La Pasqua italiana

AI
Mia nonna si vestì di nero alla morte di suo marito. Era il 1978, aveva 52 anni. Morì molti anni dopo, a 88 anni, e per ogni singolo giorno della sua vita non tolse mai quel nero. Era una persona religiosa, cattolica: seguiva il Papa ogni domenica e ci rimproverava quando sottovalutavamo i riti liturgici della messa settimanale. Si concedeva pochi svaghi, anzi nessuno: per lei svagarsi era una perdita di tempo, roba da perdigiorno e da poco di buono. Non parlava italiano e non sapeva scrivere. Parlava in dialetto salentino e conosceva anche il greco.
Oltre al Papa, guardava raramente la televisione e rideva di cuore davanti ai film di Totò. Anche lì non capiva tutto, ma c’era qualcosa di arcaico che la faceva ridere: un sorriso soffocato, composto, silenzioso, ma intenso.
C’era in lei un senso di ascetismo, di sacrificio, di rispetto, una potente forza di volontà e una rettitudine morale indomabile, tipica del Sud Italia del secondo dopoguerra. Sicilia, Calabria, Sardegna, Abruzzo, Puglia, Basilicata erano eredi di una cultura millenaria portata avanti inconsciamente, senza aver letto alcun libro.
Se ne accorse subito Pier Paolo Pasolini nei suoi viaggi, quando vide in quell’Italia popolare e contadina un mondo ancora non consumato, non del tutto addomesticato, e intuì con anticipo il nuovo fascismo del consumo che avrebbe asfaltato e appiattito qualsiasi spessore sociale e culturale della nostra ricchezza morale e storica. Ne rimase affascinato anche Ernesto De Martino, che in quei paesi e in quelle comunità vide forme simboliche, rituali e antropologiche tra le più alte e profonde del Novecento italiano.
In quei paesi, in quelle comunità di poche migliaia di anime, non esisteva la solitudine: non si era mai soli, nemmeno nel momento della tragedia, della morte, della perdita. La rete sociale esisteva senza alcuna regia esterna. Era incorporata nella vita stessa, nei riti, nei gesti, nelle relazioni, nelle forme collettive del dolore.
Video YouTube
Vedere oggi quelle immagini fa pensare e, in qualche misura, traumatizza. Sono immagini potenti, che a tratti fanno anche rabbrividire. E fanno nascere alcune domande spontanee. Cosa sarebbe accaduto se in Italia e in Occidente non fossero arrivati il progresso, lo sviluppo, l’alfabetizzazione di massa, l’industrializzazione, con tutti i loro pro e i loro contro? Cosa sarebbe accaduto alle usanze popolari? Come sarebbe oggi l’Italia?
Probabilmente sarebbe molto più vicina all’Iran di quanto pensiamo. Queste immagini sono qui a ricordarcelo: nella celebrazione, ormai quasi teatrale, di un rito raccontano ciò che eravamo, e forse anche ciò che continuiamo a essere, sotto la crosta del presente.
La seconda domanda che mi pongo è un’altra: quale autorità morale abbiamo oggi per giudicare, sentenziare e porci in una posizione di superiorità verso intere popolazioni che definiamo arretrate, oscurantiste o medievali?
È evidente che non è concepibile che la donna venga trattata, in certi contesti, come ancora accade, che esistano forme di oppressione feroce, sottomissione, violenza ritualizzata, annientamento del corpo e della libertà femminile. Ma non è questo il punto. Il punto non è sospendere il giudizio morale sui fatti, ma uscire dalla superficie e provare a comprenderne fino in fondo le ragioni storiche. Ogni azione ha una reazione, ogni storia ha una genealogia, ogni fanatismo ha una nascita.
Ho letto Kapuściński, in Shah-in-Shah, e una delle cose che più mi è rimasta impressa è che l’Iran aveva tentato una propria via democratica, nazionalista e progressista con il governo di Mohammad Mossadeq, primo ministro tra il 1951 e il 1953. Quella strada fu spezzata dal colpo di Stato del 1953, sostenuto da Stati Uniti e Regno Unito, che riportò al centro il potere dello scià Mohammad Reza Pahlavi. Anche da quella frattura bisogna partire se si vuole comprendere, senza ipocrisia, la genesi successiva di molti irrigidimenti politici, religiosi e sociali.
Lo stesso vale, con tutte le differenze del caso, anche per l’Afghanistan. Prima di diventare, nell’immaginario occidentale, il simbolo assoluto dell’oscurantismo, aveva conosciuto una stagione di modernizzazione reale, seppure fragile e quasi interamente urbana. Sotto il re Mohammad Zahir Shah, soprattutto negli anni Sessanta, Kabul aveva conosciuto una fase di apertura istituzionale e sociale: una città in cui l’aria della modernità sembrava poter entrare davvero; poi arrivarono la repubblica di Mohammad Daoud Khan e, nel 1978, la svolta rivoluzionaria del PDPA con Nur Mohammad Taraki. Anche lì, però, una trasformazione storica non fu lasciata maturare: fu forzata, radicalizzata, compressa dentro una società ancora attraversata da strutture tribali, religiose e patriarcali fortissime, fino a precipitare nella guerra e nella successiva reazione fondamentalista. A quella memoria perduta rimanda bene, sul piano letterario, anche Il cacciatore di aquiloni di Khaled Hosseini, che racconta proprio la fine di quel mondo afghano precedente alla catastrofe.
Un pensiero retrogrado e oscurantista non nasce mai nel vuoto. Spesso viene alimentato, tollerato o persino favorito dentro dinamiche coloniali e postcoloniali, per ragioni di dominio politico, economico e strategico. Il colonialismo non è stato solo conquista territoriale: è stato violenza, genocidio, subordinazione sociale, imposizione culturale, sfruttamento economico. Gli esempi nella storia non mancano, e alcuni rappresentano apici spaventosi.
Tutto ciò oggi mette in discussione qualsiasi pretesa di superiorità morale. Anzi, ci impone di riconoscere anche le responsabilità occidentali nella formazione, nel consolidamento o nella strumentalizzazione di derive integraliste che hanno colpito, tra gli altri, proprio il corpo e la libertà delle donne.
Ciò che oggi chiamiamo oscurantismo, molto spesso, non è il residuo immobile di un passato eterno, ma il prodotto storico di modernizzazioni spezzate, colpi di Stato, guerre, violenze geopolitiche e fratture mai ricomposte.
Eppure continuiamo spesso a usare questi temi come strumenti di narrazione, di semplificazione e talvolta di dominio. Per questo quelle immagini, quei canti, quei corpi in scena, quei riti popolari ci interrogano ancora. Le donne di Canosa, forse senza saperlo, attraverso il loro teatro popolare e il loro canto che attraversa il tempo e lo spazio, sono lì a ricordarci chi siamo, da dove veniamo e quanto sia necessario riflettere fino in fondo, fino alla comprensione più profonda.