La lezione americana

Perché l'Europa rischia oggi di ripetere gli errori strategici degli Stati Uniti degli ultimi venticinque anni

Marco TolliApprofondimentiUSAEUROPAGUERRA
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ANSA

Venticinque anni dopo, l’11 settembre continua a rappresentare una cesura nella storia dell’Occidente. La distanza trascorsa consente tuttavia di guardare a quella giornata non soltanto nella sua dimensione tragica, ma anche attraverso le illusioni che contribuì a produrre.

Nel settembre del 2001 gli Stati Uniti si trovavano al culmine di una superiorità che appariva difficilmente contendibile. La fine della Guerra fredda aveva lasciato Washington senza un avversario comparabile; l’economia americana costituiva il centro del sistema mondiale, la superiorità militare appariva incontestabile e il modello politico statunitense conservava una capacità di attrazione destinata, così sembrava, a durare nel tempo.

L’attacco alle Torri Gemelle incrinò brutalmente quella certezza. Un’organizzazione terroristica priva di uno Stato e di un esercito convenzionale era riuscita a colpire il cuore simbolico, economico e politico della più potente nazione del mondo. La risposta americana fu quindi anche una risposta alla necessità di riaffermare la propria capacità di garantire sicurezza e ordine.

La guerra al terrorismo divenne così qualcosa di più di una campagna militare. Divenne la strategia attraverso la quale gli Stati Uniti cercarono di dimostrare che la propria potenza restava in grado di governare le minacce di un mondo profondamente mutato.

Le risposte americane all’11 settembre furono comprensibili nelle loro premesse e assai più discutibili nelle loro conseguenze. L’Afghanistan e soprattutto l’Iraq assorbirono per anni risorse politiche, militari e finanziarie senza produrre quell’ordine stabile che Washington aveva immaginato. La superiorità militare si rivelò sufficiente a rovesciare rapidamente governi, ma non a costruire gli equilibri politici destinati a sostituirli.

Il limite non fu dunque soltanto militare. Fu soprattutto strategico, nella difficoltà di distinguere la capacità di sconfiggere un avversario da quella, assai diversa, di definire un nuovo ordine politico.

Nel frattempo il quadro internazionale andava cambiando. Mentre gli Stati Uniti concentravano una parte rilevante delle proprie energie sulla guerra al terrorismo e sulle crisi del Medio Oriente, la Cina utilizzava l’integrazione nel sistema economico internazionale per consolidare la propria base industriale, commerciale e tecnologica. Il suo ingresso nell’Organizzazione mondiale del commercio, nel 2001, era stato interpretato anche a Washington come un’opportunità per favorire l’integrazione di Pechino nell’ordine esistente.

Quella scelta non fu un errore in sé. L’apertura dei mercati contribuì alla crescita dell’economia mondiale e portò centinaia di milioni di persone dentro una nuova fase di sviluppo. Ma produsse anche una conseguenza che allora era molto più difficile da vedere: la Cina non si limitò ad adattarsi all’ordine costruito dall’Occidente. Vi si integrò, ne sfruttò le opportunità per accrescere la propria forza e, nel tempo, contribuì a modificarne gli equilibri.

Sarebbe semplicistico attribuire l’ascesa cinese alle scelte americane successive all’11 settembre. Le sue cause sono molto più profonde. Ma le guerre che seguirono assorbirono per anni attenzione, risorse e capitale politico degli Stati Uniti, offrendo alla Cina il tempo necessario per consolidare la propria crescita e recuperare terreno.

Il punto è che la globalizzazione non fu soltanto lo sfondo della crescita cinese, ma anche uno dei principali strumenti attraverso i quali quella crescita divenne possibile. Washington cercava così di conservare un ordine che, mentre rafforzava l’economia mondiale, stava modificando le condizioni materiali della stessa supremazia americana.

È soprattutto nella globalizzazione che questa contraddizione appare con maggiore evidenza. Il sistema economico costruito sotto la leadership statunitense ha prodotto una crescita straordinaria degli scambi e favorito lo sviluppo di intere aree del mondo. Ma la distribuzione dei suoi benefici all’interno delle società occidentali è stata assai più diseguale.

