La lotta alle disuguaglianze e la costruzione di un nuovo ordine mondiale

Emanuele FeliceApprofondimenti
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ANSA

In questi anni, forse in questi mesi, si sta definendo un nuovo ordine mondiale. Quello che si decide adesso darà probabilmente forma al mondo per i prossimi decenni. La destra trumpiana (ma anche Putin) propone un ordine fondato sulla legge del più forte: Trump in modo esplicito, con i fatti e (spesso a differenza di Putin) a parole, sta smantellando l’ordine liberale fondato, almeno in teoria, sul diritto internazionale, per instaurarne uno basato dichiaratamente, e soltanto, su rapporti di potenza e, se utile, sulla violenza. La sua azione sta trascinando il mondo nel caos e verso la terza guerra mondiale.

Le forze di sinistra, ma più in generale tutte le forze democratiche dell’Occidente, devono mettere in campo una visione e un programma alternativi. Adesso. Occorre avere chiaro che nella fase attuale si colloca e si sta chiudendo, a ogni evidenza, l’ultima finestra di opportunità che i paesi occidentali hanno di mostrare al resto del mondo, in particolare alle potenze dell’Est e del Sud globali, che essi sono capaci di dialogare, e di cooperare, e che il loro approccio alle relazioni internazionali deriva da una logica coerente, ancorata al diritto e non dipendente invece dai doppi standard. Al cuore di questa proposta alternativa, della risposta da dare alle destre trumpiane, deve esserci la riforma e il rilancio delle istituzioni internazionali. Quello che cercherò di mostrare è che una strategia coerente di questo tipo può e dovrebbe partire dalla riforma dell’ordine economico globale, una riforma che vada in una direzione opposta a quella che sta perseguendo Trump. Questo è possibile, e ritengo anche conveniente per una maggioranza molto larga dell’umanità, a condizione di cambiare le politiche economiche seguite finora. A condizione di assumere come strada maestra la lotta alle disuguaglianze e il governo democratico delle forze economiche e tecnologiche.

La democrazia fondata sulla lotta alle disuguaglianze

La guerra all’Iran, la ripetuta violazione del diritto internazionale da parte di Trump, ma anche l’aggressiva politica protezionistica da lui inaugurata, sconvolgono lo scenario globale e mettono in pericolo l’economia e la sicurezza globali. Tutte le forze progressiste, ma anche democratiche, non dovrebbero limitarsi a una strategia di risposta su singoli aspetti o accadimenti, pur necessaria, né tantomeno accontentarsi di sperare che l’estrema destra si lasci fermare dal diritto o dalle istituzioni di garanzia (ad esempio con la sentenza di febbraio della Corte Suprema USA che ha dichiarato illegali i dazi di Trump). Occorre invece elaborare un pensiero e una strategia che, a partire da una lettura complessiva e coerente della fase storica che stiamo vivendo, sappiano indicare una strada per uscire dall’abisso e ridare forza agli ideali democratici e progressisti. Va da sé che, per riuscire in questo intento, le forze della sinistra dovrebbero anche saper coinvolgere e appassionare i cittadini.

Le mosse di Trump vanno per prima cosa inquadrate in un contesto più ampio, cioè nella vera partita geopolitica oggi in campo e che le motiva: la competizione fra gli Stati Uniti e la Cina. I primi, la tradizionale potenza egemone. La seconda, l’emergente e (giocoforza) lo sfidante. Nella storia, si può trovare una qualche analogia con la situazione che precede la Prima guerra mondiale. La Germania guglielmina sfidava allora l’Impero britannico. Si cominciò con il protezionismo, e con il colonialismo, quindi con la corsa agli armamenti, poi con un sistema di alleanze sempre più stretto e cogente che definiva le sfere di influenza. Finì come sappiamo: la più grande carneficina mai vista fino ad allora in tutta la storia umana, superata poi solo da quella della Seconda guerra mondiale, che per molti versi ne era figlia. Ora, la storia non necessariamente si ripete. Ma non si può non rimarcare il fatto che il protezionismo, le guerre commerciali, la progressiva chiusura dei rispettivi sistemi economici e politici, accompagnata da crescenti ostilità nazionalistiche e perfino da guerre culturali, favoriscano il precipitare degli eventi in un conflitto armato vero e proprio, “caldo”, che questa volta peraltro avrebbe conseguenze finanche più catastrofiche delle guerre del Novecento. E che ha già visto divampare i primi focolai, in diverse regioni del mondo.

