La lezione democratica di Habermas

ANSA
È stato il più grande filosofo post-metafisico occidentale. La sua scomparsa a Starnberg, all’età di 96 anni — era nato a Düsseldorf nel 1929 — ci priva di una delle voci morali laiche più importanti di questo lungo dopoguerra, conclusosi come secolo breve nel 1989, e in realtà ridivenuto secolo di guerra dopo la lunga pace seguita alla catastrofe della Germania.
Fu filosofo dell’opinione pubblica in senso stretto e del linguaggio, erede di Adorno e Horkheimer a Francoforte, e continuatore della celebre scuola che ha segnato così profondamente le rivolte giovanili degli anni Sessanta. Personalità eminentemente etica fin dagli esordi, e addirittura ribelle allo stesso Adorno, il suo venerato maestro, accusato a un certo punto di alimentare il nichilismo con la sua critica totalizzante del potere e dell’ideologia, senza finalità etiche precise e in virtù di un’utopia solo decostruttiva. Un tema questo che egli riprenderà in generale contro tutto il pensiero debole e negativo (a cominciare da Foucault), prigioniero a suo dire di un’idea di dominio da distruggere e contestare, e basta. Finendo così in una sorta di cattiva infinità di tipo romantico e nichilista.
Qui sta infatti il vero rovesciamento di Habermas della Scuola di Francoforte dentro la quale crebbe, e nella celebre città filosofica e sociologica. Ovvero un recupero integrale di Kant e dell’Illuminismo. Che per Habermas non veniva per forza inficiato dalla civiltà industriale e ridotto a ideologia borghese, come Adorno e Horkheimer sostennero nella loro celebre Dialettica dell’Illuminismo. Al contrario proprio l’amoralismo e l’anarchia dei valori del moderno necessitavano, per il giovane erede dei due Dioscuri, di una piena riabilitazione e rilancio del kantismo, nonché di criteri oggettivi ai quali ancorare la critica del dominio.
Dunque si trattava per Habermas di rilanciare la Storia e critica dell’opinione pubblica (Laterza) — suo primo famoso lavoro del 1962 — e di sottrarla alle manipolazioni della società capitalistica.
Comincia qui la sfida neo-illuministica di Habermas, a partire dagli anni Sessanta fin nel cuore della rivolta giovanile in Germania che culmina nel 1968. Il giovane professore, erede di Adorno, criticava l’estremismo dello SDS di Rudy Dutschke e della Rote Armee Fraktion, e fu decisamente vicino ai giovani socialdemocratici. E tuttavia contribuì a quel moto dentro il quale una generazione tedesca ne accusava un’altra, e ben per questo Horkheimer lo giudicò troppo estremista in quegli anni. Nondimeno la sua critica del capitalismo non era affatto estremista: celebri le sue polemiche contro il Linker Faschismus, il fascismo di sinistra violento. Era invece la sua una critica democratica al capitalismo, che nasceva dalle sue stesse contraddizioni culturali e comunicative. Eccole: la promessa mancata della democrazia, la libertà puramente formale, l’oppressione delle facoltà umane con al primo posto la facoltà della ragione critica, mortificata dal gregarismo e dalla tecnica. Tecnica che Habermas vedeva inestricabilmente fusa con la scienza e l’economia e che viceversa si spacciava per conoscenza oggettiva, scevra di interessi particolari e mercantili nella Germania del boom sulle macerie naziste.
Sta qui dunque il primo e decisivo nucleo problematico della sua “post-filosofia”: liberare la ragione critica pubblica, liberarla dal dominio, dentro un ideale molto preciso di comunità dialogica affrancata da ogni dominio. E affrancata anche da interessi particolari, sia pur subalterni e oppressi. Ma per fondare tutto questo occorreva una ricostruzione complessiva del sistema sociale.
È il tema della famosa Teoria dell’agire comunicativo, pubblicata in due volumi da Il Mulino nel 1986 (opera del 1981). Al centro, i due concetti dell’agire: strategico-strumentale e comunicativo. Il primo è teso allo scopo pratico e a fini specifici di interesse, potere e manipolazione dell’uomo e della natura. Il secondo agire, viceversa, persegue l’accordo razionale e intersoggettivo. Con alla base l’idea del riconoscimento reciproco tra persone, intese eticamente, benché inserite in mondi vitali condivisi e in comunità. Si tratta di un concetto kant-hegeliano: etico a priori, ma immerso nella storicità esistenziale. Con regole a priori e relazioni storiche e convissute che devono fungere da critica alla manipolazione e agli interessi opachi dominanti, mascherati da razionalità naturale.
