La grande occasione: dalla vittoria del No una prospettiva nuova per il centro-sinistra

Il voto dei giovani si è rivelato determinante per la vittoria del No al referendum sulla giustizia. Un'occasione per il campo largo, e per il Partito Democratico, di raccoglierne le istanze

Otello MarilliIl Punto
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ANSA

A una settimana dall’esito del referendum e dall’avvio dei processi che la vittoria del No ha determinato, può essere utile interpretare i flussi elettorali, anche confrontandoli con la tornata referendaria del 2016 cui si avvicina per partecipazione e tasso di politicizzazione. A dieci anni di distanza, un governo viene nuovamente sconfitto in una consultazione referendaria sulla Costituzione e si aprono scenari di crisi fino a due settimane fa imprevedibili. L’unica certezza che abbiamo sul post referendum è legata ad una sospensione, sperando che divenga definitiva, della riforma costituzionale sul premierato, mentre si auspica l’avvio di un metodo di confronto reale tra maggioranza e opposizione sulla modifica della legge elettorale.

Lasciando per un momento da parte le riflessioni su quanto significhi la sconfitta nel campo della destra, cerchiamo di capire come analizzare cosa comporti la vittoria nel centro-sinistra. È evidente che non si può sovrapporre il risultato del No alla proposta politica del centro-sinistra o, se si preferisce, del campo largo. Tuttavia, quella mobilitazione è un segnale ai progressisti, come se chiedesse ai partiti dell’opposizione di attrezzarsi per dare una proposta politica all’altezza delle aspettative di chi dopo tempo ha deciso di andare a votare e di chi è andato per la prima volta, magari dopo aver riempito le piazze contro il genocidio di Gaza.

Analizzando i flussi, infatti, si coglie come il segmento generazionale 18-34 anni si sia schierato in modo netto per il No, con il 57% dei consensi, e come nel segmento 35-49 anni si raggiunga il 60% (fonte Youtrend): ad un primo sguardo si tratterebbe delle aree del primo voto e di chi tendenzialmente si astiene. Questa grande mobilitazione democratica e civile consegna, quindi, ai partiti di opposizione un’opportunità. Per coglierla, però, occorre interpretarla correttamente: una proposta di alternativa e cambiamento ha bisogno per essere credibile di partire da una dimensione valoriale riconoscibile, da un programma che ne sia conseguenza e dall’unità del proprio campo, solo successivamente dovrebbe affrontare la questione della leadership.

Senza ombra di dubbio l’architrave di un percorso simile non può che essere il principale partito di opposizione, il PD. È il Partito Democratico ad essere interrogato prioritariamente, ma la richiesta è rivolta a tutte le forze che si dichiarano all’opposizione del governo Meloni. È anche di tutta evidenza che senza un’azione politica importante del PD non sarà facile cogliere fino in fondo questa sfida lanciata dall’elettorato. La prima reazione alla vittoria referendaria nel centrosinistra è stata di Giuseppe Conte che ha lanciato la sua disponibilità a partecipare alle primarie per la premiership. Questa apertura è sicuramente significativa perché consolida la scelta di campo del Movimento 5 Stelle e apre alla definizione di un metodo comune per rinforzare la prassi politica del centro-sinistra: dopo aver presentato la medesima coalizione nelle ultime tornate regionali, questo è un ulteriore passo in avanti per dimostrare quella unità tanto invocata da chi cerca un’alternativa alla destra. Allo stesso tempo, però, la prospettiva di mobilitare sulla scelta del leader rischia di ridursi ad un confronto tra nomi.

