La notte in cui è crollato il sistema Orbán

La vittoria di Péter Magyar chiude 16 anni di potere di Viktor Orbán e segna il fallimento del laboratorio sovranista.

Enzo AmendolaApprofondimenti
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ANSA

“Ruszkik, haza”, ossia “Russi, andate a casa!”. Questo era lo slogan più urlato dalla moltitudine di giovani in festa nelle strade di Budapest per celebrare la vittoria di Péter Magyar. Paradossi della storia: è lo stesso grido disperato che si levò nel 1956, alla vigilia dell’invasione sovietica dell’Ungheria. Ancora più paradossale se si pensa che fu anche il grido di battaglia del giovane leader degli studenti liberali Viktor Orbán, alla caduta del muro di Berlino.

Di contraddizioni, del resto, è piena la storia di questa ultima campagna elettorale ungherese, che ha scalzato in maniera netta sedici anni di potere ininterrotto di Fidesz (il partito di Orban). Una pletora di osservatori e leader del centrodestra nostrano, nella notte del crollo orbaniano, si è precipitata a sottolineare il profilo moderato dell’ex discepolo di Fidesz, il neo presidente Magyar, il suo enigmatico posizionamento strategico e la scomparsa della sinistra tradizionale ungherese. Tutte osservazioni legittime, soprattutto per chi è comodamente seduto sul divano di casa davanti alla televisione, magari con il “dito puntato”, ma non percepisce la profondità della crisi del laboratorio nazionalista costruito pezzo per pezzo da Viktor Orbán.

Porsi domande più accurate aiuta invece a comprendere meglio la valanga elettorale che ha consegnato a Tisza (il partito del premier eletto) i due terzi dei seggi parlamentari: più del 50% dei voti e 138 seggi su 199, frutto anche di una legge elettorale fortemente maggioritaria, voluta per puntellare il potere precedente ma rivelatasi un contrappasso perfetto per le truppe orbaniane. Un’analisi più ragionata aiuterebbe anche a riflettere sulle culture politiche nostrane e sulle loro conseguenti scelte e visioni. Ma andiamo con ordine.

La campagna della paura

Il primo indizio da seguire è proprio nella campagna elettorale di Orbán, improntata su una ideologia nazionalista portata all’esasperazione. Tronfio dei suoi legami internazionali con il mondo MAGA statunitense e della sponda assidua offerta ai voleri del Cremlino, Orbán ha costruito una narrativa pubblica incentrata sulle paure, in particolare sul timore del conflitto in Ucraina, paese confinante con l’Ungheria.

I principali manifesti elettorali accostavano i volti di Magyar e Zelensky, descritti come due pericoli pubblici per il destino del popolo magiaro. Un video distopico della propaganda di Fidesz mostrava una bambina con la madre in lacrime in cucina, che si interrogava sul destino del padre al fronte, colpito da un soldato (senza mostrine!) caduto nel fango delle trincee.

Ma non solo gli ucraini, con le loro presunte interferenze o con gli attentati alle pipeline di gas russo verso Budapest, sono stati indicati come il pericolo numero uno. Anche il volto smunto di Ursula von der Leyen veniva evocato come simbolo di un’Europa guerrafondaia, intenta a piegare il sano nazionalismo ungherese ai voleri di Bruxelles.

Qui emerge il primo nodo centrale di un messaggio rivelatosi fallimentare. Orbán ha posto al centro della sua campagna il ruolo geopolitico di un paese che rappresenta l’1% del PIL europeo e il 2% della popolazione continentale, presentandolo come membro di un’alleanza reazionaria e nazionalista — da Trump a Netanyahu — alfiere degli interessi russi contro le scelte filoucraine dei vertici europei e contemporaneamente aperto agli investimenti industriali cinesi lungo la Belt and Road Initiative.

Insomma, un piccolo paese al centro dei giochi mondiali, parte di un ipotetico “board of peace” trumpiano, capace di far ballare la diplomazia nei vertici UE a 27. Su questo terreno si è sviluppata anche l’ostilità totale verso Zelensky, rappresentato come un vero cavallo di Troia per distruggere la comunità nazionale.