Un tema molto fecondo e incisivo, che arriva per Habermas a coincidere con la politica stessa, immaginata come “comunicazione e comunità illimitata libera dal dominio”. Insomma è una critica del dominio tecno-capitalista ancorata però a regole ideali della comunicazione, connesse a “verità, correttezza e veridicità”. La politica, la logica e l’esistenza divengono così in Habermas un tutt’uno: una politica razionale della vita. Contro sistemi e sottosistemi economici, amministrativi, tecnico-scientifici, che sradicano i soggetti dal loro mondo-ambiente. E mette al primo posto lo spazio vitale dei rapporti e delle relazioni con l’ambiente storico e naturale, da difendere e progettare.
Una teoria del tutto avversa alla semplificazione della complessità tipica di Niklas Luhmann, sociologo decisionista neoconservatore, che affidava alla gerarchia delle “prestazioni selettive del linguaggio” — negli ambiti amministrativi — il compito di alleggerire le pretese pluraliste che inceppano il sistema economico e politico.
Di contro quella di Habermas è una completa teoria illuministica ed esistenziale, basata sulla normatività logica del linguaggio da adattare democraticamente ai vari contesti, come nella teoria dell’amico filosofo Karl-Otto Apel, a sua volta però più orientato in senso religioso-laico. Ovvero verso una sorta di recupero di Dio, anima e mondo quali ideali regolativi, come nel Kant morale, e verso una fondazione ultima dell’“etica del discorso”.
Laddove Habermas rimane viceversa contrario a ogni fondazione ultima, slegata dalla concreta pratica comunicativa vitale, sia pur sulle regole del parlare: verità, veridicità, sincerità, correttezza normativa. Regole però laiche, senza le quali il parlante distruggerebbe se stesso e il suo con-essere con gli altri, perdendo di vista i suoi simili oppure opprimendoli.
Sta tutta qui anche la vicinanza, e la lontananza, di Habermas da Marx. Da un lato infatti egli concorda con l’autore de Il Capitale, che denuncia la disumanizzazione dei soggetti inglobati dalla tecnica, manipolati e sfruttati dentro l’agire strumentale. Dall’altro tuttavia Habermas critica la sottovalutazione in Marx della potenza semiotica del linguaggio, che non è pura sovrastruttura ma produzione e riproduzione del mondo reale nella testa dei soggetti umani, oltre che forza dialogica e comunicativa alienata o meno. Ma che va disalienata nella comunità e nel suo libero simbolismo condiviso.
Le ultime riflessioni chiave di Habermas furono alfine dedicate a due temi di fondo. Il contributo che la religiosità poteva dare alla politica come ingrediente etico fondato su angoscia e finitezza. Un valore potente secolare, la religione, che per l’ultimo Habermas può contribuire al dialogo e alla “solidarietà con i vulnerabili”, senza ricorso alla trascendenza, come scrive ne Il futuro della natura umana (Laterza, 2002).
Quanto ai drammi del presente Habermas è stato molto chiaro fino all’ultimo, in numerose interviste: ripudio dell’unilateralismo e della logica di potenza; Europa come “potere civile”, mediatore e attore di cooperazione internazionale e non attore di guerra. Men che mai con “la Germania al centro”, vagheggiata dagli storici revisionisti, da lui bersagliati nel 1986 sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, nella polemica contro le tendenze volte a scagionare la Germania dalle sue colpe, come in Ernst Nolte.
E infine la guerra in Ucraina, sulla quale fu molto chiaro: condanna dell’invasione russa ma corresponsabilità di Euro-NATO e degli USA nel provocarla, contribuendo al conflitto e all’escalation nel tentativo di “umiliare la Russia”, invece di disinnescare il conflitto con una seria politica diplomatica.
Fu proprio questo l’ultimo messaggio del grande filosofo democratico e socialista post-metafisico.