Che risposta dobbiamo dare a queste politiche, e a questo pericolo che rappresenta la prima delle questioni fondamentali del nostro tempo? (non l’unica, per la verità: ma anche il collasso ambientale, la crisi della democrazia e l’aumento delle disuguaglianze, come vedremo, vi si collegano per molti aspetti). Da un lato è sbagliato, e potrebbe rivelarsi fatale, inseguire o sfidare Trump sulla logica di un protezionismo muscolare. Dall’altro sarebbe tuttavia ingenuo, e quindi in ultima analisi pure sbagliato, limitarsi a ribadire che il libero commercio è positivo e il protezionismo nocivo, o peggio ancora sostenere che fosse giusta la globalizzazione neo-liberale e auspicare quindi il ritorno al mondo del passato. La risposta protezionista di Trump, e l’ascesa delle nuove, estreme, destre, è senza dubbio, infatti, anche una risposta ai problemi generati da quella globalizzazione neo-liberale. La quale in estrema sintesi aveva due gambe: la liberalizzazione del commercio e quella del capitale, insieme. La prima ha contribuito alla fuoriuscita dalla povertà di oltre un miliardo di persone, negli ultimi 35 anni, benché certo non da sola (un ruolo fondamentale l’hanno giocato ad esempio le politiche del Partito comunista cinese, fatte di liberalizzazione all’esterno e all’interno ma anche di programmazione e intervento pubblico). La seconda, però, cioè la liberalizzazione e deregolamentazione della finanza, non accompagnata peraltro da trasparenza e condivisione delle informazioni fiscali e patrimoniali fra gli stati, ha favorito la rendita speculativa e frenato gli investimenti produttivi, ha fatto crescere le disuguaglianze all’interno dei paesi, aumentato il potere dei mercati finanziari a scapito della politica democratica, generato diverse crisi finanziarie regionali e una anche mondiale (nel 2008) e ha indebolito la capacità dei singoli stati di mettere in campo tassazioni progressive. Il ceto medio dell’Occidente si è trovato così a subire la concorrenza delle nuove classi produttive del Sud e dell’Est del mondo senza riuscire a ottenere, in cambio, nei rispettivi stati e dalle tradizionali forze politiche, risposte adeguate al suo indebolimento e impoverimento. Ad esempio in termini di welfare o di politiche industriali. Quei servizi e quelle politiche sono stati anzi smantellati – e proprio quando potevano aiutare di più!

Beninteso: la liberalizzazione e la deregolamentazione della finanza (oltre alla globalizzazione commerciale), e in parte anche le connesse “riforme” che hanno portato all’erosione dei beni pubblici e dei diritti sociali, sono state realizzate anche dalle forze di centro-sinistra, quando erano al governo in una larga parte del mondo avanzato; su scala sia nazionale che internazionale, in particolare negli anni Novanta del secolo scorso.

Ai problemi del ceto medio impoverito l’estrema destra guidata da Trump ha offerto una risposta; a quanto pare convincente, dato che quelle forze sono cresciute molto nei consensi e hanno a volte vinto le elezioni. In sintesi: reintroduciamo il protezionismo e limitiamo l’immigrazione. Ha detto cioè ai lavoratori dei propri paesi che il problema erano i lavoratori degli altri paesi oppure chi, nella loro comunità, si trovava economicamente e socialmente in posizione peggiore o marginale (compresi quanti non erano integrati nei tradizionali valori dominanti, come le minoranze Lgbtq+). Questa risposta, beninteso, è non solo pericolosa sul piano internazionale, per i motivi che abbiamo ricordato, ma anche illusoria o addirittura controproducente sul piano interno. Primo, perché i costi del protezionismo vengono in buona parte scaricati sui consumatori, quindi sui cittadini dei paesi che lo applicano, attraverso l’aumento dei prezzi che questo comporta. Secondo, perché gli Stati Uniti, come molti altri paesi occidentali, non hanno più oggi una forza lavoro autoctona di consistenza adeguata per sostenere un processo di re-industrializzazione, senza apporti dall’estero. La re-industrializzazione, almeno a breve e medio termine (il Make America great again), è possibile solo importando manodopera immigrata adeguatamente formata. Anche per questi motivi, le forze della sinistra avrebbero buon gioco a proporre una strategia alternativa, al ceto medio impoverito dalle politiche neo-liberali. Una strategia che oltre a essere “giusta” – nel senso che a mio parere sarebbe in linea con la storia, gli ideali e la vocazione della sinistra – avrebbe anche concrete possibilità di successo, perché più razionale. In tre parole: ridurre le disuguaglianze.