Nelle elezioni precedenti i due nemici indicati alle paure popolari erano George Soros, accusato di essere un paladino di un’immigrazione incontrollata, e i burocrati di Bruxelles. In questa tornata lo spauracchio Soros è stato sostituito da Zelensky, con la riconferma dei funzionari europei come avversari.

A questo si è aggiunta la visita improvvida del vicepresidente statunitense Vance, fuori da ogni consuetudine diplomatica, che ha confermato l’antieuropeismo militante della destra oggi al potere a Washington.

In definitiva, Orbán ha puntato tutte le fiches su questo terreno: l’Ungheria seduta al tavolo dei “predatori globali” e impegnata a spezzare l’asse Bruxelles-Kiev. Ma una larghissima fetta dell’elettorato — con l’eccezione di alcune aree interne confinanti con l’Ucraina — non gli ha creduto. Anzi, lo ha sbeffeggiato al grido di “Russi a casa”, simbolo di un nuovo vassallaggio ai potenti di turno.

Il rifiuto della democrazia illiberale

Il secondo punto da evidenziare è il rifiuto popolare di un’idea di “democrazia illiberale”, non solo evocata ma realizzata in ogni ganglio del potere pubblico, con pesanti interferenze sulla dinamica dell’economia di mercato.

Il nazionalismo di Orbán ha modificato gli assi portanti della fragile costruzione democratica post-1989: ha cambiato la Costituzione rafforzando l’esecutivo; ha piegato i sistemi di controllo della magistratura al mandato politico; ha blindato il potere con una legge elettorale ultra-maggioritaria; ha modificato i sistemi di gestione dei beni pubblici per controllare qualsiasi ombra di dissenso.

A tutto questo si sono aggiunti scandali conclamati di corruzione e malversazione del denaro pubblico, nazionale ed europeo, intrecciati con interferenze continue nella vita economica del paese e negli interessi privati, spesso soggiogati alle mire dell’entourage governativo.

Il quadro generale è disarmante. Non è un caso che il contenzioso con Bruxelles sulle violazioni dello Stato di diritto abbia portato al congelamento di quasi venti miliardi di euro destinati all’Ungheria. Una scelta sostenuta anche dal Parlamento europeo, perché le norme di libertà e concorrenza economica non sono cavilli burocratici euro-centrici, ma valori fondanti su cui si basa la casa comune continentale.

Lo spettro ungherese era reso ancora più cupo da una concezione culturale del nazionalismo sostenuta da una visione retrograda delle libertà civili: difesa della famiglia minacciata dai diritti LGBTQ, richiamo reazionario alle radici cristiane come argine a una presunta invasione islamica.

Tutto questo, tuttavia, non è un fenomeno isolato. Le teorie e gli slogan del laboratorio nazionalista ungherese sono stati elaborati in connessione con altri centri politici e culturali in Europa e nel mondo: dal gruppo europeo dei Patrioti al CPAC, dall’Heritage Foundation americana al Mathias Corvinus Collegium ungherese e all’Ordo Iuris polacco. Una rete ideologica che colpisce gli stessi obiettivi con parole spesso identiche e la cui eco arriva anche in Italia: in maniera esplicita nel caso di Salvini, più dissimulata nel caso della premier Meloni.

L’economia reale

Ultima traccia da seguire è la condizione economica e sociale del paese. Una realtà che Orbán ha cercato di nascondere, preferendo parlare di guerra, di scontro geopolitico e di identità nazionale. Sotto questa cortina fumogena si cela però un paese con inflazione elevata, crescita stagnante, salari bloccati e servizi pubblici — dalla sanità all’educazione — in forte difficoltà. L’unico elemento di attrazione economica rimane una tassazione sotto il 10% per le imprese, spesso straniere, che si insediano nel paese, alla faccia dei nazionalisti di casa nostra che urlano contro il dumping fiscale a livello UE. La miccia degli scandali di corruzione ha incendiato questo quadro. “It’s the economy, stupid”, e il popolo ungherese lo ha ricordato a Orbán al momento del voto.

