La lezione di Marco Pannella sulla responsabilità

Riflessioni di un radicale pannelliano a dieci anni dalla morte.

Federico TantilloBattaglia delle Idee
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ANSA

Sono passati quattro mesi dal referendum sulla separazione delle carriere, impropriamente definito da alcuni “referendum sulla giustizia”. Sono passati due mesi dalla ricorrenza del decimo anniversario della morte di Marco Pannella. Ho volutamente atteso, per scrivere le riflessioni che seguono. Volevo fare sedimentare i pensieri, volevo essere certo di ragionare a freddo, senza essere troppo condizionato da fattori emotivi – che pure restano, sono ineliminabili, per chi ha vissuto il leader radicale come una bussola, dal 1977 sino al suo ultimo giorno di vita. Il referendum sulla separazione delle carriere è stato l'occasione per interrogarmi ancora una volta sul più importante insegnamento ricevuto da Marco Pannella: non una risposta da ripetere, ma un metodo per affrontare la politica.

«Nelle cose pratiche bisogna essere prudenti. Io, nelle cose pratiche, sono prudente. E nun piagne, cazzone. I radicali lottano, non piangono. Non si preoccupano, si occupano».

Era il 2010. Per me non era una discussione politica. Era uno dei momenti più difficili della mia vita professionale, e non solo. Un tracollo lavorativo ed economico rischiava di cancellare anni di lavoro. Come spesso accade quando ci si sente vittime di un'ingiustizia, ero tentato di reagire sul terreno giudiziario. Pensavo ad avvocati, cause, rivendicazioni. Ero convinto che quella fosse la strada giusta. Marco mi conosceva da anni. Prima per il mio lavoro a Teleroma 56, per tutti gli anni Novanta, poi per quello svolto dal 2007 come editore di Nessuno tocchi Caino. Non ero dunque uno sconosciuto che lo aveva fermato per strada. Ma non era affatto scontato che si fermasse ad ascoltarmi in quel modo. Lì, davanti al portone della sede di via di Torre Argentina, mi lasciò parlare fino in fondo. Mi ascoltò davvero. Era una sua prerogativa. Marco ascoltava tutti: non per cortesia, non distrattamente, ma con un'attenzione che faceva sentire l'interlocutore, in quel momento, al centro del suo interesse. Era la sua cifra umana e, insieme, politica. In lui le due dimensioni non erano mai separate.

Solo quando ebbi finito, con il suo modo diretto, quasi brusco, mi riportò alla realtà. «Nelle cose pratiche bisogna essere prudenti. Io, nelle cose pratiche, sono prudente». Subito dopo aggiunse: «E nun piagne, cazzone. I radicali lottano, non piangono. Non si preoccupano, si occupano». Non mi stava dicendo di rinunciare alle mie ragioni. Mi stava dicendo qualcosa di molto più difficile: mi invitava a non perdere tempo in battaglie che in quel preciso momento, per me tragico, non mi avrebbero restituito il lavoro. A non consumare energie in un conflitto destinato ad assorbire tutto il resto. Il senso era semplice: «Prima di tutto rimettiti in piedi. Ricostruisci. Lavora». La prudenza di cui parlava non aveva nulla a che vedere con la paura o con la rassegnazione. Era la capacità di distinguere ciò che era essenziale da ciò che, pur apparendo giusto, in quel momento non avrebbe prodotto alcun risultato concreto.

Del resto, Marco non separava mai le parole dai comportamenti. In quel periodo vedevo Sergio D'Elia praticamente ogni giorno. Sergio, segretario di Nessuno tocchi Caino, proprio mentre attraversavo quella fase così difficile, mi fu vicino con un'affettuosa e concreta discrezione che non ho mai dimenticato. Per me fu, è, davvero un fratello. Durante uno dei nostri incontri, allora quasi quotidiani, mi disse che aveva da propormi la pubblicazione di alcuni libri dedicati ai temi della giustizia e del carcere. Mi spiegò che ne aveva parlato con Marco e che era stato lui a ritenere giusto affidare quei progetti alla mia casa editrice. Il Partito Radicale e Nessuno tocchi Caino li avrebbero sostenuti, organizzando presentazioni e occasioni di confronto in tutta Italia. Uno di quei volumi era dedicato al “41 bis”. Difficilmente si sarebbe potuto immaginare un argomento meno commerciale e, probabilmente, più impopolare. Eppure compresi subito che quella non era soltanto un'opportunità per superare un momento di difficoltà. Era la possibilità di dare un'identità precisa alla mia attività editoriale.

