La fragile democrazia europea di Jürgen Habermas

Massimo FiorioBattaglia delle Idee
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Se n’è andato Jürgen Habermas, l’ultimo grande esponente della tradizione filosofica tedesca, ovvero di quella linea di pensiero che, partendo da Immanuel Kant e Georg Wilhelm Friedrich Hegel, attraversa Karl Marx per giungere, nel Novecento, alla Scuola di Francoforte, di cui è stato continuatore e profondo riformatore. La sua filosofia rappresenta il proseguimento e, al tempo stesso, il compimento di quel progetto tipicamente tedesco volto a costruire grandi sistemi teorici capaci di spiegare e tenere insieme società, razionalità e politica. Ad Habermas apparteneva la rara capacità dei grandi pensatori di tornare criticamente sulle proprie tesi, ampliando e riformulando le proprie idee nel corso dei decenni. Le questioni della contemporaneità non sono state per lui semplice materiale di applicazione per teorie astratte, ma la spinta costante a pensare, modificare e mutare opinioni. Non poteva essere diversamente per una personalità profondamente segnata dal clima di rieducazione democratica nella Germania del secondo dopoguerra, impegnata nella rielaborazione del proprio recente passato.

Un banco di prova fondamentale del pensiero habermasiano è stato il tema dell’integrazione politica dell’Europa che, come rilevato da più parti, rappresenta per il nostro tempo ciò che la Rivoluzione francese ha rappresentato per la modernità. In testi come Questa Europa è in crisi e Nella spirale tecnocratica, Habermas conduce le sue riflessioni più recenti su questo tema. Tra le questioni spicca quella della legittimità democratica dell’integrazione europea e, come soluzione, la teoria della «doppia sovranità». Secondo questa impostazione, nell’Unione Europea il potere politico deriva da due fonti complementari: da un lato i cittadini europei considerati come individui, dall’altro i popoli organizzati negli Stati membri.

Nella prospettiva habermasiana, l’Unione Europea non dovrebbe trasformarsi in uno Stato federale tradizionale, ma rappresentare una forma inedita di democrazia sovranazionale: «più di una confederazione, meno di una federazione». La legittimità politica non deriverebbe esclusivamente dagli Stati nazionali, né da un unico popolo europeo pienamente costituito. Piuttosto, la sovranità sarebbe condivisa tra due livelli: quello europeo e quello nazionale. I cittadini partecipano alla vita democratica sia come membri delle comunità statali, sia come cittadini dell’Unione. Questa struttura istituzionale, rafforzata dal Trattato di Lisbona, si esprime nella duplice rappresentanza delle istituzioni: da una parte il Parlamento europeo, che rappresenta i cittadini, dall’altra il Consiglio, che rappresenta gli Stati membri.

Si conferma qui la tendenza di Habermas a esentare le istituzioni europee dalle critiche che invece rivolge, con vigore, alla classe politica e mediatica. Il Trattato di Lisbona rappresenta, ai suoi occhi, un passo decisivo verso una democrazia transnazionale. L’UE diventa così un modello per una futura democrazia cosmopolitica, capace di subordinare il potere politico al diritto. Questa dualità dovrebbe risolvere il conflitto tra un concetto di democrazia legato al “popolo-nazione” e un ideale federalista che implicherebbe la scomparsa degli Stati come entità autonome. In questa prospettiva, l’UE sarebbe capace di conciliare l’integrazione sovranazionale con la preservazione delle conquiste democratiche e sociali degli Stati nazionali.

Tuttavia, proprio su questo punto emergono alcune fragilità. Tale modello presuppone che i cittadini possano riconoscersi stabilmente in due comunità politiche diverse senza tensioni. Nella pratica, la duplicazione dell’identità politica rischia di generare conflitti di responsabilità democratica. Il formalismo delle procedure non compensa l’esaurimento della legittimità derivante dall’allungamento della “catena di legittimazione” e dalla rimozione delle divergenze interne ai popoli. Si rischia, insomma, di indebolire la legittimità democratica anziché rafforzarla.

Di fatto, in Habermas si conferma una sottovalutazione del ruolo dell’esecutivo, già presente nella sua concezione della liberal-democrazia in Fatti e norme. In quest’opera emerge un’idea fortemente tecnicizzata dell’esecutivo. Habermas distingue tre tipi di discorsi: discorsi morali (orientati alla giustizia), discorsi etici (relativi all’identità collettiva) e discorsi pragmatici (riguardanti l’utile e la razionalità strumentale). Il ruolo del governo è circoscritto a questi ultimi: dovrebbe limitarsi a implementare quanto stabilito dal legislativo. Il bene contingente (emergenze economiche, sanitarie o ambientali) non viene realmente considerato. Il «contesto parlamentare corretto» appare dunque eccentrico rispetto alle dinamiche contemporanee, in cui il vero attore politico è proprio l’esecutivo.

Queste obiezioni non sono secondarie. Emerge una concezione della democrazia che sembra accantonare l’idea del governo del popolo da parte del popolo. Come afferma Armin von Bogdandy, ciò suggerisce che il principio democratico nell'Unione debba essere attuato indipendentemente dal concetto di popolo. Questa interpretazione sancisce il superamento della sovranità popolare a favore dello Stato di diritto e della tutela dei diritti umani. In assenza di un demos identificabile, la democrazia rischia di ridursi alla sola protezione dei diritti soggettivi, svuotando la volontà politica collettiva.

Il significato della sovranità popolare si indebolisce man mano che si amplia la scala politica. Se in Europa si può ipotizzare una solidarietà attenuata, a livello globale essa è quasi assente: manca un “noi” fondato su una forma di vita condivisa. Habermas finisce per accettare una concezione minimalista della legittimazione globale. Il modello dell’Unione Europea mostra qui i suoi limiti: garantire una sovranità popolare mondiale appare un’utopia.

L’estensione di questo modello risponde anche a esigenze pratiche: l’incapacità degli Stati nazionali di affrontare i vincoli dell’economia globale. L’UE è uno sforzo per ottenere rilevanza in uno scenario diviso, ma non costituisce ancora un avanzamento verso una comunità politica mondiale. Oggi nessun soggetto politico appare realmente capace di dominare i sistemi transnazionali. La sfida, per Habermas, è preservare la possibilità della politica di esercitare un controllo su di essi, ma senza un autentico soggetto collettivo, le istituzioni cosmopolitiche finiscono per svolgere solo funzioni essenziali, come il contenimento della violenza.

Questi obiettivi minimalisti sono, per Habermas, un universale morale inclusivo. Le istituzioni sovranazionali possono fondarsi su decisioni di natura giuridica più che politica, limitandosi alla tutela dei diritti individuali. Tuttavia, esse restano insufficienti a controllare l’economia globale e le sue esternalità. Le decisioni che plasmano il capitalismo contemporaneo sono prese in sedi non rappresentative — come FMI o Banca Mondiale — e sfuggono al controllo democratico.

Anche l’UE affida poteri rilevanti a organi indipendenti con impatti diretti sulle politiche nazionali. Sebbene Habermas riconosca la necessità di un’azione sovranazionale per contrastare i mercati, oggi non esiste più una chiara separazione tra economia e politica. Questo intreccio rende sempre meno plausibile una democrazia globale intesa come sovranità popolare.

La soluzione giuridico-istituzionale habermasiana, pur rispondendo all'esigenza di integrazione, avalla l’attuale disuguaglianza in materia di libertà e giustizia sociale in Europa. Invece di puntare sulla rappresentanza dei popoli attraverso i governi, sarebbe preferibile favorire mobilitazioni transnazionali contro le disuguaglianze e la crisi ambientale.

Una simile prospettiva supera però il quadro costituzionale habermasiano. Va ricordato che il rifiuto della Costituzione europea da parte degli elettori francesi non fu solo un atto di opposizione all'Europa, ma una critica a un progetto che iscriveva la libera concorrenza e l'ordoliberismo tra i principi fondamentali, trascurando la politica sociale. Fenomeni come l’euroscetticismo non nascono solo da spinte nazionaliste, ma riflettono spesso un disagio verso politiche economiche percepite come un arretramento della democrazia. Ridurre ogni critica al processo di integrazione a un ostacolo democratico rischia di ignorare il cuore della crisi della democrazia odierna.