Riformare la fiscalità per contrastare la rendita finanziaria

La politica nazionale dispone di diverse leve, o strumenti, per ridurre le disuguaglianze: dalla reintroduzione dei diritti del lavoro agli interventi, a monte, per favorire l’ascesa sociale e contrastare la crescente sperequazione nelle retribuzioni fra l’alta dirigenza e il resto dei lavoratori, al rafforzamento del welfare e dell’istruzione pubblica. Nell’attuale situazione, tuttavia, una strada che andrebbe considerata prioritaria è la riforma fiscale.

In tutto il mondo avanzato, in questi decenni, la tassazione progressiva è stata fortemente indebolita, livellandosi su poche aliquote e con tagli che hanno avvantaggiato soprattutto i redditi più alti (e molto poco invece il ceto medio). Non solo. La tassazione sui redditi da capitale è diventata sostanzialmente piatta, e su aliquote molto più basse di quella da lavoro. Soprattutto per questa ragione, i multimilionari finiscono oggi per pagare in media sui loro redditi meno di quanto paghi il resto della popolazione. Non a caso la “classe” dei multimilionari risulta in fortissima ascesa negli ultimi decenni. Non solo in termini numerici. La loro quota di ricchezza aumenta, come quota della ricchezza mondiale. E cresce in termini reali a un tasso superiore a quello del Pil. Ed è una ricchezza che deriva, in misura via via maggiore, dalla ricchezza accumulata in passato, non dal lavoro: i dati mostrano che, per i multimilionari, il fatto che si eserciti o meno un’attività imprenditoriale, più o meno innovativa, non cambia il tasso di incremento della propria ricchezza. Come scrive Thomas Piketty: «al di là di una certa soglia, tutte le ricchezze – ereditarie o imprenditoriali – crescono a ritmi estremamente elevati, sia che il titolare della fortuna in questione eserciti un’attività professionale sia che non la eserciti». Questo risultato deriva in sostanza dagli alti rendimenti della rendita finanziaria, ottenuta con la liberalizzazione e deregolamentazione dei mercati di capitale; una rendita peraltro poco tassata.

Detta altrimenti: per effetto della deregolamentazione e globalizzazione finanziaria, si è creata oggi una classe di rentiers, poco innovativa, che paga meno tasse dei lavoratori, e che concentra su di sé quote crescenti di ricchezza e di potere. Tutto questo, oltre a essere di per sé ingiusto, comporta alcuni gravi problemi. Primo, come accennato, e per le modalità con cui questa classe tende con il tempo a riprodursi, finisce per frenare la crescita economica, dato che la ricchezza viene distolta dagli investimenti produttivi e si orienta verso la speculazione. Secondo, in alcuni aspetti questa disuguaglianza nella ricchezza e nei redditi si collega alle ingiustizie della crisi ambientale: i multimilionari registrano livelli di inquinamento pro capite molto più alti di quelli del cittadino medio, mentre ne pagano assai meno le conseguenze; a morire per gli effetti del cambiamento climatico sono soprattutto i poveri; e le politiche per la transizione ecologica oggi pesano, per come vengono in prevalenza strutturate (attraverso regole e divieti), soprattutto sul ceto medio. Terzo, la concentrazione di potere nelle mani dei milionari è un pericolo per la democrazia e, anzi, la sta già danneggiando. La democrazia si basa infatti su un principio di uguaglianza formale che contrasta con la disuguaglianza sostanziale, specie quando questa diventa troppo alta. Nel concreto, poi, i multimilionari esercitano un’influenza politica indiretta, e in qualche caso anche diretta, attraverso i media da loro controllati e la compiacenza spesso interessata di una parte della classe politica (ottenuta sia blandendo singoli esponenti sia finanziando alcune forze politiche), che orienta l’agenda pubblica a loro favore: con il risultato di fare apparire (o risultare) gli sforzi di quanti cercano di ridurre le disuguaglianze destinati al fallimento e di delegittimare, quindi, la politica democratica – di cui del resto, non a caso, in alcuni di quegli ambienti si inizia a teorizzare apertamente l’inutilità, o addirittura la pericolosità.