Quei libri non risolsero certo tutti i miei problemi. Ma diedero ossigeno alla mia casa editrice e contribuirono a definirne con chiarezza il profilo culturale. Ripensandoci oggi, mi accorgo che anche questo faceva parte del modo in cui Marco intendeva la politica. Non la solidarietà proclamata, ma la responsabilità praticata. Non sostituirsi alle persone, metterle nelle condizioni di (ri)costruire il proprio futuro. Per molti anni ho creduto che quel colloquio riguardasse soltanto me. Solo col tempo ho capito che non stavo ricevendo semplicemente un consiglio per affrontare una crisi personale. Stavo imparando un metodo.

Ed è stato proprio quel metodo a tornarmi continuamente alla mente durante la recente campagna referendaria sulla separazione delle carriere dei magistrati. In quelle settimane ho ascoltato molte persone sostenere, con assoluta sicurezza, che Marco Pannella avrebbe votato SÌ. Confesso che questo mi ha lasciato profondamente a disagio. Non perché ritenga impossibile che avrebbe votato in quel modo. Ma perché non credo che nessuno possa affermarlo con certezza. Chi ha conosciuto davvero Pannella sa che il tratto forse più sorprendente della sua azione politica era proprio questo: non offriva mai risposte prefabbricate. Partiva sempre dalle domande. Qual è il problema reale? Quale interesse generale va tutelato? Quale decisione serve, in quel preciso momento storico, alla libertà delle persone e alla solidità delle istituzioni democratiche? Era un eretico, un “rivoluzionario”, sì. Ma non era mai irresponsabile. È questo, probabilmente, l'insegnamento più prezioso che mi ha lasciato.

Ripensando al recente referendum, mi sono tornati alla mente alcuni momenti nei quali avevo visto Marco Pannella ragionare e decidere davanti alle grandi crisi della Repubblica. E mi è sembrato di aver compreso bene, a distanza di anni, fino in fondo, il significato di quella parola pronunciata nel 2010. «Prudenza». Non come rinuncia. Non come moderazione. Ma come assunzione di responsabilità. Come capacità di distinguere, in ogni passaggio della storia, ciò che è utile allo Stato e alle sue istituzioni da ciò che, pur apparendo politicamente più facile o più conveniente, potrebbe finire per indebolirle. È questo il criterio con cui Marco Pannella ha affrontato alcuni dei momenti più difficili della storia repubblicana. Ed è da lì che bisogna partire per capire perché uno che si reputa radicale pannelliano, in questa occasione, ha votato NO.

La prudenza come responsabilità: il 1992.

Per comprendere davvero che cosa intende Marco Pannella quando parla di prudenza, vorrei tornare al 1992. La Prima Repubblica sta crollando. L’arresto di Mario Chiesa apre l’inchiesta che passa alla storia come Tangentopoli. Giorno dopo giorno, l’intero sistema dei partiti viene travolto da avvisi di garanzia, arresti, dimissioni. L’opinione pubblica sembra perdere ogni fiducia nella politica. Cresce un sentimento che viene poi chiamato antipolitica: l’idea che sia sufficiente abbattere la classe dirigente per risolvere i problemi del Paese. Pannella guarda quella stagione con occhi diversi. Vede certamente le responsabilità dei partiti, le degenerazioni del sistema, la necessità di profonde riforme. È il leader della forza politica che denuncia da decenni i guasti della partitocrazia (che non è un concetto antipolitico, come successivamente avverrà con il Movimento 5 Stelle, soprattutto nella lunga fase iniziale, guidata da Grillo e Casaleggio. È un concetto pienamente politico, totalmente a difesa della dignità e del ruolo della politica), del consociativismo. Ma vede anche un altro rischio: che, nel crollo della politica, vengano travolte le istituzioni democratiche.

Per questo, proprio in quei mesi, convoca ogni mattina in Parlamento, alle sette, riunioni alle quali partecipano parlamentari appartenenti a tutti gli schieramenti. Non sono incontri per costruire maggioranze. Non sono tavoli di trattativa. Sono luoghi nei quali si cerca di capire come difendere la Repubblica in uno dei momenti più delicati della sua storia. L'attivismo del leader radicale è totale, in Parlamento diviene un punto di riferimento imprescindibile. I suoi interventi vengono seguiti con attenzione da ogni parte politica. Il 25 aprile 1992 Francesco Cossiga annuncia agli italiani la decisione di dimettersi dalla Presidenza della Repubblica, con due mesi di anticipo rispetto alla naturale scadenza del mandato. Il 28 aprile firma l’atto di dimissioni, al Quirinale. Il nuovo Parlamento, appena eletto, deve scegliere il Capo dello Stato destinato ad affrontare una crisi politica e istituzionale senza precedenti.

