La legge elettorale diventa la Caporetto del centrodestra
Tanto tuonò che piovve. La mossa, azzardata, della premier Giorgia Meloni di ribaltare la discussione sulla legge elettorale tramite un emendamento “fuffa” sulle preferenze, non ha dato gli esiti sperati. Nonostante gli alleati, Lega e Forza Italia, avessero dichiarato nella giornata di ieri il sostegno alla proposta di FdI e nonostante i futuristi seguaci del “generale senza orbace” avessero assicurato il loro voto favorevole, ieri alla camera la maggioranza è andata sotto per un voto: 188 contrari a 187. Inoltre, sulla carta i “sì” avrebbero dovuto essere 240: tanto basta a mandare in tilt premier e maggioranza. A essere stato decisivo è stato il voto segreto richiesto dalle opposizioni; nel segreto dell’urna la tanto strombazzata compattezza del centrodestra è evaporata, rendendo noto quello che dalla sconfitta referendaria serpeggia: la maggioranza non c’è più, troppe liti interne, troppi interessi confliggenti, e il carisma di Giorgia Meloni non basta più a coprire le contraddizioni che turbano la destra. Il tentativo, maldestro, di ribaltare la lettura della votazione di ieri sull’opposizione accusandola di “non volere le preferenze” appare una disperata ultima spiaggia. Infatti, l’emendamento su cui si è giocata la partita di ieri non reintroduceva le preferenze, come spiegato ieri nel corso del dibattito parlamentare mantenere i capilista bloccati avrebbe avuto come esito che solo i partiti maggiori PD e FdI avrebbero potuto eleggere qualche parlamentare con le preferenze mentre il 90% delle forze politiche avrebbe eletto esclusivamente i capilista bloccati. Contestualmente, però, si eliminava il limite al 60% della rappresentanza di un genere tra i capilista minando ulteriormente la partecipazione femminile. Insomma, più che alle preferenze l’emendamento mirava alle mani libere, intortando l’elettorato con la foglia di fico dell’espressione di un voto di preferenza che alla prova dei fatti sarebbe stato poco più che inutile. Una volta tanto l’opposizione ha giocato bene e insieme la partita: avendo ragione nella contrarietà nel merito dell’emendamento e ottenendo una vittoria politica di prima grandezza, ha dimostrato in un sol colpo la frammentazione del centrodestra, la crisi della leadership di Giorgia Meloni e la sofferenza, che spesso si traduce in subalternità, di Lega e FdI nei confronti dei vannacciani. Ora si apre una fase nuova, che potrebbe anche portare ad elezioni anticipate ma questo esito non è né scontato né sicuro: ciò che è certo è che sulla legge elettorale si infrange definitivamente la narrazione sulla destra granitica e che è sempre compatta. Sta all’alternativa democratica e progressista, adesso, essere pronta per far voltare pagina al Paese.

ANSA
Tanto tuonò che piovve. La mossa, azzardata, della premier Giorgia Meloni di ribaltare la discussione sulla legge elettorale tramite un emendamento “fuffa” sulle preferenze, non ha dato gli esiti sperati. Nonostante gli alleati, Lega e Forza Italia, avessero dichiarato nella giornata di ieri il sostegno alla proposta di FdI e nonostante i futuristi seguaci del “generale senza orbace” avessero assicurato il loro voto favorevole, ieri alla camera la maggioranza è andata sotto per un voto: 188 contrari a 187. Inoltre, sulla carta i “sì” avrebbero dovuto essere 240: tanto basta a mandare in tilt premier e maggioranza. A essere stato decisivo è stato il voto segreto richiesto dalle opposizioni; nel segreto dell’urna la tanto strombazzata compattezza del centrodestra è evaporata, rendendo noto quello che dalla sconfitta referendaria serpeggia: la maggioranza non c’è più, troppe liti interne, troppi interessi confliggenti, e il carisma di Giorgia Meloni non basta più a coprire le contraddizioni che turbano la destra.
Il tentativo, maldestro, di ribaltare la lettura della votazione di ieri sull’opposizione accusandola di “non volere le preferenze” appare una disperata ultima spiaggia. Infatti, l’emendamento su cui si è giocata la partita di ieri non reintroduceva le preferenze, come spiegato ieri nel corso del dibattito parlamentare mantenere i capilista bloccati avrebbe avuto come esito che solo i partiti maggiori PD e FdI avrebbero potuto eleggere qualche parlamentare con le preferenze mentre il 90% delle forze politiche avrebbe eletto esclusivamente i capilista bloccati. Contestualmente, però, si eliminava il limite al 60% della rappresentanza di un genere tra i capilista minando ulteriormente la partecipazione femminile. Insomma, più che alle preferenze l’emendamento mirava alle mani libere, intortando l’elettorato con la foglia di fico dell’espressione di un voto di preferenza che alla prova dei fatti sarebbe stato poco più che inutile. Una volta tanto l’opposizione ha giocato bene e insieme la partita: avendo ragione nella contrarietà nel merito dell’emendamento e ottenendo una vittoria politica di prima grandezza, ha dimostrato in un sol colpo la frammentazione del centrodestra, la crisi della leadership di Giorgia Meloni e la sofferenza, che spesso si traduce in subalternità, di Lega e FdI nei confronti dei vannacciani. Ora si apre una fase nuova, che potrebbe anche portare ad elezioni anticipate ma questo esito non è né scontato né sicuro: ciò che è certo è che sulla legge elettorale si infrange definitivamente la narrazione sulla destra granitica e che è sempre compatta. Sta all’alternativa democratica e progressista, adesso, essere pronta per far voltare pagina al Paese.
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