Da notare che le forze dell’estrema destra non contestano questo stato di cose, anzi, lo favoriscono. Ad esempio, le scelte dell’amministrazione Trump, fra cui la promozione della deregolamentazione e l’indebolimento degli accordi volti ad aumentare la tassazione delle imprese (invertendo la strada pur faticosamente intrapresa con l’amministrazione Biden), hanno avvantaggiato i più ricchi, in tutto il mondo e in primis negli Stati Uniti, come mai in passato: solo nel 2025 la ricchezza dei miliardari è cresciuta a un tasso triplo rispetto al 2024. Come accennato, l’estrema destra esorta il ceto medio e i lavoratori a cercare la soluzione dei loro problemi nella lotta contro chi è estraneo alla comunità di riferimento o si trova più in basso nella scala economico-sociale. Non contro chi si trova più in alto. Dall’altra parte, tuttavia, i Democratici americani, nelle presidenziali del 2024 che hanno perso, non hanno voluto porre il tema delle disuguaglianze economiche al centro dell’agenda – del resto, erano anche loro finanziati da multimilionari. I Democratici hanno invece scelto, pur di non affrontare la questione fondamentale (le altissime disuguaglianze economiche degli Stati Uniti che non trovano riscontro in nessun altro paese libero e mettono infatti a rischio la tenuta sociale e la democrazia), di condurre una campagna sui temi identitari, opposta e speculare a quella di Trump. Ma si badi bene che l’identità, di qualunque tipo, è già, di per sé, il terreno più congeniale alla cultura delle destre: se noi vogliamo ridurre al nocciolo la differenza “pre-politica” fra destra e sinistra, da quando questa è sorta nella storia fino ai nostri giorni, passando per il crollo dell’ancien régime e per la rivoluzione francese, ebbene possiamo dire che questa consista nel fatto che per la prima, la destra, quel che una persona è dipende dalle condizioni di nascita; per la sinistra dipende invece dalle proprie scelte, compiute nel corso della vita. Noi oggi siamo tornati, nella sfera economica, a una situazione in cui quel che una persona è finisce per dipendere in misura preponderante dalle proprie condizioni di nascita. Pur di non affrontare il problema, una parte della sinistra ha pensato di inseguire la destra sul tema delle appartenenze identitarie.

La sinistra deve invece saper dare una risposta, credibile, a questa degenerazione in corso. Lo si può fare dicevamo a partire dalla tassazione (che del resto ne è una causa fondamentale): con misure che vadano dall’aumento della progressività dell’Irpef, all’uniformazione fra aliquote sui redditi da lavoro e redditi da capitale, alla trasparenza e condivisione fiscale fra gli stati, che favorisce anche un’efficace lotta all’evasione e all’elusione, alla tassazione minima comune e con regole condivise sui profitti delle multinazionali; fino alla patrimoniale per i multimilionari, peraltro sostenibile nel lungo periodo nella misura in cui si colloca nella differenza fra il tasso di crescita dei grandi patrimoni (più alto) e quello dell’economia. Per l’Italia, a questo ventaglio andrebbero aggiunti l’aumento della tassazione sulle eredità, la quale da oltre vent’anni si colloca da noi fra i livelli più bassi di tutto il mondo avanzato, e il ritorno all’equità orizzontale fra i contribuenti, eliminando il forfettario per gli autonomi e riportando quindi questa categoria pienamente all’interno della progressività dell’Irpef; oltre a una lotta seria, e oggi potenzialmente molto più efficace grazie alle nuove tecnologie, contro l’evasione fiscale, fenomeno di cui ancora deteniamo il primato in Europa assieme alla Grecia. Va da sé che con questi strumenti si possono recuperare risorse per rafforzare il welfare e i servizi pubblici (a partire da istruzione e sanità), attuare politiche industriali, auspicabilmente orientate alla conversione ecologica, promuovere innovazione e investimenti produttivi. Una parte di queste risorse, in particolare quelle derivanti dalla rimodulazione dell’Irpef, potrebbero poi essere adoperate per ridurre le tasse sui lavoratori e sul ceto medio, aumentandone così il potere d’acquisto e sostenendo i consumi (l’elasticità al consumo derivante dalla riduzione delle le tasse è maggiore per i contribuenti che si trovano nella fascia media e bassa) e riequilibrando la struttura di incentivi a vantaggio dei fattori produttivi e a scapito della rendita.