La candidatura di Arnaldo Forlani sembra inizialmente destinata al successo, ma fallisce (anche, o soprattutto, per dissidi interni alla DC). Per giorni il Parlamento non riesce a trovare una soluzione condivisa. Sullo sfondo prende corpo anche l’ipotesi di una candidatura di Giulio Andreotti, mentre il Partito Socialista e una parte dell’area laica sostengono Giuliano Vassalli. Pannella, contro ogni previsione, indica un altro nome già molto prima che lo stallo istituzionale raggiunga il suo punto più drammatico. Il 12 marzo 1992 propone Oscar Luigi Scalfaro per la Presidenza della Repubblica e pronuncia parole che spiegano meglio di qualsiasi ricostruzione successiva le ragioni della sua scelta: «Voglio Scalfaro, il cattolico Scalfaro, piemontese, di destra, lo Scalfaro dell’Azione Cattolica, per difendere quanto di Stato di diritto, di serenità, di onestà è possibile».

Pannella non nasconde quanto Scalfaro sia distante dalla propria storia e dalla propria cultura politica. Al contrario, sottolinea deliberatamente quella distanza: il cattolico, l’uomo di destra, l’esponente dell’Azione Cattolica. Ma proprio in questo consiste la forza politica della proposta. Non cerca il candidato più vicino alle proprie idee. Cerca la figura che, in quella fase, ritiene maggiormente capace di difendere lo Stato di diritto, la correttezza delle istituzioni e l’onestà della vita pubblica. Nella politica di Pannella la contrapposizione tra Stato di diritto e Ragion di Stato non riguarda soltanto alcune singole battaglie. È un tratto distintivo dell’intero suo percorso politico, un elemento cardine della sua concezione della democrazia. Per Pannella il diritto non è una sovrastruttura formale. Non è un insieme di regole che il potere può sospendere quando le circostanze appaiono eccezionali.

Il diritto è il perno della democrazia. È il limite imposto all’arbitrio dello Stato. È la garanzia delle libertà individuali. È, per quanto riguarda il nostro Paese, lo strumento attraverso il quale si difendono e si rendono effettivi i principi della Costituzione. La Ragion di Stato muove da un principio opposto. In nome di un presunto interesse superiore dello Stato si possono comprimere i diritti, limitare le libertà personali, si possono introdurre legislazioni emergenziali, si possono sottrarre le decisioni pubbliche al controllo della legge. È già accaduto, durante il sequestro Moro, quando la vita di un uomo che ha un ruolo centrale nella vita politica nazionale e internazionale viene subordinata alla scelta politica della fermezza e alla pretesa necessità di tutelare l’autorità dello Stato. Per Pannella, invece, uno Stato che vìola il diritto per difendere sé stesso finisce per negare la propria natura democratica.

Stato di diritto e Ragion di Stato rappresentano dunque due concezioni della politica agli antipodi: da una parte il potere sottoposto alla legge, a tutela dei diritti delle persone e dei principi costituzionali; dall’altra il potere che, invocando l’emergenza o un interesse superiore, pretende di collocarsi al di sopra di essi. Per questo, quando Pannella afferma di volere Scalfaro «per difendere quanto di Stato di diritto, di serenità, di onestà è possibile», non utilizza un’espressione occasionale. Richiama uno dei fondamenti della propria identità politica. La candidatura di Scalfaro non rappresenta una rinuncia alle convinzioni radicali. È, al contrario, una scelta pienamente coerente con esse.

Il 23 maggio la storia cambia improvvisamente. La strage di Capaci, nella quale vengono uccisi Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della loro scorta, trasforma una gravissima crisi politica in una crisi dello Stato. I partiti sono delegittimati dall’inchiesta Mani Pulite. Il Parlamento appare paralizzato dai veti incrociati. La mafia colpisce apertamente il cuore della Repubblica. In quelle ore il primo dovere della politica è uscire dallo stallo. Pannella lavora perché la candidatura di Scalfaro raccolga un consenso ampio e trasversale. Un ruolo importante assume l’asse che si forma tra lui e Achille Occhetto, segretario del PDS: due leader provenienti da storie profondamente diverse, ma capaci di riconoscere nel nome di Scalfaro una possibile risposta alla paralisi del Parlamento e alla crisi delle istituzioni.