Negli Stati Uniti la perdita di occupazione manifatturiera, il declino di intere comunità e l’aumento delle disuguaglianze hanno contribuito a produrre una frattura che oggi condiziona anche la politica estera americana. La crisi degli oppioidi e la crescente sfiducia nelle istituzioni hanno ulteriormente incrinato l’idea di un destino nazionale condiviso.

Una potenza può sostenere a lungo responsabilità internazionali soltanto se dispone, al proprio interno, di una società disposta a riconoscerne il costo e a condividerne almeno in parte il significato. Quando questa condizione viene meno, la politica estera finisce inevitabilmente per riflettere le tensioni della società che la sostiene.

Da questo punto di vista, tra l’America dell’11 settembre e quella di oggi non è cambiato soltanto il rapporto di forza con il resto del mondo. È cambiato anche il rapporto degli americani con l’idea stessa della leadership americana e con i costi che essa comporta.

Da qui deriva anche la contraddittorietà della politica americana contemporanea, sospesa tra protezionismo e apertura, tra la riduzione degli impegni esterni e la necessità di contenere la Cina, tra la ricerca di accordi e la competizione strategica, tra la difesa dell’alleanza transatlantica e la richiesta agli alleati di assumersi una quota crescente dei costi della sicurezza.

Anche i dazi vanno letti in questa prospettiva, come il tentativo di rallentare e correggere una globalizzazione che, dopo aver sostenuto per decenni la crescita americana, non garantisce più nel lungo periodo il mantenimento della sua supremazia economica.

Queste contraddizioni riflettono una difficoltà più profonda. Gli Stati Uniti devono continuare a difendere la propria posizione internazionale mentre cercano, nello stesso tempo, di ricostruire le basi interne della loro potenza.

La Cina è ormai l’unica potenza in grado di contendere agli Stati Uniti, su scala globale, una parte decisiva della preminenza economica, industriale e tecnologica. Non si tratta di due potenze semplicemente equivalenti: gli Stati Uniti conservano vantaggi straordinari nella finanza, nella tecnologia avanzata, nelle alleanze e nella capacità di proiezione globale. Ma la distanza che separava Washington da ogni possibile concorrente all’inizio del secolo non esiste più.

È questo il cambiamento storico al quale l’Europa deve oggi far fronte. Ed è qui che la storia americana diventa una lezione europea.

Per ottant’anni la sicurezza europea è stata garantita, in ultima istanza, dalla potenza americana. Questa protezione ha consentito agli Stati europei di costruire una prosperità straordinaria, lasciando però irrisolto un problema che la fine della Guerra fredda aveva semplicemente reso meno visibile: quello della propria capacità strategica.

L’Europa ha costruito un grande mercato, una moneta comune e un sistema di regole senza costruire una capacità politica, industriale e strategica equivalente. La lunga pace ha reso questa dipendenza meno visibile, fino a farla apparire quasi naturale.

L’aggressione russa all’Ucraina ha infranto questa illusione. La sicurezza è tornata a essere una questione politica, non più una garanzia data per acquisita. E l’Europa si è trovata davanti a una realtà che per decenni aveva potuto rinviare: quella di dover contribuire direttamente alla propria sicurezza e, insieme, ridefinire il proprio posto nell’alleanza occidentale.

Ma proprio in questi passaggi emerge il rischio di ripetere l’esperienza americana. Dopo l’11 settembre gli Stati Uniti confusero in parte la disponibilità di una potenza militare senza precedenti con la capacità di governare il nuovo disordine internazionale. L’Europa rischia oggi di scoprire la propria vulnerabilità e di affidare alla crescita della spesa militare una risposta che dovrebbe essere più ampia.

Un esercito più forte è una condizione necessaria dell’autonomia europea. Non ne è, tuttavia, la definizione.

La spesa per la difesa acquista un significato strategico soltanto se contribuisce a costruire capacità che l’Europa possa effettivamente controllare e sviluppare nel tempo. Se il riarmo resterà affidato soprattutto alle singole strategie nazionali, l’Europa rischierà di accrescere le proprie capacità militari senza costruire una vera capacità europea. Readiness 2030 va nella direzione di una maggiore cooperazione, ma la sua efficacia dipenderà dalla possibilità di trasformare le nuove risorse in capacità industriali e tecnologiche condivise.