La redistribuzione della ricchezza pilastro della nuova Europa

Politiche di questo tipo si possono attuare già a livello nazionale. Con una certa efficacia anche per potenze intermedie, come mostra il caso della Spagna di Sánchez. Del resto è nella vocazione storica delle forze di sinistra: il cui successo nella seconda metà del Novecento deriva proprio dalla capacità di redistribuire la ricchezza attraverso lo Stato nazionale, fondando su questo un rapporto fra cittadini, democrazia e poteri volto alla progressiva emancipazione delle classi subalterne.

È indubbio, però, che una sinistra degna del suo nome, e soprattutto consapevole della fase storica che stiamo vivendo, debba, oggi ancora più di ieri, porsi anche il problema di collocare queste politiche all’interno di una visione globale (anche per condurre con più efficacia la lotta alle disuguaglianze, a partire dall’equità fiscale). Le forze di sinistra dovrebbero cioè porsi il problema di riformare l’ordine economico internazionale, la globalizzazione neo-liberale. Si tratta di una linea di azione che va nella direzione opposta rispetto a quella seguita da Trump e dalle altre forze di estrema destra. E in via generale dovrebbe portare a un nuovo accordo globale sulla finanza, con logiche simili a quelle che hanno regolato il sistema di Bretton Woods (1944-1971) nell’epoca d’oro del capitalismo occidentale, ma ovviamente aggiornate al nostro tempo. In sintesi: controlli e imposte sui movimenti speculativi di capitale, a breve termine, favorendo invece gli investimenti a lungo termine; creazione di un catasto finanziario globale, pubblico, volto a contrastare evasione ed elusione e ad eliminare i paradisi fiscali; regole e meccanismi comuni per gestire le crisi finanziarie e fronteggiare il potere dei colossi economici, a partire dalle big tech.

Queste riforme permetterebbero ai singoli stati di disporre di risorse ben maggiori per realizzare investimenti e ridurre le disuguaglianze, dato che darebbero maggiore forza ed efficacia a tassazioni progressive. Questo a sua volta consentirebbe di ottenere il consenso per salvaguardare il libero commercio, positivo a livello aggregato per l’umanità (a condizione di ancorarlo a principi etici, su tutti il rispetto dei diritti del lavoro e dell’ambiente): dato che gli stati potrebbero meglio intervenire per pararne meglio gli eventuali contraccolpi negativi, sui loro cittadini e imprese.

Un accordo così concepito – libero commercio, ma eticamente responsabile, e governo della finanza globale – può convenire alla Cina e alle potenze del Sud del mondo, oltre che alla grande maggioranza dei cittadini occidentali. Naturalmente vedrebbe sul piatto della bilancia anche qualche perdente: sono i multimilionari e le big tech, che sono i detentori oggi, in maniera indiretta ma a volte anche diretta, delle leve del potere, specialmente in Occidente. Le forze della sinistra dovrebbero avere consapevolezza di questa situazione, e di questi rapporti di forza, e agire di conseguenza.