Pannella non si limita quindi ad aderire a una soluzione già costruita. Contribuisce attivamente a farla maturare. Occhetto, dal canto suo, favorisce la convergenza del principale partito della sinistra su un esponente democristiano estraneo alla sua tradizione. Il problema non è eleggere il candidato più affine alla cultura radicale. Non è neppure scegliere il candidato più vicino alla sinistra. Il problema è impedire che, mentre la mafia colpisce lo Stato e la crisi dei partiti sembra travolgere ogni equilibrio, anche la più alta istituzione della Repubblica resti prigioniera delle divisioni politiche. La convergenza tra Pannella e Occhetto contribuisce a creare le condizioni per una maggioranza molto più ampia, capace di superare i veti e di raccogliersi attorno al nome di Scalfaro.

Il 25 maggio 1992 Oscar Luigi Scalfaro viene eletto Presidente della Repubblica al sedicesimo scrutinio, con 672 voti su 1.002 votanti. La sua elezione dimostra che, anche nel momento più difficile, il Parlamento è ancora capace di assumersi una responsabilità comune. A prima vista, il sostegno di Pannella a Scalfaro può sembrare un compromesso. Io credo, invece, che sia l’applicazione più rigorosa del principio che, molti anni dopo, Marco sintetizza davanti alla sede di via di Torre Argentina. «Prudenza». Non la prudenza di chi rinuncia. La prudenza di chi comprende che, quando le istituzioni democratiche vacillano, la prima responsabilità è impedirne il crollo. Marco Pannella è uno dei politici della storia repubblicana più apertamente e radicalmente critici verso il “Palazzo”, e verso i poteri che vivono al suo interno. Ma proprio per questo sa distinguere la radicalità dalla distruzione.

Sa che si possono combattere i governi, contestare le maggioranze, denunciare gli abusi del potere. Non si può, invece, giocare con la stabilità delle istituzioni democratiche. Perché senza istituzioni solide non esiste neppure lo spazio nel quale combattere le proprie battaglie. Quando ripenso a quella scelta, comprendo ancora meglio il senso delle parole che Marco mi rivolge nel 2010: «Nelle cose pratiche bisogna essere prudenti». Non è il consiglio di un uomo moderato. È il metodo di un riformatore che, anche nei momenti di maggiore tensione politica, non smette mai di chiedersi quale decisione serva davvero al Paese. Ed è proprio quel metodo che cerco di applicare, molti anni dopo, quando mi trovo davanti alla scheda del referendum sulla separazione delle carriere. Perché il punto, per me, non è chiedermi che cosa voterebbe Marco Pannella. Il punto è provare a ragionare come lui mi ha insegnato a fare.

La responsabilità di scegliere: 2006, 2011.

Quella del 1992 non è un’eccezione. Nel percorso politico di Marco Pannella la stessa domanda ritorna ogni volta che il Paese si trova davanti a una scelta decisiva. Non chi rappresenta meglio la propria identità. Non quale soluzione appare più radicale. Ma quale decisione, in quel preciso momento, serve davvero alla Repubblica. Nel 2006 l’Italia arriva alle elezioni dopo cinque anni di governo Berlusconi. Sono gli anni successivi al G8 di Genova (la violazione dei diritti nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto, su cui peraltro i radicali prendono una posizione non chiara, che io criticai, e che reputai legata all’ascesa, proprio in quella fase, della figura di Daniele Capezzone, che alcuni radicali - tra i quali anche chi scrive - guardavano con perplessità), alle leggi ad personam, al progressivo deterioramento del confronto politico e istituzionale. La legislatura si chiude con l’arrivo di una nuova legge elettorale, che viene definita una «porcata» perfino da chi ha guidato il percorso parlamentare che l’ha resa esecutiva. Uno scempio (non ancora sanato, a dirla tutta).

Pannella non considera quella competizione elettorale come un normale confronto tra due coalizioni equivalenti. Ritiene che il Paese abbia bisogno di costruire un’alternativa possibile, un autentico progetto riformatore. Anche questa volta, però, la personalità attorno alla quale si realizza la convergenza non appartiene alla cultura radicale. Romano Prodi è un cattolico democratico. La sua formazione, la sua storia politica e molte delle sue posizioni sono lontane da quelle di Pannella. Ma, ancora una volta, non è questa la domanda decisiva. Pannella non si chiede quanto Prodi sia vicino ai radicali. Si chiede se la coalizione che Prodi guida possa rappresentare, in quel momento, una possibilità concreta di cambiamento per il Paese. La risposta è sì.