Il PD dovrebbe provare a rilanciare su contenuti e valori prima di chiedere un voto sulla leadership. Si tratta di snaturare l’approccio del Lingotto, sia quello del 2007 che quello del 2017, di avere l’ambizione di essere partito per smettere, definitivamente, di essere un contenitore. Al momento, la segretaria nazionale Schlein ha dimostrato grandi doti di gestione della fase politica portando il partito dal suo minimo nei sondaggi ad oltre il 24% alle europee di due anni fa e ha ottenuto importanti vittorie amministrative, ridando slancio ad un soggetto politico in crisi, ripiegato sotto il peso di due rovesci elettorali importanti: quello del 2022 e quello del 2018. Adesso, però, sembra essere giunto il momento di alzare l’asticella: investire sul livello organizzativo del partito, rafforzandone l’identità attraverso le battaglie politiche che la fase impone; il posizionamento giusto e necessario su pace, lavoro e attività produttive, questioni sociali e tutela della Costituzione come argine alla crisi della democrazia, necessita di una struttura all’altezza per non incorrere in errori che troppe volte abbiamo visto nel recente passato. Oggi, anche secondo l’interpretazione di alcune dinamiche elettorali, sembrano esserci le condizioni per realizzare questo salto di qualità: la coesione tra il posizionamento del gruppo dirigente dei democratici e il proprio elettorato appare al massimo grado possibile. L’88% dell’elettorato dem si è mobilitato per il No, solo il 2% ha votato Sì: è il dato maggiore a sostegno del no di tutta l’opposizione (fonte YouTrend). Se confrontiamo questi dati con quelli del 2016, anno di inizio del declino del PD, possiamo osservare alcuni elementi di interesse.

Nel 2016 il contesto in cui si votava era profondamente diverso: a Palazzo Chigi c’era Matteo Renzi, alle europee del 2014 il PD aveva superato il 40% e incombevano alle spalle della riforma costituzionale la legge elettorale, il cosiddetto “italicum” che a seguito della sconfitta è stato immediatamente cassato, e, soprattutto, il “partito della nazione” archiviato anch’esso velocemente. Osservando i flussi (fonte Ipsos) possiamo notare che nel 2016 lo scostamento nella base democratica tra l’indicazione di voto del PD sul sì e il voto contrario o il non voto è stato superiore al 30% (17% per il no e 14% non ha partecipato). In questi numeri si poteva cogliere una frattura, che poi si sarebbe ulteriormente aggravata, tra il partito e il proprio “popolo”, che avrebbe portato alla sconfitta elettorale del 2018 e che ha comportato una profonda crisi di identità del partito passato dall’esasperazione della vocazione maggioritaria, il sopracitato partito della nazione, a soggetto in cerca di se stesso.

Ciò che il referendum del 2016, o per meglio dire la linea politica della stagione di governo tra il 2013 e il 2018 ha tolto, potrebbe essere restituito dal referendum del 2026: un partito in sintonia con la sua base, che ha la possibilità di crescere ulteriormente e di essere il perno di un’alternativa di governo e di sistema. La condizione necessaria è quella di portare a fattore compiuto le premesse che l’attuale segreteria Schlein ha messo in campo: un investimento sul partito affinché vada ad aprirsi a quelle istanze valoriali e sociali che stanno dando nuova linfa alla mobilitazione civile (la pace su tutte) e affinché provi a rovesciare l’assioma per cui prima viene il leader e dopo viene il programma e il progetto per il Paese. La partita delle prossime politiche è tutt’altro che vinta in partenza, ma è sicuramente aperta e contendibile. Occorre sapere, inoltre, che la posta in gioco è ancora più elevata. Nel contesto di crisi globale che stiamo attraversando, infatti, a rischiare è il modello democratico occidentale per come lo abbiamo conosciuto dopo la seconda guerra mondiale: le forze della destra stanno cavalcando la crisi della democrazia attraverso le figure dei “capi”, su tutti si erge quella di Trump, in Europa serpeggia in modo sempre più pericoloso una fascinazione per le forme autoritarie, le cosiddette democrature. Provare a contrapporre agli aspiranti “uomini (e donne) della provvidenza” la rinascita dei partiti intesi come intelligenze collettive e di massa potrebbe essere meno utopistico di quanto non appaia. Il PD, questo PD a guida Schlein, avrebbe la possibilità di realizzarlo; basterebbe ripartire da qui: con il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà.