La guerra di posizione del potere globale: quello che Gramsci aveva già capito
ASML, TSMC, Nvidia e Palantir presidiano i nodi decisivi delle reti globali. Gramsci aiuta a comprendere il nuovo potere e il limite dell’Europa

ANSA
Un’impresa olandese di poco più di quarant’anni, ASML, produce l’unica macchina al mondo capace di incidere i circuiti dei semiconduttori più avanzati attraverso la litografia ultravioletta estrema (EUV). Senza quei macchinari, grandi come una casa e costruiti su ordinazione, nessuna fabbrica al mondo — nemmeno le più sofisticate della Corea del Sud o degli Stati Uniti — può produrre i chip di ultima generazione.
TSMC, a Taiwan, non progetta i propri prodotti: li fabbrica per conto terzi e lo fa per una quota schiacciante dei processori più avanzati del pianeta, da quelli di Apple a quelli usati per l’intelligenza artificiale. Nvidia, a sua volta, non possiede fabbriche: disegna l’architettura dei chip che rendono possibile l’addestramento dei grandi modelli linguistici e lo fa in una posizione tanto dominante da condizionare, con le proprie decisioni commerciali, la velocità con cui intere nazioni possono sviluppare l’intelligenza artificiale.
Nessuna di queste tre aziende possiede eserciti, territori o un prodotto interno lordo paragonabile a quello di una media potenza. Eppure, tutte e tre condizionano le strategie di Washington e Pechino più di quanto non facciano molti Stati sovrani. Il motivo non è la loro ricchezza, ma l’assenza di alternative in tempi utili.
Costruire una macchina litografica EUV richiede decenni di conoscenze accumulate e migliaia di componenti di precisione, forniti da centinaia di aziende specializzate sparse in una dozzina di Paesi. Nessun concorrente — né americano né cinese — è oggi in grado di replicarla. È per questo che, quando Washington ha voluto rallentare i progressi tecnologici di Pechino, non ha colpito il commercio in generale: ha vietato ad ASML di vendere alla Cina le macchine più avanzate, sapendo che, senza quel singolo fornitore, l’industria cinese dei semiconduttori subirebbe un ritardo di anni, indipendentemente dalla somma che Pechino fosse disposta a investire.
ASML, TSMC e Nvidia sono soltanto la punta più visibile di un fenomeno assai più ampio. Dietro di loro si muove l’intero fronte delle tecnologie dirompenti emergenti — big data, intelligenza artificiale, calcolo quantistico, biotecnologie, robotica avanzata, nanotecnologie e sistemi ipersonici —, che insieme costituiscono il nucleo di una nuova ondata rivoluzionaria, non meno profonda di quella del vapore o dell’elettricità.
Il calcolo quantistico promette di rendere obsoleta gran parte della crittografia sulla quale si regge oggi la sicurezza digitale globale. Le biotecnologie spostano il confine tra medicina, agricoltura e capacità biologica offensiva. La robotica avanzata e la manifattura additiva riducono la dipendenza dal lavoro umano proprio mentre la demografia diventa un vincolo strategico. Le nanotecnologie ridisegnano materiali, sensori e sistemi d’arma su scala infinitesimale. I sistemi ipersonici comprimono i tempi di reazione militare a pochi minuti, azzerando i margini di deterrenza costruiti in decenni.
Non è un caso che questi stessi settori compaiano, con poche eccezioni, in ogni elenco di tecnologie critiche redatto dai governi occidentali e da Pechino. Chi guida questa ondata non si limita ad accumulare ricchezza: occupa le casematte dalle quali dipenderà, per i prossimi cinquant’anni, la capacità di ogni Stato di difendersi, produrre e governare.
Antonio Gramsci, da una cella del carcere fascista, aveva già dato un nome a questo tipo di potere, quasi un secolo prima che esistesse un solo semiconduttore. Riflettendo sull’irripetibilità della Rivoluzione d’Ottobre in Occidente, distingueva la guerra di movimento dalla guerra di posizione.
In Russia, scriveva, lo Stato era tutto e la società civile «primordiale e gelatinosa»: bastava un assalto frontale al centro del potere, perché dietro lo Stato non esisteva altro che fosse capace di opporre una resistenza organizzata. In Occidente la situazione è rovesciata: lo Stato è soltanto «una trincea avanzata», dietro la quale si estende «una robusta catena di fortezze e di casematte» — la società civile nella sua articolazione complessa, fatta di scuola, stampa, associazioni e cultura diffusa.
Un attacco frontale, in un simile contesto, fallisce sempre, perché il potere reale non risiede in un unico punto conquistabile con la forza: è distribuito lungo posizioni che vanno occupate una per una. ASML, TSMC e Nvidia non sono altro che le casematte del ventunesimo secolo: nodi di una rete la cui conquista non passa dall’esercito, ma dal presidio tecnico e produttivo di un passaggio obbligato.