Una rivolta generazionale

Il tripudio nelle strade di Budapest nella notte elettorale racconta molto di questa dinamica. La vittoria dei due terzi dei seggi è stata vissuta come una liberazione nazionale. Non a caso i giovani hanno votato in massa per la cacciata di Orbán come dimostra l’analisi dei flussi elettorali .

Per questo fa sorridere chi si concentra solo sulla natura politica di Tisza e di Magyar senza cogliere il carattere trasversale della ribellione. Il partito di Tisza è infatti un caso anomalo: legato ai Popolari europei ma sostenuto in patria da ex elettori di Orbán, da esponenti socialisti, da giovani mobilitati e da una classe media urbana stremata dall’inflazione e dal costo della vita. Il futuro di Tisza resta incerto. La sua componente populista convive con un nuovo afflato europeista e con la promessa di smantellare le incrostazioni di potere del sistema precedente.

“Un paese normale”, come dice Magyar. Per ora una scommessa. Al momento una scommessa ma , ripeto, i volti di chi festeggiava nelle piazze e ha lavorato sodo in questa campagna elettorale hanno motivazioni non ascrivibili ad un unica cultura politica. Il voto di liberazione nazionale apre un nuovo scenario su cui Magyar non potrà sorvolare sulle aspirazioni diversificate di chi ha scelto lui per rovesciare Orban. La sinistra ungherese flebile e divisa, sua sostenitrice, avrà un terreno più agile per riorganizzarsi ma non meno irto di difficoltà dovuto ad una crisi che viene da lontano. Basterebbe riconnettersi con l’entusiasmo giovanile esploso il 12 febbraio, per esempio.

Alcune considerazioni finali

Il voto ungherese invita a riflettere sulla natura del nazionalismo contemporaneo. Il termine “sovranismo” è spesso troppo indulgente. Esiste oggi una rete internazionale reazionaria che condivide linguaggi e obiettivi. È però una contraddizione: un’internazionale di nazionalisti, ognuno dei quali non sacrificherebbe mai il proprio interesse nazionale per quello degli altri.

La sinistra deve ricostruire una capacità organizzativa globale e, soprattutto, comprendere le paure che alimentano il consenso dell’avversario. Non basta opporre alla retorica della paura un generico richiamo all’Europa, soprattutto quando l’Unione appare paralizzata nella gestione dei conflitti.

A partire dalla guerra e dalla reazione che ha mosso negli ultimi anni le opinioni pubbliche in molti paesi europee verso scelte e partiti di destra. L’influenza dei conflitti e dei suoi effetti sulla condizione materiale dei cittadini non può essere più affrontata contrapponendo alla retorica regressiva della paura un indistinto richiamo all’alleanza europea e ai suoi caposaldi quando quest’ultima, lo dico da europeista ortodosso, e’ bloccata in una apatia diplomatica e politica dinanzi alla risoluzione dei conflitti , dall’Ucraina all’intero Medio Oriente, ancora in attesa di un sospiro di compiacenza dall’alleato di Washington. Lo scrivo con dispiacere proprio perché il voto degli ungheresi, dei suoi giovani a partire da coloro tornati dall’estero per votare, è dettato da una grande fiducia e speranza anche al netto di questa malconcia Unione Europea.

Il voto ungherese dimostra ancora una volta che la chiave per spezzare la presa del nazionalismo è nelle condizioni materiali dei cittadini: crescita economica inclusiva, prospettive per i giovani, servizi pubblici funzionanti. La destra italiana, oggi silenziosa, ha guardato a lungo a Orbán come a un alleato politico e culturale. Non solo per gli spot elettorali a sostegno di Meloni e Salvini, ma per una sintonia più profonda nella contesa tra autocrazia e liberal-democrazia e tra nazionalismo e federalismo europeo. L’esperimento ungherese non ha mai scandalizzato davvero quella parte politica e in queste ore non vuole fare i conti con le similitudini di posizionamento al vecchio alleato di Budapest oggi caduto in disgrazia Oggi, di fronte al suo crollo, molti preferiscono prenderne le distanze come si fa con un parente imbarazzante: fingendo di non averlo mai frequentato. Salvo poi ricordarsene, magari sottovoce, alla prossima cena di famiglia della destra europea.