La fiuma, la libertà oltre gli argini
Dario Franceschini racconta un’Italia che si libera dal fascismo ma resta patriarcale. Nelle vite delle donne, la forza di resistere e costruire il futuro.

ANSA
La fiuma è l’ultimo romanzo di Dario Franceschini. È il seguito di Aqua e tera. Gli stessi luoghi. Gli stessi intrecci familiari. Gli stessi conflitti, dolori, passioni e speranze. Naturalmente inquadrati nello svolgere della storia. Anche il linguaggio non si scosta dallo stile dell’autore. È diretto, scarno, con pochi aggettivi, sobrio ed elegante. Fa arrivare la passione del racconto ripulita da ogni sentimentalismo, in modo da uscire nella pagina ordinata e tesa.
Naturalmente la cornice del libro è la terra che ama Franceschini. La sua terra natia. Ferrara, i paesi che la circondano, i campi strappati dalle acque, che le danno il pane. Nello svolgere della storia c’è ovunque l’odore di questa terra, di acqua, di città squadrate, della povertà contadina, della fatica del lavoro, dei dolori sociali e personali e delle speranze, che, malgrado tutto, continuano a essere il motore del cambiamento.
L’aspetto che più colpisce è l’intreccio tra “grande storia” e “piccola storia”.
La “grande storia” incombe. Arriva finalmente la Liberazione dal fascismo e poi la Costituzione, il governo De Gasperi, l’opposizione comunista e, in modo contraddittorio, un miglioramento generale dell’Italia. Eppure questi passaggi di grande rilievo politico e sociale inquadrano qualcosa di più importante. Qualcosa che per l’autore conta davvero. Lo svolgimento di tante storie personali e private che si dipanano intersecandosi, allargandosi, concludendosi anche in modo traumatico, ma alla fine capaci di scorrere, in ogni momento, come il vero filo di continuità della vita della nostra specie.
La storia pesa e trasforma, ma lascia intatta quella possibilità e potenzialità che gli esseri umani hanno di esprimersi: l'innata facoltà di parlare, di ascoltare, di ragionare, di progettare, di provare empatia e di unirsi agli altri attraverso l’amore o attraverso scelte morali, libere da una sorta di determinismo istintuale del resto dei viventi.
A mio parere qui si avverte proprio la formazione culturale e politica dell’autore e la sua differenza da una impostazione ideologica di una certa sinistra, che ha spesso privilegiato una ragione astratta generale. La forza dell’ideologia rispetto alle donne e agli uomini in carne ed ossa. Rispetto ai singoli che, avendo in sé la comprensione del mondo, essi stessi sono il mondo.
La protagonista che ci accompagna nelle pagine di La fiuma si chiama Ginesca. Un nome che rimbalza dal primo romanzo Aqua e tera e che diventa, attraverso le varie donne che lo portano, un simbolo e una metafora.
Ginesca non si piega. Combatte. Subisce tremendamente le discriminazioni che nel corso dello sviluppo della società italiana hanno dovuto subire le donne. Ed è consapevole che nella sinistra gli uomini che sollevano nella politica la parola libertà, tra le mura domestiche, sono padronali, arretrati, patriarcali, considerando subordinate le loro compagne e le loro mogli destinate a lavori sottopagati e al carico delle responsabilità domestiche. Ginesca sente insopportabile questo doppio standard. Lo vive sulla propria pelle. E sarà delusa anche dalla Repubblica, appena costituita. Finalmente le donne possono votare: ma rimangono ancora schiacciate dalla prepotenza di chi le considera inferiori.
Ma se Ginesca viene raccontata con intima partecipazione nello svolgimento del racconto, l’autore trasmette un sentimento che non si esaurisce nell’ingiustizia, che ancora molto durerà, nella condizione femminile. C’è molto di più. Non si tratta solo di equiparare le donne agli uomini. Nei momenti chiave del racconto emerge un’altra consapevolezza di Franceschini: le donne sono migliori degli uomini. Più sincere, dirette, coraggiose, inventive. Sono la vera continuità tra le generazioni e custodiscono il nucleo essenziale di umanità e di pensieri che ognuno deve portare con sé nello sviluppo della propria esistenza e nel passaggio tra genitori e figli.
L’autore, come si sa, è un uomo. Quando gli uomini maneggiano certi temi, nelle donne c’è sempre una riserva, una curiosità infastidita, il convincimento che certi pensieri e certe dinamiche appartenenti al loro corpo non sono in alcun modo percepibili dall’altro sesso. Rimane sempre un conflitto, una diversità incolmabile, un modo di vivere il mondo differente. Ma Franceschini non pretende di spiegare, non dà interpretazioni né alcun suggerimento. Racconta. E nella semplicità del racconto solleva la sostanza femminile, che per molti aspetti resta anche per lui un mistero, a una dimensione benefica, pacificatrice, comprensiva, coraggiosa e accogliente. È nelle figure femminili che si ricompone il caos della grande storia e delle piccole storie. È in esse che vive la speranza della continuità della vita.
La grande storia nel romanzo La fiuma entra con le vicende drammatiche degli ultimi rantoli della Repubblica di Salò, degli ultimi eccidi nazifascisti e poi delle vendette dei partigiani ben oltre la fine ufficiale della guerra. Franceschini è di una crudezza e sincerità davvero sorprendenti. Il sangue scorre da una parte e dall’altra. Quando tutto era finito, ancora dominavano la paura, le persecuzioni, la risoluzione dietro il paravento della politica di questioni personali, di odio o di interesse.
Già nel passato Giampaolo Pansa volle sottolineare questi avvenimenti tragici e i delitti inutili commessi anche dai partigiani. Ma la differenza con Franceschini è su un punto decisivo: nel suo romanzo si sa perfettamente chi ha ragione e chi ha torto. Gli ideali diversi che sorreggono i due schieramenti. In Pansa svanisce la storia che ha portato alla Seconda Guerra Mondiale e al crimine più grande elaborato dalla mente politica, l’Olocausto. Eppure, è dolente il prendere atto nel libro La fiuma, che la violenza spesso si stacca dalle sue ragioni, autonomizzandosi. Corrispondendo così alla parte peggiore dell’animo umano. All’istinto di morte, che attraverso la facoltà di uccidere risponde alla propria paura di morire, trasformandoti temporaneamente in un Dio.
Emerge il senso religioso che ha accompagnato la vita dell’autore. Un dirigente realistico, sapiente, puntuto nella lotta politica. Eppure, capace di definire bene il limite oltre il quale la politica perde la sua più alta dimensione di dialogo, di compromesso, di confronto, di aderenza alla vita e alle sue ragioni.
Certamente l’amicizia che mi lega a Franceschini può far velo nel mio giudizio sul suo ultimo libro. Ma per qualche accento, non rispetto alla sostanza. Dario unisce, come pochi altri, il rigore delle sue convinzioni, la forza della sua direzione politica con una integrità morale, umana (e un po’ disincantata, anche verso se stesso), che raramente ho riscontrato nella classe dirigente italiana. Ecco perché di lui c’è bisogno fino a quando avrà la voglia e la forza di aiutarci con la sua presenza attiva.
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