignità e futuro.

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ANSA

La periferia è il centro o, per meglio dire, potrebbe essere al centro di qualunque agenda di governo, al netto degli schieramenti politici, ma non è così. Vivere in periferia significa assaporare la vita vera, quella senza fronzoli, legata alle difficoltà quotidiane spesso lontane dal frastuono delle istituzioni: un bus che passa in ritardo, una strada dissestata da anni, il datore di lavoro che ti promette il contratto a tempo indeterminato che puntualmente non arriva mai, un quartiere in preda alle organizzazioni criminali, la scuola troppo lontana per i figli. Una quotidiana corsa a ostacoli che porta il cittadino alla rassegnazione perenne perché, comunque andrà, dovrà cavarsela da solo. Per questo il concetto di periferia come luogo della vita della persona deve essere centrale per chi vuole offrire una prospettiva reale al Paese. La periferia è maggioranza, in periferia esiste il mondo intero. È il fulcro delle promesse disattese dalla politica, l’epicentro del dolore, ma al contempo è il crocevia che detta le priorità dell’esistenza a chi non si arrende al presente, a chi vuole cambiare le sorti di un popolo “rinchiuso”, escluso e tenuto a distanza dal quadro di comando della società. In altre parole, anche in periferia c’è un’Italia che studia, lavora, paga le tasse, prova sentimenti, che soprattutto s’indigna nel silenzio di chi guarda lo Stato e la politica come se fossero entità di un altro pianeta. Un ragazzo di Milano esiste come un ragazzo di Sant’Agata dei Goti, in provincia di Benevento, ma è la loro vita a essere radicalmente diversa.

È la concezione dominante della periferia che c’è nel Paese a dividerli in profondità e che bisognerebbe ribaltare: non più luogo di esclusione, ma luogo di vita. È la sintesi di ciò che l’essere umano affronta per un’esistenza dignitosa, perché amare, lavorare, studiare, avere ambizioni o semplicemente svegliarsi di mattina devono rappresentare imprese titaniche rispetto al luogo in cui si vive? Perché esistono diritti di serie A e diritti di serie B? La politica su questo versante non può più fallire, perché c’è una maggioranza di cittadini che vive in periferia e ha bisogno che ci si accorga di loro. Questo è il compito della politica: perché al netto delle ragioni culturali in campo la periferia attende un riscatto politico, frutto di una prospettiva a lungo raggio spoglia della propaganda fine a sé stessa e utile a colmare i fallimenti del passato. Ogni volta che una persona lascia la periferia, la politica perde. E ogni volta che la politica soccombe nessun futuro potrà essere teorizzato. A nessuna latitudine. Chi vive in periferia viene dal niente per dare tutto. Quasi sempre con molta, molta più fatica di chi vive in città più “attrezzate” sul piano delle opportunità e delle infrastrutture.

Chi parte lo fa perché non ha alternative eppure negli anni tale scelta ha assunto le sembianze della quotidianità più spietata per intere generazioni. Fino al rischio di assoluta desertificazione di interi centri urbani. Ora la sfida è tutta qui. E parte dalla periferia, maggioranza del Paese reale. Nessun nuovo riscatto è possibile se la politica non riparte da lì.