La lezione di Spin Time, la casa come traccia per l'alternativa

A Roma, comunità, movimenti e istituzioni mostrano che il diritto all’abitare può diventare una grande battaglia contro le politiche del governo Meloni.

RIVRINASCITA_20260809164133459_e2dfc96789a1a483d12440cd92edb6c9.jpg

ANSA

Ci sono vicende che restano circoscritte al proprio perimetro e vicende che finiscono per raccontare un’epoca. Quanto accaduto a Spin Time in questi giorni appartiene alla seconda categoria.

Dentro poche centinaia di metri di via Santa Croce in Gerusalemme si sono incontrate, come in un punto di condensazione, alcune delle contraddizioni che segnano il nostro tempo: il potere crescente della finanza, una destra che ha fatto della difesa della proprietà e dell’ordine la propria grammatica politica, l’inconsistenza delle politiche nazionali sulla casa. E, soprattutto, l’emergere di una composizione politica e sociale nuova che ha scelto di praticare un’altra idea di cittadinanza e di città.

Giovani, associazioni, sindacati, religiosi e laici, intellettuali, forze politiche, istituzioni. Una moltitudine che si è riconosciuta attorno a un principio che sembra basilare: una città non può essere governata solo attraverso il diritto proprietario e le ragioni della rendita.

È questa la novità politica più interessante emersa da Spin Time. Nel tempo del trumpismo, mentre la destra costruisce consenso saldando nazionalismo e potere finanziario, restringe lo spazio dei diritti e torna a investire enormi risorse nella militarizzazione anziché nel welfare, il conflitto può intercettare e praticare forme nuove. A Roma abbiamo visto una comunità mobilitata entrare in relazione positiva con le istituzioni locali e un’amministrazione scegliere di utilizzare gli strumenti di cui dispone per difendere la funzione sociale del patrimonio immobiliare della città.

È dentro questa cornice che va letta la vicenda di Spin Time. La prima trattativa si è conclusa con un esito negativo: è fallito il tentativo di raggiungere, con Investire SGR, un “accordo ponte” che avrebbe consentito a Roma Capitale di entrare subito nella disponibilità dell’immobile. Non è venuta meno, invece, la volontà di riportare quell’edificio dentro una funzione pubblica. Il sindaco Gualtieri lo ha detto con chiarezza: il Comune proseguirà il percorso per valutarne l’acquisto. Nel frattempo, Roma Capitale si farà carico dei nuclei che hanno diritto a un alloggio popolare e lavorerà affinché non vada dispersa l’esperienza sociale, culturale e politica cresciuta dentro quelle mura.

In tredici anni, Spin Time ha tenuto insieme la battaglia per il diritto all’abitare con forme innovative di mutualismo e autorganizzazione. Ha investito su quel dato irriducibile dell’umano che sono le relazioni, costruendo comunità dove prima c’era solo un immobile vuoto, abbandonato. Le istituzioni stesse hanno riconosciuto, dentro quell’esperienza, l’esercizio di una funzione che, almeno in parte, avrebbe dovuto essere pubblica.

Eppure sarebbe un errore fermarsi qui. Perché intorno a Spin Time si è resa visibile una domanda che attraversa Roma e tutte le grandi metropoli: chi decide la funzione degli spazi urbani e, dunque, chi ha diritto ad abitare la città?

La pressione della rendita avanza come una marea nelle nostre città. Il patrimonio immobiliare viene considerato soltanto un asset da cui estrarre valore. Nel mentre, fasce consistenti della popolazione vengono espulse dai quartieri in cui hanno vissuto per generazioni. È uno dei paradossi del nostro tempo: la destra si presenta come custode delle identità, delle comunità e dei confini, ma lascia che siano aggregati di capitali senza radici a ridisegnare le nostre città. Nazionalista nella propaganda. Globalizzata e asservita negli interessi che finisce per tutelare.

L’amministrazione Gualtieri ha compiuto, in questi anni, una scelta che consideriamo tra le più significative della nostra esperienza di governo: tornare a fare della questione “casa” una materia di intervento pubblico. Non limitarsi a gestire l’emergenza, ma costruire una risposta strutturale per quella fascia sempre più larga della società che non riesce più a sostenere i prezzi del mercato.

Roma Capitale si è posta l’obiettivo di rendere disponibili, nei prossimi anni, 50 mila alloggi: 20 mila attraverso l’edilizia residenziale pubblica e 30 mila attraverso l’edilizia residenziale sociale, rivolta anche a quella fascia intermedia che non ha i requisiti per una casa popolare, ma è stata progressivamente espulsa dal mercato. È una parte sempre più consistente della città: lavoratori e lavoratrici, giovani, famiglie che le statistiche non definiscono povere e che tuttavia spendono una quota insostenibile del proprio reddito per l’affitto.

Una delle intuizioni più importanti del Piano Casa cittadino, approvato dall’attuale maggioranza in Assemblea Capitolina, è semplice quanto radicale: per rispondere a questa crisi occorre utilizzare il patrimonio che esiste già. Recuperarlo. E, quando è possibile, riportarlo al patrimonio pubblico.

È la strada intrapresa con gli immobili dell’INPS ed è soprattutto il significato dell’operazione con Enasarco: oltre mille appartamenti che Roma Capitale ha deciso di acquistare, con una prima parte già entrata nelle disponibilità pubbliche. Case che cambiano funzione per rispondere a una domanda sociale rimasta troppo a lungo senza risposta.

È precisamente qui che Spin Time smette di essere un caso isolato. Anche l’ipotesi di acquisire l’immobile di Santa Croce in Gerusalemme appartiene alla stessa politica comunale: il pubblico può intervenire sul patrimonio esistente e restituirgli una funzione coerente con i bisogni della città.

