La lezione serba
Dalla Serbia a New York e al Messico: programmi sociali e nuove leadership interrogano il centrosinistra italiano sul coraggio di cambiare.

ANSA
La vittoria della Lista degli Studenti in Serbia dovrebbe entrare nel dibattito del centrosinistra italiano con una forza maggiore di quella riservata alle buone notizie provenienti dall’estero. Il risultato delle parlamentari del 25 ottobre, con oltre il 52 per cento dei voti e 140 seggi nei dati preliminari della commissione elettorale, pone una domanda che ci riguarda: quanta parte dell’impotenza progressista dipende dalla rinuncia a proporre un cambiamento capace di rendere credibile la promessa di un futuro diverso?
Sarebbe riduttivo leggere quel successo soltanto come una rivolta generazionale o una mobilitazione contro la corruzione. Nel programma degli studenti c’è una sostanza sociale precisa: limitare a dodici mesi il lavoro a termine, rendere accessibile la casa, garantire libri scolastici gratuiti, rafforzare la sanità territoriale. C’è l’obiettivo di superare un modello di sviluppo fondato sul basso costo del lavoro, attraverso conoscenza, investimenti e una funzione pubblica di indirizzo dell’economia. A questo si aggiunge la proposta, presentata durante la campagna, di aumentare il prelievo sui cittadini più ricchi e alleggerirlo sui più poveri.
Sono orientamenti che appartengono alla tradizione socialdemocratica e incontrano temi propri del socialismo democratico: il valore del lavoro, la redistribuzione, il governo politico dello sviluppo. La natura composita della Lista invita alla precisione nelle definizioni. Ma quella sostanza merita di essere riconosciuta da una sinistra spesso più allenata a discutere le proprie etichette che a misurare gli effetti delle proprie scelte.
Nessun risultato elettorale ha una causa sola. Eppure dalla Serbia arriva una smentita all’idea che un programma sociale chiaro condanni all’irrilevanza. Si può raccogliere un consenso largo proponendo sicurezza nel lavoro, servizi pubblici e una distribuzione più giusta delle risorse. La chiarezza permette alle persone di capire per che cosa vale la pena partecipare. E può far riconoscere un interesse comune a gruppi sociali che la precarietà e la competizione quotidiana tengono separati.
Per il centrosinistra italiano è una lezione esigente. Salari, casa, sanità, scuola e precarietà devono determinare le priorità del programma, gli investimenti e la scelta degli interessi da rappresentare. Chi lavora e resta povero, chi rimanda una cura, chi non può permettersi un affitto deve poter riconoscere nell’alternativa una possibilità concreta di migliorare la propria vita. Da qui può nascere anche la credibilità delle alleanze: dalla riconoscibilità di ciò che si vuole fare insieme.
L’altra lezione riguarda chi ha il potere di decidere. Gli studenti hanno conquistato l’iniziativa politica, costruito partecipazione e contribuito a definire il programma insieme a competenze ed esperienze diverse. Il loro protagonismo mostra quanto possa essere fecondo affidare responsabilità a energie nuove, capaci di mettere in discussione abitudini che, viste dall’interno degli apparati, sembrano inevitabili.
Un’apertura di questa portata sarebbe auspicabile anche in Italia. Nel centrosinistra servono giovani che possano scegliere le priorità, concorrere alla guida, cambiare il linguaggio e l’organizzazione. Persone che non debbano assumere come proprio orizzonte i confini stabiliti dalle sconfitte di chi le ha precedute. Una generazione che non porti già sulle spalle il peso di ogni errore passato può guardare alle possibilità del presente con maggiore libertà.
L’esperienza ha valore quando aiuta a comprendere gli errori e rende più forti le scelte successive. Diventa un peso quando trasforma ogni sconfitta in una ragione per ridurre le ambizioni e ogni tentativo nuovo in un’ingenuità da correggere. Chi arriva oggi ha il diritto di interrogare quelle conclusioni, di provare altre strade e di essere valutato per ciò che propone. Per questo il rinnovamento deve raggiungere i luoghi in cui si esercita il potere: selezione delle candidature, formazione del programma, distribuzione delle responsabilità. L’autonomia delle nuove generazioni deve poter disturbare gli equilibri esistenti.
La Serbia, del resto, non è un caso isolato. A New York, Zohran Mamdani ha vinto mettendo al centro della campagna il costo della vita: blocco degli aumenti degli affitti regolamentati, autobus gratuiti, servizi universali per l’infanzia. Proposte nette, comprensibili, capaci di mobilitare i giovani e di trasformare bisogni quotidiani in una prospettiva politica. Anche la sua affermazione mostra quanto una leadership nuova possa crescere quando dà voce a condizioni materiali largamente condivise.
In Messico, la larga vittoria di Claudia Sheinbaum nel 2024 ha accompagnato l’impegno a proseguire e rafforzare una politica di aumento del salario minimo, sostegno ai redditi e investimenti pubblici. La riconoscibilità delle scelte sociali ha contribuito a costruire un consenso popolare maggioritario.
Sono esperienze diverse, che non autorizzano facili equivalenze. Indicano però una possibilità concreta: un programma sociale chiaro e ambizioso può allargare il consenso e vincere. Il centrosinistra italiano dovrebbe trarne il coraggio di scegliere, indicando quali condizioni di vita vuole cambiare, quali interessi rappresentare e quali privilegi mettere in discussione.
Sarebbe auspicabile che anche qui una nuova generazione conquistasse lo spazio per farlo, liberando energie oggi compresse da vecchi riti, equilibri e fedeltà. Chi ha attraversato molte sconfitte ha il dovere di trasmetterne la conoscenza; chi arriva deve avere la libertà di non ereditarne la rassegnazione. È anche così che si torna a vincere: restituendo la possibilità di decidere a chi ha ancora un futuro da costruire.
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