Non è casuale che il lessico coincida nella parola “posizione”, perché la logica è identica: il potere non coincide più con la dimensione di un attore, ma con il punto che esso occupa all’interno di un sistema di dipendenze reciproche.
Forza e influenza sono simbiotiche, non alternative
Sarebbe però un errore leggere questo spostamento come la fine della forza militare, quasi che la guerra di posizione avesse reso obsoleta quella di movimento. Le due restano simbiotiche. I nodi critici delle reti globali non galleggiano in un vuoto politico: la loro sicurezza dipende, in ultima istanza, dall’ombrello della deterrenza tradizionale.
Il caso di Taiwan lo mostra con precisione chirurgica. Il cosiddetto “scudo di silicio” funziona come deterrente finché Pechino calcola che un’invasione priverebbe anche sé stessa dell’accesso ai nodi produttivi di TSMC. L’interdipendenza genera deterrenza quando è simmetrica, quando il costo della rottura ricade su più attori insieme, compreso l’aggressore.
Ma questo equilibrio smette di reggere se Pechino valuta che il controllo territoriale diretto valga più della continuità produttiva — un calcolo politico, non economico, che nessuna teoria delle reti può escludere a priori.
È qui che torna utile la seconda grande distinzione gramsciana, quella tra dominio e direzione intellettuale e morale, cioè la definizione stessa di egemonia. Una classe dirigente domina con la coercizione, ma diventa egemone soltanto quando ottiene l’adesione altrui, perché i propri interessi appaiono come interessi generali, senza dover ricorrere sistematicamente alla forza.
Tradotto nel linguaggio delle reti globali, l’egemonia consiste esattamente nel rendersi indispensabili: non imporsi, ma occupare una posizione tale per cui gli altri, per propria convenienza, scelgono di dipendere. È la differenza tra una Taiwan occupata militarmente e una Taiwan resa indispensabile dalla propria capacità produttiva, con la clausola decisiva che nessuna posizione di rete costituisce una rendita permanente.
Lo ha sperimentato la Russia, la cui leva energetica sull’Europa, costruita in decenni, si è dissolta in pochi mesi quando l’Unione ha diversificato i propri fornitori.
Casematte senza comando: il limite dell’Europa
Qui si misura il vero limite europeo. È un limite che un recente studio del centro berlinese Dezernat Zukunft coglie soltanto in parte, quando sostiene che l’Europa possieda leve geoeconomiche sottovalutate — mercato unico, capacità regolatoria, università e competenze industriali —, frenate soltanto da un deficit di consapevolezza.
Il problema non è la scarsità di casematte: l’Europa ne possiede più di quante creda. ASML è europea. Alcuni tra i più importanti fornitori di componenti per turbine, per l’industria farmaceutica e per la finanza globale sono europei. Il problema è l’assenza di un comando comune, capace di dirigere queste risorse verso un progetto condiviso.
È ciò che Gramsci chiamerebbe la mancanza di intellettuali organici: un ceto dirigente che, formato nel rigore — la stessa «ginnastica intellettuale» che Gramsci attribuiva allo studio dei classici, inteso non come nozionismo, ma come disciplina del pensiero complesso —, sappia trasformare posizioni disperse in una direzione politica unitaria.
Non è un caso che proprio le università compaiano tra le leve europee più citate e meno utilizzate. Producono competenze, ma nessuno le mette sistematicamente al servizio di una strategia comune. Le competenze europee, invece, restano frammentate tra ventisette sovranità nazionali, che raramente convergono in tempi compatibili con la velocità della competizione geoeconomica.
Non è un difetto correggibile con una maggiore consapevolezza, ma un vero trade-off costituzionale: l’Unione ha scambiato deliberatamente la capacità di reazione rapida con la stabilità interna e non può recuperare la prima senza intaccare la seconda. Per questo le uniche leve che l’Europa attiva con efficacia sono quelle regolatorie — il cosiddetto Brussels Effect —, le sole compatibili con un’architettura che non richiede un’unanimità immediata.
C’è poi una distinzione che la retorica delle “leve nascoste” tende a offuscare: non tutti i nodi di rete sono uguali. Lo Stretto di Hormuz o il dominio del dollaro sono leve statali piene, esercitabili senza mediazioni. ASML o TSMC sono leve che lo Stato ospitante possiede soltanto indirettamente, perché dipendono dalla lealtà e dagli interessi di mercato di un’impresa privata globalmente integrata.
