La noia dell’eternità nel dramma di Čapek

Attraverso Emilia Marty, Čapek mostra che l’eterna giovinezza non è un dono, ma una condanna che cancella amore, creatività e speranza.

Renato MarianoBattaglia delle Idee
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ANSA

*Verso la metà degli anni Sessanta, la casa editrice Einaudi, per iniziativa diretta di Italo Calvino, affidò a mio padre Giuseppe Mariano, su suggerimento dell’amico slavista Angelo Maria Ripellino, la traduzione dal ceco di due opere teatrali di Karel Čapek: R.U.R. e L’Affare Makropulos. Molti anni dopo, nel 1992, il regista Luca Ronconi contattò mio padre per utilizzare la traduzione dell’Affare Makropulos e per ricevere consigli e osservazioni sul dramma. Nacque così nel 1993, al Teatro Stabile di Torino, una memorabile rappresentazione teatrale, con protagonista Mariangela Melato nel ruolo di Emilia Marty. Dopo Genova e Torino, lo spettacolo arrivò anche a Roma nel 1994 al Teatro Argentina. Il dramma di Čapek è ambientato a Praga nel 1922. La protagonista, Emilia Marty, è una cantante che vive da oltre trecento anni assumendo identità diverse in vari paesi. In realtà, Emilia è Elina Makropulos, nata a Creta nel 1585. Suo padre, alchimista alla corte dell’imperatore Rodolfo II, aveva scoperto una formula capace di prolungare la vita per più di tre secoli e, su ordine dell’imperatore, diffidente e timoroso di essere avvelenato, la sperimentò su di lei. Da allora, Elina ottenne una longevità eccezionale e visse diverse vite sotto molti nomi — tra cui Ellian McGregor, Eugenia Montez ed Ekaterina Myskina — in diversi paesi, come Ungheria, Francia, Russia, Spagna e Austria. La prima parte del dramma ruota attorno a una complessa causa ereditaria, che si trascina da quasi un secolo tra le famiglie Gregor e Prus. Emilia Marty irrompe sulla scena, rivelando di conoscere informazioni segrete e dettagliatissime su eventi avvenuti decenni prima, suscitando lo stupore dei suoi interlocutori. *


In realtà, il suo vero scopo è recuperare la pergamena con la formula del misterioso elisir di lunga vita contenuta nell’archivio che contiene i documenti testamentari. Emilia sente infatti che gli effetti dell’eterna giovinezza stanno svanendo e, impaurita dalla morte, vuole ripetere l’esperimento compiuto 337 anni prima.

Per la prima volta la glaciale e bellissima Emilia si confronta con il limite della vita, un confine fino ad allora a lei sconosciuto, e nel rivelare agli altri protagonisti la propria storia e la sua vera identità, confessa con velato rammarico: “fino ad ora ho pensato solo alla mia giovinezza”. Si apre così la parte finale e più profonda del dramma: il confronto tra i personaggi sull’Affare Makropulos, o meglio sulla “Cosa Makropulos”, la tanto desiderata formula dell’elisir di lunga vita. Che farne? Consegnarla all’intera umanità? Dare a tutti trecento anni di vita significherebbe, ad esempio, poter restare bambini per cinquant’anni. Donare il segreto all’umanità sarebbe l’evento più straordinario dalla creazione dell’uomo: le guerre scomparirebbero, mentre egoismi e rivalità si attenuerebbero. Il dialogo prosegue con l’ipotesi di selezionare i migliori a cui affidare la somministrazione dell’elisir, per migliorare il genere umano.

Dopo le prime entusiastiche riflessioni sopraggiunge la fatidica domanda di Kristina, l’altra donna protagonista del dialogo: «saremmo più felici, se vivessimo così a lungo?». Emilia, unica depositaria della risposta a questa domanda, si fa avanti e con cupa rassegnazione afferma: «tutto è così stupido, vuoto, inutile…siete delle ombre, non so cosa farmene di tutti voi…» e decisa prosegue, “non si deve vivere così a lungo! Tutto prima o poi viene a noia, l’anima muore dentro molto prima, l’uomo non può amare per trecento anni, né sperare, né creare”. Conclude laconica: “nulla ha più valore con la vita eterna”.

La fine dell’immortalità si compie quando la preziosa pergamena viene data alle fiamme, chiudendo definitivamente l’esperimento alchemico. Per Čapek, dunque, la vita oltre la vita e l’eterna giovinezza non portano a una condizione migliore, ma alla noia e all’infelicità; in fondo, sono esperienze disumane. Čapek afferma in definitiva con un messaggio ottimistico che la vita umana attuale che racchiude noie, fatiche e miserie non è così irrimediabilmente cattiva e dannata, ma contiene in sé qualcosa di estremamente prezioso ed irripetibile, l’amore e la speranza, che esistono grazie al limite biologico del genere umano. La morale è: non turbare l’ordine dell’esistenza.

È difficile, forse impossibile, formulare una conclusione definitiva su un tema tanto vasto, che intreccia indissolubilmente sentimenti religiosi, ragionamenti filosofici e limiti imposti dalla scienza. Questa riflessione appare ancora più complessa in una società segnata dal vacuo mito del giovanilismo, capace di influenzare profondamente i costumi sociali e culturali contemporanei.

Eppure, per Čapek, appare consolante il pensiero della gelida e bellissima Elina Makropulos, che dall’alto della sua condizione di immortale, ci invita a essere felici del nostro tempo e della nostra unica e irripetibile vita terrena.

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