Per quel che riguarda l’Europa, i partiti democratici e di sinistra dovrebbero affiancare a questa strategia una seconda gamba: un piano di investimenti comune, lungo le direttrici della conversione ecologica, della riduzione delle disuguaglianze e della transizione digitale, oltre che della sicurezza; da finanziare a debito, con l’emissione di eurobond. Qualcosa di analogo a quello che si era cominciato a fare con il Next Generation EU. Si tratta di investimenti che, oltre a rafforzare la cooperazione e coesione europee, la fiducia nelle istituzioni comuni e aumentare quindi il consenso per una maggiore integrazione, avrebbero anche il vantaggio, oggi, di rendere più appetibile l’euro sui mercati internazionali, rendendolo alternativo all’egemonia del dollaro e contribuendo anche per questa via a una maggiore autonomia strategica dell’Unione Europea (ad esempio in ambito finanziario). Sia chiaro però che da solo tutto questo non è sufficiente e anzi, sotto certi ambiti, potrebbe essere addirittura controproducente. Senza la contemporanea leva fiscale, volta alla progressività, l’immissione massiccia di denaro a debito rischia infatti di generare un processo inflattivo e instabilità finanziaria (come accaduto già agli Stati Uniti di Biden nel 2021-2023, quando cospicui investimenti e spese furono finanziati soprattutto con l’emissione di debito, contravvenendo al piano originario, e senza alzare le tasse ai multimilionari); un rischio peraltro aggravato dall’attuale situazione internazionale. Anche solo per queste ragioni di meccanica macro-economica – oltre che per un motivo di equità – l’emissione di debito comune, pure utile, deve essere affiancata e limitata dall’aumento del prelievo fiscale verso i multimilionari e la rendita finanziaria.

L’utopia possibile per un Occidente democratico

Vale la pena però aggiungere ancora dell’altro a conclusione di questo ragionamento. Due punti. Il primo trascende la sfera prettamente economica delle relazioni internazionali, ma ha invece una portata ideale e di architettura normativo-istituzionale, a un tempo. Un accordo per nuove regole del sistema economico globale, conveniente in linea di massima alla gran parte dell’umanità e anche dei cittadini occidentali, può essere il pilastro e il viatico per una cooperazione più ampia, che vada dall’ambiente alla de-escalation militare. Il G7, ad esempio, che ormai ha perduto la sua funzione storica di guida dell’economia mondiale (non lo è più), andrebbe superato, a condizione di superare parallelamente anche i Brics: al fine di concentrare meglio gli sforzi di cooperazione internazionale in un unico organismo di vertice, il G20 (più che in due organismi rivali), e nella riforma e nel potenziamento delle Nazioni Unite.

Giova forse ripeterlo: se fallirà il tentativo di rilanciare su basi nuove, potenziate e aggiornate l’ordine di impianto democratico-liberale e progressista costruito alla fine della Seconda guerra mondiale, se vincerà la visione delle destre trumpiane, il mondo rischia di precipitare nel baratro per i decenni a venire. Anche per questo motivo le forze di sinistra e democratiche non dovrebbero abbandonare questa grande aspirazione, anzi dovrebbero, specialmente in questa fase storica, rilanciarla: rilanciare cioè la prospettiva e la necessità di istituzioni globali che superino i limiti che hanno oggi evidentemente le Nazioni Unite, affinché il genere umano sia meglio in grado di affrontare, insieme, le grandi sfide planetarie che ha davanti e di governare con più efficacia le forze della tecnologia e del capitalismo. Per dare forza politica e ideale a questa prospettiva, è utile e forse necessario ancorarla a un manifesto culturale e programmatico, come può essere quello di una Costituzione della Terra: che valorizzi la cooperazione fra i paesi, il governo congiunto della finanza e della tecnologia e favorisca la progressività fiscale (prevedendo ad esempio un registro globale dei grandi patrimoni), aiuti a tutelare e ad affermare i diritti sociali, rafforzi i beni comuni e la salvaguardia dell’ambiente (istituendo ad esempio un “demanio planetario” a tutela dei beni vitali della natura), o i “beni sociali” come i farmaci salvavita e i vaccini, e metta al bando i “beni micidiali” per l’umanità (come le armi nucleari, chimiche e batteriologiche); ma non dimentichi affatto i diritti civili e le libertà fondamentali. Una Costituzione pensata come base giuridica di una futura Federazione della Terra e che, per questo, preveda anche le istituzioni internazionali, gli strumenti, volte a conseguire i suoi obiettivi (fra cui, essenziali, sono quelle economiche e finanziarie globali).