Non a caso, Washington e Pechino investono somme enormi per spingere TSMC a costruire fabbriche sul proprio territorio, come in Arizona, pur di trasformare una leva indiretta in una leva diretta. È anche per questo che l’Europa fatica a monetizzare politicamente la propria unica grande casamatta: possederla non basta, se manca la volontà di trattarla come un asset strategico comune anziché come un vanto nazionale olandese.
A questo si somma un costo che il dibattito sulla resilienza tende a rimuovere: la rincorsa a filiere autonome — re-shoring e friend-shoring — non è un processo indolore. Per un’Europa priva di autosufficienza energetica e di margini fiscali paragonabili ai sussidi americani o cinesi, il rischio è restare bloccata a metà: né abbastanza integrata nei blocchi altrui da beneficiare delle loro dimensioni, né abbastanza autonoma da poter dettare condizioni proprie.
Il caso ASML resta comunque istruttivo in senso opposto. Quando l’Unione ha voluto, ha saputo trattare quell’azienda come un’infrastruttura critica comune, allineandosi ai controlli sulle esportazioni voluti da Washington, nonostante il costo commerciale per l’industria olandese. È la prova che la casamatta europea può essere difesa collettivamente. Accade, però, soltanto quando la posta in gioco è già dettata da altri, non quando dovrebbe essere l’Europa a dettarla.
Il dato come casamatta: il caso Palantir
C’è però una categoria di attori che sfugge persino alla logica industriale di ASML o TSMC: quella delle aziende che presidiano non la produzione fisica, ma l’interpretazione dei dati. Palantir Technologies ne è l’esempio più netto.
Non vende semiconduttori né materie prime: vende la capacità di trasformare masse enormi di dati eterogenei — militari, di intelligence, logistici e sanitari — in decisioni operative in tempo reale. È un’expertise costruita in vent’anni di impiego nei teatri operativi più difficili del pianeta, dai fronti del controterrorismo alle campagne militari più recenti, fino alla gestione di crisi sanitarie e logistiche di portata nazionale.
Quella conoscenza non è replicabile acquistando server o assumendo ingegneri. È un sedimento di casi reali, errori corretti sul campo e protocolli affinati sotto pressione operativa, che nessun concorrente può comprare in blocco né ricostruire in pochi anni.
È, in termini gramsciani, la casamatta più pura, perché non si limita a occupare un nodo della rete produttiva: occupa il nodo stesso della decisione, il punto nel quale l’informazione grezza diventa scelta operativa.
Un governo che dipende da una piattaforma come questa per interpretare i propri dati di sicurezza non dipende da un fornitore come un altro. Dipende da chi struttura, letteralmente, il modo in cui quel governo vede la realtà e sceglie di agire su di essa.
Se ASML e TSMC controllano il canale attraverso il quale passa la potenza di calcolo, aziende come Palantir controllano il livello successivo, quello nel quale la potenza di calcolo diventa interpretazione e decisione. È la definizione più prossima di egemonia che la tecnologia contemporanea abbia mai prodotto, perché non impone nulla con la forza: si rende, semplicemente, indispensabile a pensare.
Il rovescio offensivo
Resta un ultimo filo, forse il più inquietante, che riconduce direttamente a Gramsci. Se l’egemonia si conquista occupando posizioni nella società civile — scuola, informazione, formazione del consenso — invece che con la forza diretta, allora la guerra di posizione descrive, con un secolo di anticipo, anche la logica delle operazioni cognitive contemporanee: non conquistare il territorio avversario, ma occuparne i nodi dai quali dipende la sua capacità di pensare e decidere in autonomia.
Aziende come Palantir portano questa logica al suo punto più maturo, perché fondono in un unico prodotto il nodo geoeconomico e quello cognitivo. Chi controlla la piattaforma che interpreta i dati di un intero apparato statale non controlla soltanto un servizio: controlla la lente attraverso cui quello Stato guarda la realtà.
Le campagne di disinformazione che attraversano l’Europa e la stessa dipendenza energetica costruita pazientemente da Mosca applicano, in chiave offensiva e più rudimentale, il medesimo principio. Non serve vincere una battaglia se si riesce, casamatta dopo casamatta, a occupare i nodi del consenso o dell’interpretazione altrui.
La nuova grammatica del potere globale, insomma, non è così nuova. È l’ultima traduzione — geoeconomica, digitale e infrastrutturale — di un principio che un prigioniero del regime fascista aveva già isolato con precisione quasi profetica: chi controlla le posizioni controlla il consenso; chi controlla il consenso non ha più bisogno della forza, se non come ultima e sempre più costosa istanza.
Per l’Europa la domanda non è quali leve possieda, ma se saprà finalmente formare — nel senso pieno e gramsciano del termine — un ceto capace di dirigerle.
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