I radicali partecipano alla costruzione dell’Unione attraverso la Rosa nel Pugno, il progetto politico realizzato insieme allo SDI di Enrico Boselli. Alle elezioni la lista porta alla Camera diciotto deputati, sette dei quali appartenenti alla componente radicale. Al Senato, invece, non ottiene seggi. Non è un’adesione priva di conflitti. Le differenze rimangono. Le battaglie sulla laicità dello Stato, sui diritti civili, sulla giustizia e sulle libertà individuali continuano a produrre tensioni anche molto forti. Ma Pannella sa che l’autonomia non coincide con l’isolamento. Essere autonomi significa conservare la libertà di giudizio, non sottrarsi alla responsabilità di scegliere quando la situazione lo richiede. Per questo può sostenere Prodi senza diventare “prodiano”. Può partecipare a una coalizione senza rinunciare a contestarne le scelte. Può contribuire alla formazione di un governo e, nello stesso tempo, continuare a battersi perché quel governo cambi direzione.

La politica, per Pannella, non consiste nel preservare la purezza della propria identità. Consiste nel tentare di cambiare la realtà. E per cambiare la realtà, a volte, occorre scegliere tra possibilità concrete, nessuna delle quali coincide interamente con ciò che si desidera. Due anni dopo, nel 2008, nove esponenti radicali entrano in Parlamento nelle liste del Partito Democratico: sei alla Camera e tre al Senato. È a loro che, nel novembre del 2011, spetta anche il compito di decidere quale posizione assumere davanti alla crisi del governo Berlusconi e alla nascita dell’esecutivo guidato da Mario Monti. La maggioranza che sostiene Berlusconi si disgrega. La credibilità internazionale dell’Italia precipita. Lo spread cresce, i mercati mettono sotto pressione il debito pubblico e il Paese rischia di perdere la capacità di finanziarsi. Non è soltanto una crisi di governo. È una crisi che investe la tenuta economica e istituzionale della Repubblica.

Il Presidente Giorgio Napolitano affida a Mario Monti il compito di formare un nuovo esecutivo. Anche Monti è lontano dall’immaginario radicale. È un economista, un professore, un ex commissario europeo. Per molti rappresenta il mondo della tecnocrazia, delle istituzioni finanziarie, delle decisioni assunte al riparo dal conflitto democratico. Pannella non ignora queste distanze. Non considera Monti il naturale interprete delle battaglie radicali e non attribuisce al suo governo una fiducia incondizionata. La scelta, anche tra i parlamentari radicali, non è del tutto scontata. Pannella deve lavorare per convincere alcuni di loro a contribuire alla conclusione dell’esperienza berlusconiana. E deve insistere quando si tratta di accordare la fiducia al governo Monti. Sono retroscena che non assumono la forma di una rottura, ma mostrano quanto la decisione sia discussa e sofferta.

Le perplessità sono comprensibili. Sostenere Monti significa votare la fiducia a un uomo e a un progetto politico molto distanti dalla sensibilità radicale. Significa anche accettare il rischio che l’emergenza economica venga affrontata attraverso scelte gravose e socialmente dolorose. Pannella non cancella queste obiezioni. Non chiede un’adesione ideologica. Chiede di guardare alla situazione concreta. La caduta di Berlusconi, da sola, non risolve il problema. Occorre impedire che alla crisi politica si aggiunga un collasso finanziario, con conseguenze destinate a ricadere soprattutto sulle persone più deboli. Il problema non è stabilire se Monti appartenga alla cultura radicale. Evidentemente non vi appartiene. Il problema è comprendere che cosa rischia l’Italia in quel momento e quale decisione possa impedire che la crisi diventi irreversibile.

I parlamentari radicali seguono l’indicazione di Pannella e sostengono il nuovo governo. Non perché considerino Monti il “proprio” Presidente del Consiglio. Non perché rinuncino alle proprie riserve. Ma perché Pannella li convince che, in quel passaggio, la responsabilità verso il Paese viene prima della distanza politica e culturale. Scalfaro, Prodi, Monti. Tre figure profondamente diverse. Un cattolico conservatore, un cattolico democratico, un tecnico proveniente dalle istituzioni europee. Nessuno dei tre appartiene alla storia radicale. Eppure Pannella li sostiene, in momenti diversi, perché ogni volta ritiene che quella scelta risponda a un interesse più grande dell’identità della propria parte.

