La lotta alla precarietà come pilastro dell’alternativa progressista

Il corriere piacentino aveva 42 anni e un futuro incerto. La sua tragedia racconta un lavoro segnato da precarietà, ansia e salari insufficienti.

Otello MarilliFlusso Quotidiano
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Archivio Rinascita

Morire a 42 anni mentre si svolge il proprio lavoro nell’ultimo giorno di contratto, è quello che è successo il 31 agosto a Pasquale Andriotta, corriere di Piacenza, stroncato da un infarto, che lascia una compagna e tre figli. La tragedia, inoltre, si è verificata nel giorno dello sciopero dei suoi colleghi che rivendicavano condizioni di lavoro migliori e maggiori diritti. Non sappiamo se ci sia una correlazione tra il malore e il carico di lavoro a cui il corriere era sottoposto, ci sarà un’inchiesta e l’azienda ha già comunicato di essere pronta a collaborare. Quello che è certo è che il contratto di Pasquale era in scadenza e l’assenza di certezze sul rinnovo lo mettevano in ansia.

La sua tristissima vicenda è, purtroppo, paradigmatica delle condizioni del lavoro oggi: competizione tra lavoratori, precarietà sine die, salari non allineati al costo della vita, tempi di lavoro più in linea con l’Ottocento che con il XXI secolo. La storia di Pasquale è quella di tantissimi lavoratori e tantissime lavoratrici, che annaspano nel gorgo degli algoritmi, che sono costretti a convivere con l’ansia di un lavoro che non solo può svanire da un giorno all’altro, ma che al massimo ti permette di sopravvivere. A guardar bene, sembra che ci indichi le priorità del programma dei progressisti: anche per non fare la fine di un bel film di Pif di qualche anno fa dal titolo significativo, E noi come stronzi rimanemmo a guardare.

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