La lente del disincanto. Leggere il passato per capire il presente

Gavino Angius ripercorre la storia repubblicana dalla Resistenza alla crisi della politica, per capire come l’oblio abbia aperto spazio all’estrema destra.

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ANSA

«Qui vivono per sempre gli occhi che furono chiusi alla luce, perché tutti li avessero aperti per sempre alla luce». Da queste parole di Giuseppe Ungaretti (Per i morti della Resistenza) parte il racconto allo stesso tempo puntuale e appassionato di Gavino Angius, che riannoda i fili della storia comune attraverso la lente della memoria e del giudizio politico personali, ripercorrendo i momenti cruciali che hanno segnato la nascita e lo sviluppo della Repubblica: la Resistenza, la costruzione della Costituzione, le tensioni della guerra fredda, le trasformazioni sociali del dopoguerra, gli anni della violenza politica e delle stragi, fino alla crisi della politica e ai cambiamenti più recenti del panorama istituzionale.

Se esiste un’Italia Repubblica democratica lo dobbiamo alla Resistenza. Ma, dall’istante immediatamente successivo, si sono fatti largo nella nostra società forze che professano disvalori che si pongono all’esatto opposto. Se questa penetrazione lenta e silenziosa è potuta avvenire – è la tesi di Gavino Angius – è perché nel tempo che separa la Liberazione dall’epoca attuale, e in particolare in questi ultimi anni, i princìpi anticostituzionali sono stati alimentati e coltivati senza che noi li percepissimo per quello che erano: piccoli tasselli distruttivi, ai quali ci siamo in qualche modo assuefatti e che hanno profondamente conformato il nostro stesso modo di pensare la politica.

L’uomo contemporaneo tende a dimenticare in fretta, sembra incapace di trattenere i fatti e di cogliere i nessi e la struttura di quello che accade intorno a sé. Per quel che ora ci riguarda, abbiamo dato per scontato il contesto di pace e di libertà fissato nella Costituzione e ci siamo concentrati sulle nostre vite personali, che indaghiamo senza tregua per cercare di cogliere il trauma personale, mentre tralasciamo quello collettivo. Fare il contrario è arduo, certo, ma nondimeno è indispensabile. La semplificazione del non chiedersi il perché delle cose sembra darci conforto, ma la deresponsabilizzazione è un conforto solo apparente, che nasconde l’abisso dell’impotenza. L’Italia, invece, ha fatto della mancanza di memoria e di analisi un metodo di sopravvivenza, e questo è un metodo che ora mostra la corda in modo drammatico. Il rifiuto della complessità, del limite, della fatica ha un prezzo altissimo, che ha conseguenze nefaste e durevoli.

È dunque necessario coltivare lo sforzo di ricordare, di analizzare, di mettersi in discussione come individui, come collettività, come Paese. Non aver visto arrivare coloro che ora minano alle basi la democrazia stessa non può essere ridotta a una boutade, e non può essere solo un vanto di chi è arrivato non visto, ma deve diventare il campanello d’allarme, il punto di ripartenza per chiederci, con Angius: come è possibile, a soli ottant’anni dalla liberazione dal fascismo e la costruzione di una Italia repubblicana e democratica, che oggi l’Italia sia guidata da un governo di estrema destra? Quali sono le cause di fondo che hanno generato questa condizione, e soprattutto quali gli errori compiuti da tutte le forze di sinistra, progressiste, cattoliche, liberali, da tutti gli uomini e le donne che si considerano democratici?

L’accorato invito di Angius è quello di riappropriarci del tempo del ragionamento e dell’analisi per rileggere il passato attraverso la lente del disincanto, ovvero con consapevolezza matura degli errori, dei limiti, delle contraddizioni e delle ingenuità collettive e personali. È l’unico modo che abbiamo per dare una speranza alla democrazia.

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