Non è trasformismo. Non è moderazione. Non è il desiderio di stare comunque dentro una maggioranza. È responsabilità politica. È la consapevolezza che le decisioni non si assumono nel vuoto, ma dentro un tempo, un equilibrio di forze, una situazione concreta. La radicalità di Pannella non consiste nello scegliere sempre la soluzione più estrema. Consiste nell’andare alla radice dei problemi. E alla radice si incontra una domanda semplice e terribile: che cosa accade davvero se prendiamo questa decisione? Quali conseguenze produce sulle istituzioni, sulla democrazia, sulla vita delle persone? Quale interesse stiamo difendendo? Quello della nostra parte o quello della Repubblica?

È qui che la prudenza torna a incontrare la responsabilità. Pannella non rinuncia mai alla lotta. Ma sa che non tutte le rotture sono rivoluzionarie e non tutte le mediazioni sono compromessi al ribasso. A volte la scelta più radicale consiste nel difendere le istituzioni. A volte consiste nel costruire un’alternativa possibile. A volte consiste nell’impedire che il Paese precipiti. Scalfaro nel 1992. Prodi nel 2006. Monti nel 2011. La domanda è sempre la stessa: non chi è più vicino, ma cosa serve alla Repubblica in quel preciso momento.

La responsabilità di scegliere. Con un NO. Questa volta senza Marco.

È portando dentro me quello che avverto essere un “metodo” che osservo la scheda del referendum sulla giustizia, il 22 marzo 2026. La domanda che mi pongo non è che cosa avrebbe votato Marco Pannella. Non lo so. E penso che nessuno possa saperlo. Pannella non lascia un catechismo dal quale ricavare automaticamente una risposta per ogni stagione politica. Lascia battaglie, parole, intuizioni. Ma soprattutto lascia un metodo: osservare la realtà, comprendere il momento nel quale si decide, misurare le conseguenze concrete di ogni scelta. Per questo non mi ha convinto il modo in cui, durante la campagna referendaria, il suo nome è stato continuamente evocato. «Pannella avrebbe votato SÌ», hanno ripetuto in molti. Lo hanno affermato perché la separazione delle carriere è una storica battaglia radicale. Questo è vero. Ma da una premessa vera non discende necessariamente una conclusione altrettanto vera.

Il referendum non chiedeva agli elettori di pronunciarsi in astratto sulla separazione delle carriere. Chiedeva di approvare una determinata riforma costituzionale, promossa da un determinato governo, costruita attraverso precise soluzioni istituzionali. Il testo non introduce soltanto carriere distinte per giudici e pubblici ministeri. Prevede due differenti Consigli superiori della magistratura, e istituisce un’Alta Corte disciplinare. Nel frattempo, la riforma Cartabia ha già ridotto fortemente la possibilità di passare dalla funzione giudicante a quella requirente e viceversa, realizzando di fatto una separazione tendenziale delle carriere. Dunque la domanda non è: sei favorevole o contrario alla storica battaglia radicale? La domanda è: questa riforma, nel suo insieme e nel contesto politico nel quale è nata, rafforza davvero lo Stato di diritto? Garantisce meglio l’autonomia della magistratura? Rende più equilibrato il rapporto tra accusa e difesa? Offre maggiori garanzie al cittadino? Oppure utilizza una battaglia antica e legittima per introdurre un diverso equilibrio tra magistratura, politica e potere esecutivo?

È su questo terreno che è maturato il mio NO. Non ho votato contro la separazione delle carriere. Non ho rinnegato una battaglia che appartiene alla storia radicale e alla concezione liberale del processo. Ho votato contro questa riforma della separazione delle carriere. Contro il modo in cui è stata costruita. Contro il contesto politico nel quale è stata proposta. Soprattutto ho voluto oppormi all’idea che sia sufficiente pronunciare le parole di una battaglia radicale per rendere radicale, liberale e garantista qualsiasi progetto che se ne appropri mettendola nel titolo. Semplificare Pannella, renderlo quasi prevedibile, ingabbiarlo in slogan, mi sembra quanto di meno pannelliano si possa fare. Forse sbaglio? Non lo so. So che “sento” questo.

