La mente come campo di battaglia: scienza, potere e capitale

Dal dibattito neuroscientifico al transumanesimo delle élite, la coscienza diventa posta in gioco politica: tra riduzionismo tecnocratico e oscurantismo reazionario, chi controllerà l’umano?

Gabriele SimonelliApprofondimenti
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ANSA

"The Brain is wider than the Sky"  "The Brain is deeper than the sea"  "The Brain is just the weight of God"  Emily Dickinson

La materia più pesante dell’universo — non se ne abbiano gli studiosi dei buchi neri — è sicuramente il cervello. Il suo peso è, simultaneamente, anima e corpo: la densità delle connessioni sinaptiche (più numerose delle stelle nella Via Lattea) fa da contrappeso al fardello della coscienza. Il problema mente-corpo accompagna l’umanità da sempre; è logico pensare che, nel momento stesso in cui il linguaggio ha permesso di formularlo, esso sia entrato a pieno titolo tra i grandi rompicapi della nostra esistenza. Forse, in una forma pre-verbale che non possiamo comprendere, appartiene anche ad altre specie animali: chi ci dice, dopotutto, che abbiamo l’esclusiva sulla coscienza?

Come ogni grande questione, il dilemma tra spirito e spoglie mortali attraversa le ere e le risposte oscillano come un pendolo: tic materialismo, tac idealismo. Da Cartesio in poi, la scienza si è liberata dalle "catene dell’anima" per concentrarsi sul corpo. Questa illusione dualista, durata secoli, è stata necessaria per proteggere la ricerca dalle incursioni religiose, ma non ha mai risposto al quesito fondamentale: come può una proprietà immateriale avere effetti causali sulla realtà fisica?

Oggi la tendenza dominante nelle neuroscienze è il fisicalismo non riduzionista: una cornice metateorica che considera la mente un’espressione del cervello, senza però esaurire la prima nel secondo. È il paradigma della proprietà emergente: il tutto è maggiore della somma delle parti. Si prende in prestito dalla fisica il concetto di sistema complesso: lo stormo possiede caratteristiche diverse dalla semplice giustapposizione dei singoli uccelli che lo compongono.

Tuttavia, esiste una minoranza agguerrita convinta di una prospettiva monista radicale, in cui cervello e mente sono ontologicamente identici. I più estremisti tra loro ritengono che il libero arbitrio e la coscienza siano solo giustificazioni a posteriori di processi predeterminati da cause fisiche. Con un atto di fede scientista, ci si convince che un giorno ne scopriremo le leggi ultime. In questa visione, i pensieri sono solo un epifenomeno: come il vapore di una locomotiva, che indica il movimento ma non ne è la causa. La volontà è un’illusione; il carbone nella motrice (gli impulsi nervosi) è l’unica ragione necessaria e sufficiente del moto.

Per difendere questa impostazione che vede gli esseri umani come "zombie filosofici", si cita spesso il fenomeno del blindsight (visione cieca). In pazienti con danni alla corteccia visiva primaria, il soggetto si dichiara cieco ma, se stimolato a "indovinare", afferra oggetti con precisione sbalorditiva. Se la via della consapevolezza è interrotta, le vie evolutivamente antiche (come il collicolo superiore) restano intatte, inviando dati direttamente ai centri motori.

È una difesa debole, a cui si può contrapporre l’esperimento mentale di Frank Jackson: Mary nella stanza in bianco e nero. Mary conosce ogni dato fisico sulla visione del colore, ma quando vede il rosso per la prima volta, impara qualcosa di nuovo? La risposta è sì: l'esperienza soggettiva (qualia) non è riducibile al mero substrato fisico.

Questa disputa filosofica si fa carne viva nella politica odierna. La recente venuta a Roma di Peter Thiel, fondatore di Palantir e ideologo del trumpismo, impone una riflessione. Thiel afferma: "La biologia è informazione, e l'informazione può essere riparata" , riferendosi al supermanto della mortalità come dato ineludibile della natura.

