La lezione del buco dell’ozono: quando la politica seppe agire
Quarant’anni dopo la scoperta in Antartide, il Protocollo di Montreal resta la prova che scienza, istituzioni e cooperazione possono vincere le crisi globali.

ANSA
Aver vissuto in prima persona, negli anni ’80 la prima, più grande crisi ambientale globale, quella del buco dell’ozono e la sua risoluzione 40 anni dopo, attraverso una storia di scoperte, consapevolezze mondiali e soluzioni scientifiche e politiche condivise, mi rende orgogliosa di un percorso della sinistra italiana e delle politiche ambientaliste che hanno smosso montagne e prodotto risultati eccezionali.
Perché è stata la storia di un successo di proporzioni mondiali a cui abbiamo partecipato tutti: Stati, politica, Istituzioni centrali, Istituzioni locali, cittadini e cittadine dell’intero mondo. Oggi, in questa condizione in cui siamo sprofondati, nella quale la crisi climatica non è più una minaccia, ma è diventata la più grande emergenza per l’umanità intera, con i governanti impegnati a farsi le guerre, quando non negazionisti e quindi occupati a smontare le evidenze scientifiche, abbiamo il dovere di raccontare ciò che è accaduto 41 anni fa e di come la buona politica ha affrontato e risolto la più grave crisi ambientale globale che è stata quella del buco dell’ozono.
Era il 16 maggio del 1985 quando una scoperta sconvolse il mondo e cambiò il corso della storia. Siamo tutti venuti a conoscenza del buco nell'ozono, grazie a una ricerca rivoluzionaria presentata sulle pagine della rivista Nature dagli scienziati del British Antarctic Survey (Bas), presso la Halley Research Station, situata sulla remota piattaforma di ghiaccio Brunt in Antartide. Era stato identificato un drastico e allarmante assottigliamento dello strato di ozono sopra l'Antartide, e, senza ozono, la vita sulla Terra non esisterebbe.
«Ci siamo resi conto - raccontò Jon Shanklin, scienziato che partecipò a quella missione - che stavamo osservando qualcosa di significativo e potenzialmente allarmante». La pubblicazione della scoperta sconvolse il mondo politico. Il buco nell'ozono si estendeva su una vasta regione di 20 milioni di chilometri quadrati e, i responsabili erano i Cfc, spesso utilizzati nelle bombolette spray e nei dispositivi di raffreddamento come i frigoriferi.
Solo due anni dopo la scoperta, nel 1987, un accordo internazionale siglato a Montreal, il Protocollo di Montreal, quello che si dimostrerà uno dei trattati ambientali mondiali di maggior successo mai attuati, congelerà la produzione e l'uso delle sostanze che riducevano lo strato di ozono, gettando le basi per la loro completa eliminazione. «È scioccante pensare che l'industria in tutto il mondo sia dovuta cambiare a causa di quella che sembrava una piccola scoperta in una zona remota dell'Antartide, di cui la maggior parte delle persone non aveva mai sentito parlare», racconterà Shanklin.
Sono passati 40 anni da quando quella scoperta ha mostrato al mondo l’impatto dell’umanità sull’ambiente. Una crisi ambientale globale da cui è emersa anche la nostra capacità di allora, di reagire. È una preziosa lezione che però oggi si scontra con un mondo completamente cambiato nel quale è in crisi l’intero sistema internazionale, molti muri sono stati innalzati e pulsioni autoritarie e violente stanno gonfiando le paure anziché infondere speranze. Ricordo ancora quelle mappe colorate che circolavano nei piani alti dei “palazzi” della politica mondiale: mostravano un’area vastissima di colore blu scuro-viola circondata da anelli di colore verde, giallo e rosso. Il pericolo diventava immediato, tangibile e globale perché lo scudo naturale contro le radiazioni ultraviolette risultava gravemente compromesso.
La “ferita” metterà in moto un dibattito aspro e pressante tra comunità scientifica e mondo industriale. “Racconto di fantascienza” urlava la DuPont che aveva brevettato e dominava la produzione i Cfc. Ma l’accumularsi delle evidenze scientifiche e la pressione internazionale, indurranno i governi ad agire: già dal 1978 Stati Uniti, Canada, Norvegia, Svezia e Danimarca approveranno regolamenti per limitare l’uso dei Cfc. L’industria finirà per adeguarsi alle nuove norme e investirà massicciamente nella ricerca di sostituti più sicuri. La minaccia si era trasformata in un’occasione di cooperazione e innovazione.
A Montreal, 197 Stati compresa l'Unione Europea ratificheranno quello che l'ex segretario dell'ONU Kofi Annan chiamerà: «un esempio di eccezionale cooperazione internazionale, probabilmente l'accordo di maggior successo tra». L’Italia farà la sua parte soprattutto quando il centrosinistra andrà al Governo con Romano Prodi, e l’allora ministro dell’Ambiente Edo Ronchi, che ha poi speso tutta la sua vita politica e professionale nel promuovere e diffondere il valore dello sviluppo sostenibile e delle politiche ambientali ed energetiche, si impegnerà sul fronte ambientale siglando accordi internazionali che cambieranno completamente e in positivo le politiche del nostro Paese.
Anche l’opinione pubblica internazionale avrà un peso fondamentale: la paura dei danni alla salute, soprattutto del rischio di contrarre tumori della pelle, spingerà le persone a chiedere con forza misure di protezione e ad adottare le misure “ozone-friendly” o “Cfc-free”, così come l’esperienza del Protocollo di Montreal mostrerà come le decisioni e l’impegno delle istituzioni, difficili ma necessarie, possono portare storie di successo politico.
La prova di questo successo è arrivata nel 2025, anno in cui la rivista Nature, la stessa che aveva annunciato la minaccia, ha fornito le evidenze scientifiche della “guarigione” dello strato di ozono. I dati mostrano oggi che il buco sull’Antartide è sulla buona strada per richiudersi completamente entro la metà del secolo. Questa vera e propria battaglia epocale per un bene comune superiore potrebbe essere oggi un forte viatico e la dimostrazione che la resilienza paga, se non fosse che le gravissime minacce ambientali odierne stanno impattando su un sistema politico mondiale a pezzi, su Governi negazionisti, come l’Italia di Meloni che hanno assunto posizioni ambigue, resistenti o contrarie alle azioni per il clima.
E l’informazione, che 40 anni fa ha avuto un ruolo nel diffondere ogni notizia utile sulla crisi dell’ozono che minacciava l’umanità, oggi ignora, quando non “megafona” le posizioni reazionarie e negazioniste dei vari esponenti politici della destra nostrana che si abbeverano ai postfascisti di oltralpe. Quanto ancora dovremo aspettare per una presa di coscienza collettiva sulla crisi climatica completa, veritiera e indipendente?
Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa
Abbonati