La «grande Turchia» di Erdogan: l’impero avanza

Dal Golfo all’Africa, Ankara estende la sua influenza con alleanze militari, scuole e cooperazione. Il controllo dell’acqua diventa una leva di potere.

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ANSA

La “grande Turchia” ha messo boots on the ground nel Regno Saud. È il primo atto dell’accordo di mutua cooperazione militare stretto dall’ Arabia Saudita con la Turchia e il Pakistan. Il neo-ottomanesimo di Recep Tayyp Erdogan si dispiega su un territorio sempre più ampio, dal Caucaso al Golfo Persico, dall’Africa orientale fino al Medio Oriente, con potenti propaggini in quei Paesi europei, in primis la Germania, dove più numerose e organizzate sono le comunità turche (la neosindaca di Berlino e leader della Linke, Elif Eralp, è di origine turche, figlia di sindacalisti emigrati dalla Turchia dopo il golpe dell'80). In Africa, le porte più importanti per la penetrazione turca sono due Stati falliti: la Libia e la Somalia. In Libia, la Turchia ha rafforzato i propri legami con l’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar. In Somalia è in funzione una base militare, di grande rilevanza strategica, vicino alla capitale Mogadiscio. Ma la pervasività neo-ottomana non si fonda solo sulla potenza del suo esercito (il secondo, per grandezza tra quelli dei Paesi Nato, dopo gli Stati Uniti).

All’hard power militare, Erdogan accompagna, sul modello cinese, quello del soft power, per molti versi ancora più attrattivo dell’hard armato. La storia dei conflitti in Medio Oriente racconta che si sono combattute più guerre per l’acqua che per il petrolio. Il controllo delle risorse idriche è uno degli asset fondamentali nella definizione degli equilibri di potenza regionali. Va in questa direzione Southeastearn Anatolia Project (GAP), un mega progetto in via di attuazione che prevede la costruzione di numerose dighe e centrali idroelettriche sui fiumi Tigri ed Eufrate, da cui dipendono Iraq e Siria per il loro approvvigionamento idrico e agricolo.

All’interno dell’Africa agiscono da tempo due agenzie turche per la cooperazione e lo sviluppo, Tika e Maarif. La prima ha portato cliniche mobili, ospedali, scuole e impianti per la distribuzione di acqua e di elettricità, la seconda ha aperto scuole in ventisei paesi africani.
Soft power, cooperazione militare. E alleanze strategiche, come quella che la Turchia ha stabilito con l’Egitto. Il “sultano di Ankara (Erdogan) e il faraone del Cairo (Abdel Fattah al-Sisi) cooperano attivamente su ogni singolo dossier regionale: da Gaza alla Somalia, dal Sudan allo Yemen, dalla Libia all’Africa subsahariana.  L’impero neo-ottomano non è più un sogno, o un incubo. La “grande Turchia” è già realtà.

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