Una riforma della giustizia non si giudica dal titolo. Si giudica dagli equilibri costituzionali che produce. Dalle garanzie che rafforza o indebolisce. Dai poteri che limita e da quelli che accresce. La separazione delle carriere può essere uno strumento al servizio del giusto processo. Non è, da sola, il giusto processo. E soprattutto non può essere separata dalla difesa dell’indipendenza della magistratura, dall’autonomia del pubblico ministero, dall’effettiva parità tra accusa e difesa, dalla condizione delle carceri, dalla durata dei procedimenti e dalla possibilità, per ogni cittadino, di accedere realmente alla giustizia.

Il garantismo non è una formula. È un sistema di garanzie. Non riguarda soltanto il magistrato che accusa e il giudice che decide. Riguarda l’imputato, la vittima, il detenuto, chi non dispone del denaro necessario per sostenere un processo, chi attende per anni una sentenza, chi entra in carcere prima di essere giudicato e chi in carcere perde la propria dignità. Per questo non potevo considerare radicale una riforma soltanto perché conteneva nel titolo una proposta sostenuta dai radicali. Essere pannelliani non significa ripetere oggi la risposta data ieri a una domanda apparentemente simile. Significa ricominciare ogni volta dall’analisi della realtà. Nel 1992 Pannella non sceglie Scalfaro perché è il candidato più vicino alla cultura radicale. Nel 2006 non sostiene Prodi perché condivide interamente la sua storia e le sue posizioni. Nel 2011 non convince i parlamentari radicali a votare Monti perché riconosce in lui il proprio modello di governo. Ogni volta distingue l’identità dalla responsabilità. Ogni volta si domanda che cosa serve alla Repubblica in quel preciso momento. Questa è la stessa domanda che ho provato a pormi, il 22 marzo, davanti alla scheda.

Ma prima di arrivare alla risposta, devo fare un passo indietro. Roma, anni Novanta. Lavoro a Teleroma 56. La televisione è profondamente intrecciata con la storia del Partito Radicale. È lì che incontro quotidianamente la politica non come rappresentazione distante, ma come voce, conflitto, racconto in diretta. Proprio in quegli anni Roma vive le due sindacature guidate da Francesco Rutelli. Che è stato, giovanissimo, anche segretario del Partito Radicale. Ora governa la Capitale alla guida di una coalizione di centrosinistra.

Le due storie, quella radicale e quella dell’amministrazione democratica della città, non sono la stessa cosa. Ma in quegli anni, almeno nella mia vita, cominciano a parlarsi. Io continuo a lavorare dentro un’esperienza professionale legata al mondo radicale. Allo stesso tempo seguo da vicino la trasformazione di Roma, il tentativo di governarla, le responsabilità concrete degli amministratori. Consolido amicizie con persone impegnate nelle istituzioni municipali e comunali. Alcune le conosco fin dai tempi del liceo. Non sono soltanto rapporti politici. Sono amicizie umane, costruite nel tempo, capaci di resistere ai cambiamenti dei partiti, delle sigle, delle stagioni amministrative. Sono loro, molti anni dopo, ad accompagnarmi verso il Partito Democratico.

Nel 2007, quando il PD nasce, non entro in una casa sconosciuta. Ritrovo persone con le quali condivido una parte importante della mia vita, il rapporto con Monteverde, il mio quartiere, il senso della partecipazione e l’idea che la politica non sia soltanto una dichiarazione di principi, ma anche presenza quotidiana nel territorio. Mi iscrivo al Partito Democratico fin dalla sua nascita. Sono tra i fondatori del Circolo PD Monteverde. La mia adesione non nasce da una conversione improvvisa. Non cancella la formazione radicale e pannelliana. È il risultato di un processo cominciato negli anni Novanta, quando il racconto delle battaglie radicali, il governo di Roma e le amicizie maturate nella vita municipale e cittadina iniziano a intrecciarsi. Il PD entra così nella mia storia politica. Non sostituisce ciò che viene prima. Lo mette alla prova. Mi costringe a confrontare la cultura dello Stato di diritto, delle libertà individuali e della responsabilità personale con la vita concreta di un partito, con il governo delle istituzioni, con una comunità più ampia e con persone provenienti da tradizioni politiche differenti.

Non considero la storia radicale e quella del Partito Democratico sovrapponibili. Le differenze esistono. A volte sono profonde. Ma negli anni il mio essere radicale pannelliano ha assunto proprio questa configurazione peculiare: continua a vivere nelle battaglie per lo Stato di diritto, per la giustizia, per le libertà e per la dignità della persona, scegliendo una stabile collocazione democratica e di centrosinistra. Per questo l’accordo del 2008, che porta nove radicali in Parlamento nelle liste del PD, ha per me anche un significato personale. Sul piano nazionale rende visibile, in una forma diversa, un incontro che nel mio percorso è già cominciato. Dimostra che si può entrare in una storia politica più ampia senza rinunciare alla propria autonomia. Che si può costruire un’appartenenza senza trasformarla in obbedienza. Che identità differenti possono convivere, confrontarsi e persino modificarsi reciprocamente senza cancellarsi.

È anche da questo percorso che nasce il mio voto dello scorso marzo. La risposta alla quale sono arrivato è diversa da quella di molti amici radicali. Ma non nasce dal desiderio di prendere le distanze dalla mia storia. E non è neppure la conseguenza automatica della mia appartenenza al Partito Democratico. Non ho votato NO perché il PD vota NO. Ho votato NO perché ho voluto esercitare quella libertà di giudizio che considero parte essenziale della mia formazione politica. La decisione nasce dall’incontro, talvolta difficile e contraddittorio, tra la cultura radicale nella quale mi formo e la comunità democratica e di centrosinistra nella quale scelgo di impegnarmi. Non da una somma meccanica di appartenenze. Non dalla prevalenza dell’una sull’altra. Ma dal tentativo di restare fedele a entrambe nel modo più esigente: pensando con la mia testa e assumendomi la responsabilità della scelta.

Ho votato NO perché non credo che questa riforma avrebbe rafforzato lo Stato di diritto. Ho votato NO perché non considero prudente modificare l’equilibrio costituzionale della magistratura sulla base di una contrapposizione politica contingente. Ho votato NO perché una battaglia giusta può essere utilizzata per costruire una soluzione sbagliata. Ho votato NO perché le istituzioni vengono prima delle appartenenze, anche delle mie.

Gli elettori hanno respinto la riforma costituzionale sottoposta al loro giudizio. Quel risultato, però, non autorizza nessuno a considerare conclusa la discussione sulla giustizia. La separazione delle carriere resta un tema. Il giusto processo resta un obiettivo incompiuto. Le carceri continuano a interrogare la coscienza democratica del Paese. La durata dei processi, l’abuso della custodia cautelare, la responsabilità dei magistrati, l’accesso alla difesa e l’effettività della pena continuano a chiedere risposte. Un NO non cancella questi problemi. Impone, anzi, di affrontarli meglio. Senza guerre tra poteri. Senza utilizzare la Costituzione come terreno di rivalsa. Senza trasformare il garantismo in uno strumento contro la magistratura o la legalità in uno strumento contro le garanzie.

Non so come avrebbe votato Marco Pannella. E non voglio fingere di saperlo. So però che cosa mi ha lasciato. Mi ha insegnato a non cercare riparo nelle formule, nelle appartenenze, nelle risposte già scritte, negli slogan. Mi ha insegnato che «nelle cose pratiche bisogna essere prudenti». Che la prudenza non è paura. Non è immobilismo. Non è rinuncia alla lotta. È avere il coraggio di guardare fino in fondo le conseguenze delle proprie decisioni. È non nascondersi dietro un nome, neppure dietro il suo. La prudenza è scegliere responsabilmente. E poi rispondere personalmente della propria scelta. Quando sono entrato nella cabina elettorale, Marco non c’era. Non c'è più da dieci anni. Non posso telefonargli, non posso chiedergli che cosa pensa, non posso ascoltare una delle sue risposte interminabili, imprevedibili, capaci di portarti molto lontano dal punto dal quale eri partito e, proprio per questo, più vicino alla verità delle cose. Soprattutto, non posso più sperare di incontrarlo in via di Torre Argentina.

Resta la sua voce. Resta quella frase pronunciata tanti anni fa, mentre la mia vita sembrava franare: «Nelle cose pratiche bisogna essere prudenti». Oggi comprendo ancora meglio che cosa significa. Significa non smettere di lottare. Significa non delegare ad altri la propria coscienza. Significa assumersi la responsabilità di dire sì oppure no, anche quando la risposta divide, costa, fa discutere. Per questo non posso dire che Marco Pannella avrebbe votato come me. Posso dire soltanto che ho provato a scegliere senza tradire ciò che mi ha insegnato. E per questo, da radicale pannelliano e da democratico, ho votato NO.

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