Il no di Investire SGR all’accordo ponte proposto dal Campidoglio riguarda, prima di tutto, le persone che hanno vissuto dentro Spin Time. Sarebbe miope, però, non vedere la questione più generale: quanto spazio siamo ancora disposti a riconoscere all’intervento pubblico nel governo del mercato immobiliare?

È su questo terreno che lo scontro con la destra diventa politico e non può essere derubricato a semplice polemica. Di fronte all’acquisizione degli immobili Enasarco, il centrodestra capitolino ha presentato un atto in Consiglio per chiederne il blocco. Sulle acquisizioni di patrimonio e sulle esperienze che provano a sottrarre pezzi di città alla rendita abbiamo incontrato resistenze, in forme diverse, dagli immobili INPS fino alla vicenda della Casa delle donne Lucha y Siesta. E intorno a Spin Time, nei giorni più difficili, abbiamo assistito ancora una volta allo sciacallaggio della destra, che ha ridotto tutto alla parola “legalità”, disinteressandosi di ciò che sarebbe accaduto alle persone il giorno dopo.

È uno scontro politico e culturale reale: riguarda la funzione della proprietà, il ruolo dell’intervento pubblico e, in definitiva, chi debba governare la trasformazione delle città.

La proprietà privata è tutelata nel nostro ordinamento. Ma non vive in uno spazio astratto e sottratto alla funzione sociale che la Costituzione le assegna. Le istituzioni hanno il dovere di intervenire quando il mercato produce esclusione, quando migliaia di aventi diritto attendono un alloggio, quando il reddito da lavoro non basta più per pagare un affitto nella propria città. La legalità che ci interessa riguarda anche l’effettività dei diritti che le istituzioni sono chiamate a rendere esigibili.

Qui emerge una delle contraddizioni più evidenti del governo Meloni. Mentre a Roma proviamo concretamente ad acquistare case e ad ampliare il patrimonio pubblico destinato al diritto all’abitare, il governo continua a presentare come “Piano Casa” una strategia che, rispetto alla dimensione dell’emergenza, resta largamente insufficiente. Velleitaria, si potrebbe dire. Ancora in gran parte sulla carta. Costruita intorno a valorizzazioni, strumenti prettamente finanziari, coinvolgimento degli operatori privati. Assai meno intorno a quella ricostruzione di un grande patrimonio abitativo pubblico di cui l’Italia avrebbe bisogno. La crisi della casa verrebbe così affidata, in larga parte, agli stessi meccanismi di un mercato sregolato che hanno contribuito a renderla così profonda.

A Roma stiamo provando a invertire la rotta, utilizzando gli strumenti, insufficienti, di un’amministrazione comunale per restituire una funzione sociale a una parte del patrimonio immobiliare inutilizzato. Stiamo facendo molto più di quanto sia ragionevole chiedere a un Comune, cercando, anche in Europa, le alleanze e le risorse necessarie per intervenire su un mercato le cui dinamiche sono determinate da forze economiche incomparabilmente più grandi di quelle che una singola amministrazione può governare.

Ed è proprio qui che la vicenda romana assume un significato più generale. Nel tempo in cui gli Stati arretrano e il capitale finanziario opera su scala globale, le città possono tornare a essere i luoghi in cui la politica progressista riconquista una capacità di intervento. È il terreno di un nuovo municipalismo. Non l’illusione dell’autosufficienza dei Comuni, ma la capacità delle istituzioni più vicine alle comunità di costruire alleanze sociali, sperimentare politiche pubbliche, contendere concretamente spazio alla rendita.

Di fronte a tutto questo, si misura la miopia della destra che governa il Paese e la nostra Regione. Servirebbe una nuova stagione di politica pubblica nazionale sulla casa: risorse adeguate, acquisizioni, recupero del patrimonio inutilizzato, strumenti capaci di contenere la rendita, un intervento dello Stato che restituisca alle città la possibilità di governare le proprie trasformazioni. L’esatto opposto della non-ricetta di questa destra.

La moltitudine che si è raccolta in questi giorni intorno a Santa Croce in Gerusalemme è forse il dato politico più prezioso che Spin Time ci consegna. Perché chiarisce qualcosa anche a chi è impegnato a costruire un’alternativa a Meloni. Un campo politico non diventa largo aumentando il numero delle sigle sedute intorno a un tavolo. Diventa largo quando incontra pezzi differenti della società, riconosce i conflitti che la attraversano e prova a trasformarli in progetto politico.

Il diritto all’abitare può e deve diventare una delle grandi battaglie di questo campo. La casa riguarda la dignità e la libertà delle persone, l’autonomia dei giovani, i salari, il diritto delle famiglie a non essere espulse dalle città. Una grande questione da riportare dentro le responsabilità fondamentali della Repubblica e su cui costruire una piattaforma e una mobilitazione contro il governo Meloni.

Spin Time, allora, non è soltanto il luogo da cui questa riflessione è partita. È anche l’immagine di una possibilità politica. Una comunità colpita duramente ha trasformato il trauma dello scontro in una domanda rivolta alla città. Intorno a quella comunità si è aggregata una moltitudine anche contraddittoria e la politica cittadina ha saputo da che parte stare.

È possibile una nuova alleanza tra comunità, movimenti e istituzioni democratiche, capace di contendere il destino delle nostre città alla finanza e a questa destra che predica sovranità mentre è asservita alla rendita?

A Santa Croce in Gerusalemme, in questi giorni, quella possibilità si è fatta vedere.

Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa

Abbonati