La generazione che non vuole la guerra
La polemica sui «disertori» apre un confronto più profondo nel PD: il rapporto dei giovani con la guerra, il riarmo europeo, l’obiezione di coscienza e la spesa sociale.

Archivio Rinascita
Ha suscitato stupore l’intervento di Virginia Libero alla Festa dell’Unità di Reggio Emilia. Ventotto anni, segretaria nazionale dei Giovani Democratici, il 15 settembre è salita sul palco prima di Elly Schlein e ha pronunciato parole che in pochi giorni hanno attraversato il dibattito pubblico come una scheggia: «Non saremo noi i soldati delle vostre guerre. Perché noi organizzeremo i disertori». E ancora: «Per noi parlare di patria significa ripudiare la guerra».
Le va riconosciuto il coraggio tipico di un’età che, per citare il titolo italiano di un celebre film di Terrence Malick, ci ricorda che “la rabbia è giovane”.
Mi è tornata in mente una serata bolognese durante la campagna per le ultime elezioni europee. A un’iniziativa della lista Pace Terra Dignità, Franco Berardi, filosofo e voce autorevole del Settantasette bolognese, conosciuto come Bifo, disse di aver aderito perché il promotore della lista, Michele Santoro, aveva parlato con chiarezza di diserzione. Da lì sviluppò una riflessione acuta sul significato politico di quella parola.
Che lo si voglia riconoscere o meno, la guerra è una delle paure che pesano maggiormente sui giovani italiani. E la diserzione è proprio il concetto sul quale molti di loro si interrogano e al quale, con ogni probabilità, guarderebbero se domani fossero chiamati alle armi.
Lo mostra, con tutte le cautele necessarie, anche ciò che sta accadendo in Germania, dove il riarmo è diventato una delle parole d’ordine della legislatura. Il Ministero della Difesa ha inviato quasi trecentomila questionari ai giovani per valutarne la disponibilità al nuovo servizio militare volontario. Per i ragazzi rispondere è obbligatorio e il tasso di risposta ha sfiorato il 96%.
Ma, nella prima fase della campagna, gli arruolamenti effettivi sono stati poco più di 530, a fronte dell’obiettivo di portare l’organico dell’esercito dagli attuali 184 mila soldati a 255-270 mila entro il 2035. Il dato non consente conclusioni sbrigative, ma segnala una distanza evidente tra i piani di riarmo e la disponibilità concreta di una generazione. Non a caso Berlino mantiene aperta la possibilità di ricorrere a forme di leva obbligatoria se il reclutamento volontario non basterà.
C’è un contesto che una parte della classe dirigente sembra non vedere e che Virginia Libero ha avuto il merito di ricordare. È la generazione che negli ultimi due anni ha riempito le piazze contro il genocidio a Gaza, insieme ai movimenti femministi (Non una di meno, tra le altre) e per i diritti civili; una generazione che ha preso nettamente le distanze dalla guerra in Europa e da classi dirigenti incapaci di aprire percorsi credibili di pace.
Per molti giovani questa non è la loro guerra. E sanno bene che a sostenerla sono spesso persone che non ne pagheranno direttamente il prezzo. In un Paese segnato dalla crisi demografica e da famiglie sempre più piccole, la prospettiva di una chiamata alle armi non è un’astrazione: entra nelle case e mette a nudo la distanza fra la retorica pubblica e le conseguenze reali delle decisioni politiche.
Sono bastati due giorni perché una parte della classe dirigente democratica si mobilitasse contro di lei. C’è chi ha definito le sue parole un «concetto ripugnante». Arturo Parisi, tra i fondatori del partito, ha ammonito la «giovanissima» dirigente. Giorgio Gori ha richiamato la Costituzione e i partigiani, sostenendo che loro non disertarono. È l’ennesimo paragone improprio tra la Resistenza italiana e quella ucraina, un accostamento dal quale la stessa ANPI ha più volte preso le distanze.
Al di là del paragone, occorre ricordare che i partigiani italiani, nel contesto in cui vivevano, non erano soltanto resistenti: per la Repubblica sociale italiana erano fuorilegge. Avevano scelto di sottrarsi all’ordine dello Stato fascista per battersi per un’idea diversa di popolo e di libertà.
Sembra persino scontato ricordarlo, ma è proprio questo che quella storia ci dice: chi oggi invoca i partigiani contro la parola “diserzione” dimentica che, agli occhi del potere del tempo, essi avevano disertato quell’ordine politico e militare.
La Resistenza italiana si organizzò attorno al Comitato di Liberazione Nazionale e raccolse culture politiche diverse, con una presenza decisiva della componente comunista. Anche il Manifesto di Ventotene, scritto nel 1941 da antifascisti al confino, immaginava un’Europa federale fondata sulla libertà e sulla giustizia sociale. Non sorprende che Giorgia Meloni lo abbia attaccato in Parlamento nel marzo 2025, durante il dibattito sul ReArm Europe, dichiarando: «Non è la mia Europa».
La guerra in Ucraina nasce in un contesto storico e geopolitico completamente diverso. Sulle vicende dell’Euromaidan del 2014 esistono letture contrapposte; il conflitto affonda comunque le sue radici nella contesa per il controllo politico e militare dell’Europa orientale e, dopo l’invasione russa del 2022, ha assunto sempre più anche i caratteri di una guerra per procura.
L’amministrazione Biden l’ha alimentata con un massiccio sostegno militare, mentre Donald Trump ha poi cambiato rotta. Confondere questa guerra con la Resistenza italiana non è un dettaglio retorico. Significa attribuire a un conflitto con origini, attori e obiettivi differenti il patrimonio morale di una lotta di liberazione che appartiene a un’altra storia.
Su questo equivoco una parte della sinistra istituzionale ha costruito una posizione dogmatica, fino a trattare chi dissente non come un avversario politico, ma come un traditore.
Per la prima volta, tuttavia, questa contraddizione affiora apertamente anche dentro il Partito Democratico.
Virginia Libero è stata attaccata sui social e nei talk show. Persino Diego Bianchi, conduttore di Propaganda Live, commentando le sue parole su La7, è ricaduto nell’inappropriata sovrapposizione tra Resistenza antifascista e resistenza ucraina. Ha detto che «quello che è sicuro è che in Italia ha vinto Putin», finendo così per attribuirle implicitamente una posizione filoputiniana.
Conforta, invece, l’intervento di Pier Luigi Bersani, che l’ha invitata a non mollare e ha ricondotto la parola “diserzione” a quella, più precisa, di “obiezione”. È un passaggio importante.
La sinistra dovrebbe impegnarsi perché l’obiezione di coscienza sia tutelata realmente, anche quando la leva non è obbligatoria, affinché chi non vuole impugnare le armi possa rifiutarsi per diritto e per legge, senza essere costretto alla diserzione. Il punto non è criminalizzare chi rifiuta la guerra, ma costruire le condizioni perché quel rifiuto sia riconosciuto.
Oggi le guerre minacciano non soltanto la vita delle persone, ma anche l’ambiente, i territori, l’economia e il lavoro. Tutto brucia mentre crescono i bilanci militari, aumenta il costo dell’energia e la ricchezza continua a concentrarsi nelle mani di una minoranza.
Sotto la pressione di Trump, la NATO ha assunto l’impegno di portare entro il 2035 al 5 per cento del PIL la spesa complessiva per difesa e sicurezza: il 3,5 per cento per la difesa in senso stretto e l’1,5 per cento per infrastrutture e altri investimenti connessi. Per l’Italia significherebbe destinare a queste voci oltre 100 miliardi di euro l’anno, contro circa 33 miliardi di spesa militare attuale, sottraendo inevitabilmente risorse e spazio politico al welfare e allo Stato sociale.
Una parte della sinistra farebbe bene a impiegare contro questa politica di riarmo la stessa energia spesa per censurare una ragazza di ventotto anni. È lì che dovrebbe concentrare la propria iniziativa: nel contrasto al riarmo europeo e nella difesa della spesa sociale.
Forse è arrivato il momento che anche nel Partito Democratico si apra un confronto franco. La domanda non è soltanto se la classe dirigente saprà ascoltare ciò che intere generazioni di giovani hanno detto nelle piazze del Paese. È anche se quelle voci, una volta entrate nei meccanismi del partito e delle istituzioni, riusciranno a conservare la propria autonomia.
La storia del PD ha già conosciuto giovani dirigenti accolti come interpreti di una possibile rottura e poi progressivamente assorbiti dalle posizioni che avevano contestato. Non è un motivo per diffidare di ogni nuova voce, ma per evitare consacrazioni premature.
Quanto a Virginia Libero, nei giorni successivi ha precisato sul Corriere della Sera il senso del suo intervento, confermando il sostegno a Kiev. Resta da capire come questa posizione si concili con la radicalità delle parole pronunciate a Reggio Emilia.
La prova decisiva non sarà il consenso raccolto oggi, né la durezza degli attacchi ricevuti, ma la coerenza che saprà mantenere nel tempo: sulle armi, sul riarmo europeo, sulla spesa sociale e nelle scelte concrete che sarà chiamata a compiere dentro il suo partito. È lì che si misurerà se quell’intervento ha aperto davvero una battaglia politica.
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