La pace ha ancora i suoi artefici
Quarant’anni dopo l’incontro del 1986, il libro di Andrea Riccardi ripercorre un’alleanza tra le religioni che resiste alla cultura della potenza.

ANSA
Come molti ricordano, le grandi religioni tradizionali, nel 1986, si sono radunate ad Assisi su invito di Giovanni Paolo II per essere insieme e pregare per la pace: non più le une contro le altre, come disse lo stesso Papa. Questa era la visione di Giovanni Paolo II, che affermò in quell’occasione: «Insieme abbiamo riempito i nostri occhi di visioni di pace: esse sprigionano energie per un nuovo linguaggio di pace, per nuovi gesti di pace, gesti che spezzeranno le catene fatali delle divisioni ereditate dalla storia o generate dalle moderne ideologie. La pace attende i suoi artefici…».
Papa Wojtyła inaugurò un nuovo linguaggio di pace in un tempo segnato ancora dalla Guerra Fredda e dall’opinione che le religioni fossero un fatto residuale. Da quell’evento di Assisi del 1986 prese le mosse un movimento di dialogo e incontro tra le religioni, attento alla loro responsabilità sociale, specie sui temi della pace. Andrea Riccardi nel suo ultimo volume, Quel giorno ad Assisi. La storia che ha cambiato le religioni e la pace (San Paolo Edizioni, 2026), con la forza narrativa dello storico, ha ricostruito la genesi di quello straordinario evento.
La Comunità di Sant’Egidio, in rapporto con i leader delle grandi religioni mondiali, ha tenuto in vita e alimentato questo movimento, attraverso una serie d’incontri internazionali, ogni anno. In qualità di testimone diretto, Riccardi narra questa straordinaria avventura caratterizzata da un pellegrinaggio di città in città, giunto quest’anno al suo quarantesimo appuntamento. Avventura che scaturisce da una consapevolezza: c’è bisogno di incontrarsi, di tessere legami fraterni e di lasciarsi guidare dall’ispirazione divina che abita ogni fede, per immaginare assieme la pace tra tutti i popoli. Abbiamo bisogno – ha detto più volte Papa Francesco – di «spazi per dialogare e agire insieme per il bene comune e la promozione dei più poveri». Da allora le diverse comunità religiose si sono maggiormente impegnate nel sensibilizzare i loro fedeli alla pace e nel ridimensionare i conflitti ereditati dal passato. Non si è trattato solo d’incontri al vertice, ma di uno spirito trasmesso ai fedeli nelle situazioni concrete.
Negli anni, un movimento interreligioso nello «spirito di Assisi» ha espresso una lunga storia di sentimenti e visioni, che fondano il vivere insieme. Non solo da un punto di vista ideale e morale. La convivenza in varie situazioni ha determinato la costruzione di un ambiente di pace, anche attraverso l’attività dei fedeli e dei loro leader: le religioni sono la più grande rete al mondo sul territorio e nel contatto con la gente. Shoten Mineghisci, buddista giapponese Soto Zen, un habitué degli incontri di Sant’Egidio, sostiene che essere amici aiuta uomini e donne di religione a non essere rinunciatari o a non cadere nelle trappole della violenza o nelle ragioni dell’impotenza, aggiungendo significativamente che l’uomo religioso rientra in sé e poi va verso l’altro: «Noi esseri umani ristagniamo, se non incontriamo gli altri. Il cammino tra le religioni nel dialogo è un mezzo efficace per condurre ogni religione all’autorinnovamento».
Le fedi – in tante situazioni – esprimono una domanda di pace e svolgono un’azione pacificante. Possono fondare un sentimento condiviso del vivere insieme e aiutare una visione positiva del futuro. Papa Bergoglio sostenne che: «L’imperativo di Assisi è profondamente attuale per la sfida della convivenza tra culture e religioni diverse, che ha bisogno di uomini di fede profonda». Aggiungendo: «La profezia di Assisi è un lascito di Giovanni Paolo II alle generazioni attuali e future». Con un linguaggio semplice, esattamente nel solco della «pace disarmata e disarmante» richiamata fin dal suo primo saluto dalla Loggia delle Benedizioni di San Pietro, Papa Leone ripete che «le armi possono e devono tacere». «Non risolvono mai i problemi, ma li intensificano soltanto». In un altro intervento ha insistito: «La pace si costruisce nel cuore» e «la guerra non è mai inevitabile».
Sembrano parole scontate, per il leader spirituale della cattolicità, ma il tono e il tempismo suggeriscono invece altro: Papa Leone non si limita a offrire ai fedeli dei «luoghi comuni», ma sta intervenendo nella «grammatica» stessa della violenza geopolitica. «La gente», sostiene Papa Leone, «è sempre meno ignara della quantità di soldi che vanno nelle tasche dei mercanti di morte e con le quali si potrebbero costruire ospedali e scuole; e invece si distruggono quelli già costruiti». La sua «profezia» si inserisce sulla scia del magistero dei papi del Novecento – ricostruito da Riccardi – che lo hanno preceduto: da Francesco che considerava la vendita delle armi «la peste più grande del mondo», a Paolo VI che nel suo intervento del 1965 all’ONU dichiarava: «Non si può amare con armi offensive in pugno».
Nel Novecento, nel pensiero e nel vissuto dei cristiani si è avuto un progressivo processo di valorizzazione degli elementi irenici del messaggio cristiano con conseguente distacco dai temi legittimanti il conflitto, come la guerra giusta. Nel XX secolo, il vescovo di Roma ha assunto un forte ministero di pace. Il Papa è – ricorda Riccardi – alla testa di un’entità internazionale diffusa in tanti paesi, che sente la guerra come una propria lacerazione intima e un grande errore storico (anche a partire da quella che Paolo VI chiamò l’esperienza di umanità della Chiesa, cioè la sua coscienza storica). Il papato del Novecento, come mai nei secoli precedenti, si è sentito responsabile di un ministero di pace. Soprattutto durante i conflitti mondiali, ha sperimentato la grande solitudine di essere un’istanza «imparziale» di pace in un quadro dove avevano voce solo le armi.
La guerra mondiale, per la Chiesa di Roma (che è un’internazionale di popoli diversi, talvolta in conflitto tra loro), è un terreno invivibile. Anche dal suo interno, nel rapporto tra i vari popoli in conflitto, matura un’esigenza improrogabile di cercare la pace. La guerra è una realtà profondamente negativa per la natura di questa «internazionale» di popoli. La Santa Sede, istanza sovranazionale intimamente legata all’impegno per la pace, dà voce a tale coscienza. Per questo promuove il dialogo. Più di sessant’anni fa, papa Paolo VI, nell’agosto 1964, lanciava l’enciclica sul dialogo Ecclesiam Suam, alla base di più di mezzo secolo di storia: non più monologo della Chiesa, ma dialogo. La Chiesa vive per l’unità del mondo che si fa non con il dominio ma con il dialogo.
Scriveva: «Nessuno è indifferente per il suo ministero. Nessuno le è nemico, che non voglia esserlo egli stesso… è incaricata di promuovere nel mondo l’unità, l’amore e la pace». Il papa diceva il suo programma, divenuto quello del Concilio, di Giovanni Paolo II e Assisi, di Francesco e di Leone: «La Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola: la Chiesa si fa messaggio: la Chiesa si fa colloquio». La vita cristiana è un colloquio con tutti.
Papa Leone ha partecipato all’incontro di Sant’Egidio del 2025, svoltosi a Roma e conclusosi davanti all’arco di Costantino, vicino al Colosseo. In quella circostanza, ha lanciato un forte appello dicendo: «Che una globalizzazione senza anima ha dilapidato tra i popoli il sentimento di un destino comune». Il mondo – ha aggiunto – «ha sete di pace (…) Ha bisogno di una vera e solida epoca di riconciliazione, che ponga fine alla prevaricazione, all’esibizione della forza e all’indifferenza per il diritto». Ha poi detto: «Basta guerre, con i loro dolorosi cumuli di morti, di distruzioni, esuli». Il «basta guerra!», pronunciato con molta enfasi dal Papa, è un’affermazione – sottolinea Riccardi – «che può sembrare semplicistica, ma si fonda sulla conoscenza e la partecipazione a tante situazioni di dolore causate dalla guerra. E si regge su una spiritualità che crede alla forza della preghiera che cambia la storia. Riaffiora il tema della “forza debole” della preghiera».
Papa Leone denuncia «un vero cambio di paradigma nel discorso pubblico nella scelta del riarmo, con preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale». Sono problematiche che il Papa sviluppa anche nella sua recente enciclica Magnifica Humanitas, nella quale mostra come in «questo tempo dell’intelligenza artificiale» il mondo stia sprofondando in una «cultura della potenza» in cui la forza e i mezzi «tendono a dettare l’agenda», «relegando il bene comune dell’umanità sullo sfondo» e riducendo «il dramma dei popoli in guerra ad una variabile secondaria». Tutto questo è inaccettabile. Mentre si sviluppano connivenze tra mondo politico, poteri tecnocratici, forze economiche, gruppi religiosi, la guerra si rivela – sostiene Riccardi – nella sua verità a chi la considera con umanità e realismo come «una inutile strage».
In questa prospettiva lo «spirito di Assisi» riunisce credenti di tutte le religioni, non in un’alleanza di tipo politico, «ma in una sintonia autentica con i dolori dei popoli in guerra e i timori per il futuro suscitati da questa età della forza». Tale sintonia spinge i credenti ad andare in profondità nel loro patrimonio religioso e spirituale per resistere all’attrazione prepotente della cultura della potenza e riaffermare – con le parole di Papa Leone – che «solo la pace è santa perché è voluta da Dio»: «Mai la guerra». I credenti, attraverso lo spirito di Assisi, anche in situazioni difficili e conflittuali, realizzano una sintonia profonda, ossia una vera e propria alleanza nel rispetto della vita umana e nella ricerca della pace. Un’alleanza nutrita dalla preghiera che forma uomini e donne che credono al dialogo come strumento decisivo per fare pace e vivere in pace.
Questo è lo spirito di Assisi che celebra proprio quest’anno quarant’anni della sua storia il 27 ottobre 2026, proprio nella città di San Francesco, laddove compì i primi passi. La storia di questi quarant’anni ha mostrato la capacità di ritrovarsi in un’unica aspirazione di pace da parte delle chiese e delle religioni del mondo, unitamente a tanti uomini e donne di buona volontà e a laici umanisti. Questo – per Riccardi – «è già un segno di speranza per il futuro: non sono esaurite le sorgenti delle tradizioni spirituali – quelle sorgenti dove non c’è spazio per l’odio sacralizzato – ma anzi vi si trova un’originale forza di pace».
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