Sembra utopia? A ben vedere si tratta di un progetto che porta avanti coerentemente e amplia, di conseguenza, quanto realizzato alla fine della Seconda guerra mondiale, allorquando furono create le Nazioni Unite e venne firmata la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (anche quella era utopica? O è utopica la nostra Costituzione?). E si diede vita a un ordine internazionale che – pur con tutte le contraddizioni – evitò per ottant’anni il precipitare del mondo in una nuova guerra mondiale. Ed è un progetto che ha radici, a ben vedere, nell’Illuminismo europeo e poi nel fecondo incontro fra liberalismo progressista, pensiero democratico e socialismo che si è realizzato nel corso del Novecento. La destra oggi sta cercando di smantellare questo grande progetto. La sinistra e le forze democratiche dovrebbero al contrario rilanciarlo, e trasformarlo e potenziarlo, a partire da un accordo economico che può risultare nella convenienza dei più. E in questo modo dare una prospettiva ideale all’umanità, fondata sul progressivo ampliamento dei diritti, e quindi dei doveri, e su un’idea di fratellanza universale da coniugare insieme alla libertà e all’uguaglianza; alternativa a quella chiusa e regressiva delle destre. Una prospettiva che sappia creare un sentimento comune che motivi ed entusiasmi ben al di là di singoli aspetti o punti; come è stato in effetti, in passato, proprio nella storia della sinistra (e come riesce a fare ancora oggi, con una visione molto pericolosa e ovviamente contrapposta, la destra).

Il secondo e ultimo punto riguarda la democrazia. E noi in particolare, in Occidente (ma un po’ anche loro). Un accordo con la Cina e con gli stati del Sud del mondo come quello che si è ipotizzato vedrebbe partecipare, ovviamente, anche potenze non democratiche. Il che richiede in alcuni casi cautela, per la natura aggressiva di alcuni di quei regimi, penso soprattutto alla Russia di Putin – natura che però caratterizza ormai anche alcune potenze occidentali. In sostanza, però, è un approccio che si fonda sul dialogo, sul commercio e sulla cooperazione. Una civiltà convinta della sua grandezza storica, vale a dire i paesi democratici che credano che la libertà e la democrazia siano in effetti valori universali, non dovrebbe avere paura di collaborare anche con potenze che democratiche non sono: anzi, dovrebbe pensare che proprio attraverso la collaborazione si può produrre un cambiamento che vada a nostro favore; dato che i principi di democrazia e di libertà sono più forti dell’oppressione e hanno, appunto, un valore universale (io ad esempio è quello che penso).

Ma siamo sicuri che oggi le democrazie siano migliori delle potenze autocratiche? Se qualche dubbio può serpeggiare intorno a questa affermazione, e i dubbi per la verità vanno ingrandendosi, questo dipende a ben vedere dall’elevata disuguaglianza e concentrazione di potere che registriamo nei paesi occidentali (in particolare negli Stati Uniti, ma non solo), dall’incapacità della politica democratica di porvi rimedio e più in generale di governare le forze dell’economia e della tecnologia verso grandi obiettivi condivisi (e questo ovunque), e dalle conseguenze che tutto questo ha sulla stessa tenuta delle liberal-democrazie. Detta altrimenti: è a partire dal contrasto alle disuguaglianze, che noi rendiamo le nostre “società aperte” più solide e forti. E le rendiamo per questo meglio in grado di dialogare anche con le potenze non democratiche. Non saremo noi a risultare indeboliti dal confronto; a condizione di saper porre rimedio alle nostre disuguaglianze e di rinsaldare così le nostre democrazie e con esse i valori dei diritti umani e della libertà. Se ci pensiamo, la Guerra fredda è stata vinta anche in questo modo: non con le armi, ma rendendo attraverso il welfare state (e con l’innovazione) le società dell’Europa occidentale preferibili, pressoché da ogni punto di vista, a quelle dell’Europa orientale; e i cittadini dell’Europa orientale se ne sono convinti. Insomma, l’alternativa alla politica trumpiana è la lotta alle disuguaglianze. Sia per salvare e rinvigorire la democrazia, sia come campo prioritario nel quale provare a costruire un nuovo ordine internazionale fondato sulla cooperazione, capace di affrontare le grandi sfide collettive che interrogano l’umanità; e di ridare in questo modo anche una prospettiva ideale e un senso valoriale alla politica democratica, e alle forze di sinistra. Tutti questi aspetti si tengono insieme: a condizione di misurarsi con la questione economica fondamentale del nostro tempo.