Una somma di Stati che spendono di più non costituisce necessariamente una potenza più forte.

L’esperienza americana torna utile anche sotto questo profilo. La superiorità militare di Washington non ha impedito che, nello stesso periodo, altri centri di potere economico, industriale e tecnologico crescessero all’interno dell’ordine internazionale. La solidità di uno Stato dipende anche dalla capacità di produrre e innovare. Ma l’autonomia strategica nasce dall’intreccio tra forza economica, coesione sociale e capacità politica.

Ed è proprio questo intreccio a essere oggi fragile anche negli Stati Uniti, dove la radicalizzazione del conflitto politico e la crescente sfiducia nelle istituzioni mostrano quanto una potenza possa indebolirsi dall’interno, anche mentre resta, all’esterno, la più forte del mondo.

Il rischio, per l’Europa, è analogo: crescere nella potenza militare senza rafforzare in parallelo le condizioni industriali, tecnologiche e politiche che la rendono sostenibile nel tempo.

Per questo la questione europea non può essere ridotta né al rapporto con gli Stati Uniti né alla semplice richiesta di spendere di più per la difesa. Riguarda il ruolo che l’Europa vorrà assumere in un mondo nel quale gli Stati Uniti non possono più sostenere da soli l’intero peso dell’ordine internazionale e l’Europa non può più considerare quella protezione come una condizione permanente.

Ma un nuovo ruolo internazionale non può essere costruito soltanto attraverso la forza militare. L’Europa deve tornare a essere anche un modello di vita, uno spazio nel quale welfare, diritti, cultura, arte, la qualità delle sue città e la ricchezza del suo patrimonio rappresentino non soltanto conquiste da difendere, ma una fonte di attrattività e di influenza.

La forza di una potenza non si misura soltanto nella capacità di imporre la propria volontà, ma anche nella capacità di rendere desiderabile il proprio modello. Per decenni l’Europa ha esercitato questo potere di attrazione quasi senza rendersene conto. Oggi dovrebbe tornare a considerarlo una componente essenziale della propria forza.

L’autonomia europea non è alternativa all’alleanza transatlantica. È piuttosto la condizione perché quell’alleanza possa diventare più equilibrata. L’Europa non deve sostituire gli Stati Uniti, ma assumersi una parte maggiore delle responsabilità che derivano dalla propria sicurezza e dai propri interessi.

Questo richiede anche di evitare che il riarmo si traduca in una semplice somma di strategie nazionali. Se le nuove risorse contribuiranno a costruire capacità industriali, tecnologiche e politiche comuni, la sicurezza potrà diventare anche un fattore di integrazione europea. La vera autonomia sarà però più ampia e consisterà nella capacità di difendere non soltanto un territorio, ma un modo di vivere e di stare nel mondo.

Il mondo che emerge dalla crisi dell’ordine costruito dopo la Guerra fredda non sarà necessariamente dominato dalla Cina, né segnerà semplicemente la fine della leadership americana. È più probabile che si affermi un equilibrio più instabile e più conteso, nel quale nessuna potenza potrà più organizzare da sola lo spazio internazionale, ma in cui non tutte le potenze avranno lo stesso peso nel definirne le regole.

In questo scenario l’Europa dovrà scegliere se limitarsi ad adattarsi a equilibri definiti altrove oppure concorrere a determinarli.

I venticinque anni trascorsi dall’11 settembre mostrano, in fondo, che la forza internazionale non dipende soltanto dalla capacità di impiegare la propria potenza, ma dalla solidità delle condizioni che la rendono sostenibile nel tempo. È questa la lezione che l’Europa dovrebbe trarre dall’esperienza americana.

L’America ha imparato questa lezione attraverso guerre costose, errori strategici e una crescente difficoltà a conciliare il proprio ruolo internazionale con le trasformazioni della propria società. L’Europa ha oggi la possibilità di non commettere gli stessi errori.

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