Musk invece punta sul trasferimento della mente su dispositivi digitali (di cui neuralink dovrebbe essere l’ antesignano). Secondo Musk il sè può essere slegato dal corpo, e questo è in contraddizione con tutta l’ evoluzione moderna delle neuroscienze che si sviluppano intorno al concetto di “embodied cognition”, letteralmente “cognizione incarnata”. Per cui la coscienza è inestricabilmente legata al modo in cui viene prodotta, cioè al corpo che sente, vede, tocca. Le categorie mentali che ci formiamo, per esempio un gatto, secondo questa prospettiva non sono mai slegate e astratte, ma connesse direttamente alle aree cerebrali che vengono dette di proiezione, cioè quelle aree in cui i sensi primari hanno la loro sede encefalica. Ma anche ammettendo che cioè sia possibile, si apre un interrogativo ancora più inquietante: se il sè viene disincarnato dal corpo, la sovranità biologica su noi stessi a chi appartiene? La risposta più ovvia è: a chi possiede i server. Questi tecno-oligarchi sono quindi accomunati da un transumanesimo che sposa un riduzionismo radicale: l'uomo è codice, e il codice è proprietà privata.

A loro fanno da contrappeso i populisti MAGA di fede evangelica o cattolica tradizionalista, come J.D. Vance. Questi ultimi professano un dualismo retrogrado e spesso oscurantista, in cui corpo e mente sono scissi in modo antiscientifico. Le due posizioni sembrano inconciliabili, ma questa è la cifra del nuovo fascismo: alla base viene data in pasto un'ideologia identitaria, mentre le oligarchie decidono la linea politica reale.

Mentre la base elettorale viene mobilitata in crociate contro la 'scienza corrotta' (dai vaccini al clima), l'oligarchia investe miliardi in quella stessa scienza per proiettare il proprio privilegio di classe virtualmente all’ infinito. Questa dicotomia è quindi funzionale: l'élite persegue un programma che promette ai pochi eletti un futuro libero dalle catene della condizione umana (upload della mente, criogenia, rigenerazione), mentre l'oscurantismo prepara le masse ad abborrire quel futuro, lasciandolo in esclusiva ai padroni. Si prefigura una scissione profonda: scienza al servizio dell'ideologia dominante per i ricchi, e anti-illuminismo per il resto del mondo. Per questi signori, il "Darwinismo sociale" deve selezionare chi merita di varcare le Colonne d’Ercole della mortalità.

Il problema non è il se arriveremo a certe tecnologie, ma il come. Se la scienza rimane rinchiusa nelle stanze dei Thiel di turno, il risultato sarà un disegno folle al servizio di un narcisismo antisociale. Non dobbiamo necessariamente rigettare la prospettiva transumanista; possiamo immaginare una scienza che non veda la natura come un limite, ma che voglia migliorare le condizioni dell'umanità intera. Possiamo immaginare di fare il salto verso l'ignoto insieme, come specie.

Un’alternativa che non passa per il rifiuto luddista del progresso, ma per la sua riappropriazione. Oltre il dualismo retrogrado e il riduzionismo distopico, deve esistere il diritto della persona di abitare il proprio corpo e la propria mente secondo desideri di liberazione, non di profitto. Un transumanesimo umanista non vede la tecnologia come un modo per 'riparare l'informazione' (alla Thiel), ma come uno strumento per espandere i confini dell'esperienza sensibile, cognitiva e relazionale della specie.

L’automatizzazione del lavoro, fino a qualche decennio fa confinata alla science fiction, è entrata prepotentemente nelle nostre vite. Senza una guida politica, rischia di stravolgerle, trasformando i lavoratori in un esercito di superflui. Non abbiamo ancora gli strumenti per dire se accadrà lo stesso con il potenziamento biologico, ma ciò che è evidente è che 'l’uovo del serpente' viene già covato: una sottile membrana ideologica che sta avvelenando il pianeta, normalizzando l'idea che la salute e la sopravvivenza siano privilegi di mercato e non diritti universali. In questo senso, il monito di Rosa Luxemburg risuona oggi più sibillino che mai: Socialismo o Barbarie. Una barbarie tecnologica, se possibile, ancora più degradante di quella da cui, con immenso sacrificio, credevamo di esserci risollevati.