La forza del diritto contro il diritto della forza

Il referendum sulla magistratura e la tenuta dell’equilibrio costituzionale

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ANSA

La civiltà comincia quando la forza si ferma davanti al diritto. E finisce quando accade il contrario. Lo spettro della guerra è tornato a distendere la sua ombra sull’Europa e sul mondo. Riemerge una realtà che pensavamo relegata ai capitoli più bui del Novecento: autocrati che invadono Paesi sovrani come se la carta geografica fosse ancora una tavola da ridisegnare con la violenza. È la tentazione più antica del potere: sostituire la legge con la forza, la diplomazia con i carri armati, il diritto con il dominio. Quando questo accade, la storia arretra.

Non è soltanto una regressione politica. È qualcosa di più profondo: una regressione antropologica. Perché quando la forza pretende di occupare il posto del diritto, non è soltanto la pace a vacillare. È la civiltà stessa che si incrina.

La civiltà giuridica nasce infatti da una decisione fondamentale: quella di risolvere i conflitti non con la violenza ma con le regole. Di sostituire la spada con la legge. Che cosa c’entra tutto questo con il referendum sulla giustizia?

C’entra molto. Perché la grande alternativa che attraversa la storia delle società umane è sempre la stessa: la forza del diritto contro il diritto della forza. Il diritto non vive nei codici come un’idea astratta. Vive nelle istituzioni che lo rendono effettivo, negli equilibri che impediscono al potere di trasformarsi in arbitrio. Tra queste istituzioni la magistratura occupa un posto decisivo: insieme al Parlamento e al Governo costituisce uno dei pilastri dell’equilibrio democratico. Quando questo equilibrio si altera, la democrazia diventa più fragile.

Lo vediamo accadere anche in Paesi che per decenni abbiamo considerato modelli di libertà. Negli Stati Uniti, ad esempio, le tensioni istituzionali degli ultimi anni ricordano una verità spesso dimenticata: anche le democrazie più consolidate possono entrare in crisi quando si incrina il sistema dei pesi e contrappesi. Non è un caso che proprio lì si sia assistito alla crescita di apparati di “sicurezza” sempre più autonomi e opachi, come l’ICE, strutture che operano con modalità aggressive e con livelli di controllo democratico praticamente inesistenti.

Questo esempio ci ricorda qualcosa di essenziale: la democrazia non è garantita una volta per tutte. Vive solo se le istituzioni restano in equilibrio e se nessun potere diventa più forte degli altri. Le istituzioni, dunque, devono essere difese, curate, custodite.

Ed è esattamente per questo che oggi, discutendo di una riforma che modifica l’assetto della magistratura – e quindi uno dei pilastri di quell’equilibrio – dobbiamo interrogarci con grande attenzione sulle conseguenze che potrebbe produrre. Su questo terreno siamo chiamati a esprimerci con un referendum costituzionale che modifica ben sette articoli della nostra Costituzione.

La domanda da cui partire è semplice: c’era davvero bisogno di una riforma? Se si tratta di migliorare l’efficienza della giustizia, la risposta è certamente sì. I tempi dei processi troppo lunghi, la carenza di organici, le difficoltà organizzative degli uffici giudiziari sono problemi reali. Ma questi problemi non richiedono di modificare la Costituzione. Si affrontano con leggi ordinarie, con investimenti, con riforme organizzative.

Quella di cui discutiamo oggi non è tanto una riforma della giustizia, quanto piuttosto una riforma della magistratura. E questa distinzione è tutt’altro che secondaria. Nel 1948 i padri e le madri costituenti costruirono una magistratura fortemente autonoma dalla politica. Dopo gli anni bui del fascismo vollero garantire un equilibrio tra i poteri proprio per evitare che lo Stato potesse scivolare nuovamente verso forme autoritarie. Quel sistema porta le firme di figure di rilievo come: Piero Calamandrei, Giuseppe Dossetti, Teresa Mattei, Giorgio La Pira, Nilde Iotti, Umberto Terracini, tanto per citarne alcune. Oggi si propone di ridisegnare quell’equilibrio dopo quasi ottant’anni.

Il dibattito pubblico si è concentrato sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Ma in realtà questo è, in larga parte, un falso problema. I passaggi tra le due funzioni erano già rarissimi e la riforma Cartabia li ha ulteriormente limitati.

Il vero nodo della riforma si annida altrove: nel destino del Consiglio Superiore della Magistratura, l’organo che ne garantisce l’autogoverno. È lì che si tocca uno dei cardini dell’equilibrio costituzionale.

La riforma spezza l’unità del CSM in due organi distinti, introduce un meccanismo di sorteggio nella selezione dei suoi componenti e istituisce una nuova Alta Corte disciplinare che assume di fatto i tratti di un giudice speciale. Una soluzione senza precedenti nel panorama istituzionale italiano: non esiste nulla di analogo nelle pubbliche amministrazioni, nelle autorità indipendenti o nelle altre giurisdizioni.

In questo modo si rischia di incidere profondamente sulla garanzia costituzionale di autonomia e indipendenza della magistratura. Non è un caso che questo obiettivo sia sfuggito con ventriloqua chiarezza da Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro Carlo Nordio, quando ha lasciato intendere che il senso della riforma sarebbe quello di “togliersi di mezzo” il peso della magistratura. Quando la politica comincia a considerare la magistratura un ostacolo da rimuovere, significa che l’equilibrio tra i poteri sta entrando in una zona pericolosa.

E tutto questo avviene in un contesto politico in cui la maggioranza di governo si appresta, tra l’altro, a modificare la legge elettorale per garantirsi un numero di seggi superiore a quello che otterrebbe con le regole attuali. Se mettiamo insieme questi elementi – la riforma della magistratura, il progetto di una nuova legge elettorale, il tema dell’autonomia differenziata – emerge il profilo di una trasformazione molto profonda dell’assetto costituzionale del nostro Paese.

Un assetto che per quasi ottant’anni ha garantito all’Italia democrazia, libertà ed equilibrio tra i poteri dello Stato. Per questo il referendum non riguarda soltanto una questione tecnica. Riguarda la tenuta di quell’equilibrio.

La democrazia non vive solo nelle elezioni. Vive nelle istituzioni che garantiscono la libertà dei cittadini. Quando un cittadino entra in un tribunale deve sapere che davanti a lui non c’è il potere, ma la legge. Questa è una delle conquiste più preziose della nostra civiltà giuridica. I costituenti lo sapevano bene. Per questo costruirono una magistratura autonoma, capace di resistere alle pressioni del potere politico. Perché la democrazia comincia esattamente nel punto in cui il potere si ferma davanti alla legge. Difendere quell’equilibrio oggi significa difendere la qualità della nostra democrazia. Per questo la scelta ineludibile è votare NO.