La favola del nucleare sostenibile
Costi, ritardi e dipendenze estere: perché il piano del governo non risolve crisi energetica e decarbonizzazione.

ANSA
Il 26 maggio approderà nell’aula di Montecitorio un disegno di legge a firma Meloni/Pichetto Fratin, che delega il Governo per riportare l’Italia al nucleare senza definire tempi, modi e costi. Dal 1° gennaio 2023 l’energia nucleare è inclusa nella Tassonomia Europea per la Finanza Sostenibile come attività di transizione per il raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050, ma parlare oggi di nucleare sostenibile – soprattutto in Italia – non è serio, visto che la fusione non sarà disponibile prima degli anni Cinquanta, le tecnologie di ultima generazione tanto esaltate non sono ancora disponibili e, in ogni caso, viaggiano ancora a fissione.
Con questo provvedimento il Governo si propone di raggiungere la sicurezza nazionale attraverso l’indipendenza energetica, quando sappiamo bene che ci troveremo davanti a dipendenze vecchie e nuove. In Italia, infatti, non esistono giacimenti di uranio utilizzabili e la compagnia russa Rosatom è la principale fornitrice di materiale fissile nel mondo. Non è infatti un caso che le sanzioni contro la Russia a seguito del conflitto ucraino abbiano escluso il materiale nucleare, per non incorrere nel rischio di spegnimento dei reattori europei.
Un ulteriore obiettivo che il disegno di legge si prefigge è la capacità di concorrere agli obiettivi di decarbonizzazione. Sappiamo però dagli stessi rappresentanti di Ansaldo Nucleare che lo sviluppo delle nuove tecnologie si articolerà in 3 step: gli Small Modular Reactor (SMR) dovrebbero essere disponibili nei primi anni del prossimo decennio, i reattori di quarta generazione (AMR, Advanced Modular Reactor) non prima del 2040 e solo a partire dal 2050 potrebbe essere messa in campo la fusione. Se aggiungiamo poi i tempi di realizzazione di impianti che fanno riferimento a tecnologie oggi non disponibili, capiamo bene che il tema della decarbonizzazione non può rientrare in questo scenario. Ma il problema non sono solo i tempi: un ulteriore obiettivo enunciato dal Governo è la sostenibilità dei costi, che per sua stessa ammissione non è però riuscito a quantificare. Ma noi sappiamo - sempre dai rappresentanti di Ansaldo Nucleare - che per la progettazione e lo sviluppo di prototipi di SMR occorrerebbero almeno 700 milioni di euro, a cui andrebbero poi aggiunti i costi di realizzazione. È del tutto evidente, quindi, che il tema della sostenibilità è del tutto infondato perché sarà impossibile assicurare energia nucleare a prezzi accessibili.
Insomma, ci troviamo di fronte a una tecnologia estremamente costosa, insicura, i cui tempi di realizzazione si aggirerebbero intorno ai 20 anni e che non contribuirà in alcun modo al processo di decarbonizzazione, se non straordinariamente fuori tempo massimo. Per farsi un’idea di cosa potrebbe succedere in Italia, basterebbe esaminare quanto accaduto in Francia, citata spesso come esempio di successo. L'Electricitè de France (EDF), il colosso energetico francese, è stato interamente nazionalizzato nel 2023 con un investimento di 9,7 miliardi di euro, dopo anni di debiti folli. Il reattore EPR di Flamanville, in Normandia, un reattore nucleare di terza generazione da 1.600 MW, sarebbe dovuto entrare in funzione nel 2012 e costare 3 miliardi di euro: la sua realizzazione non solo ha accumulato oltre 15 anni di ritardo, ma i costi sono arrivati a più di 19 miliardi di euro.
Ma perché, allora, questa caparbia nel voler riportare in Italia impianti a fissione, di cui si conoscono bene rischi e costi, la cui produzione di scorie è contenuta solo per via delle dimensioni ridotte, e la cui sicurezza non è ancora verificabile? Io penso che la risposta sia da trovare nella disperazione di un Governo che si è concentrato esclusivamente nella lotta alle rinnovabili, senza riuscire a strutturare politiche energetiche efficaci, passando dalla dipendenza dal gas russo a quello americano. Una dipendenza che costa cara al nostro Paese e che ci espone alle instabilità politiche, lasciandoci in balia delle speculazioni dei mercati internazionali. Eppure, esisteva una via: grazie al Next Generation EU la Spagna è diventata leader in Europa nelle energie rinnovabili. Il 60% della produzione elettrica nazionale proviene da fonti verdi. E così Sanchez ha dimostrato che con investimenti massicci sulle rinnovabili è possibile ridurre la dipendenza energetica e contenere i costi delle bollette. Il Governo italiano, invece, ha deciso di investire su gas e carbone, vincolandoci all’utilizzo di fonti fossili per i prossimi trent’anni. E ora, mentre la guerra impazza e il consenso cala, per prendere tempo e ingannare gli italiani dopo la batosta referendaria, si gioca la carta del nucleare, una strategia insostenibile da un punto di vista ambientale, economico e sociale, ma anche incostituzionale.
Sul nucleare da fissione il popolo italiano si è già pronunciato ben due volte. Non possiamo, infatti, dimenticare, che l'Italia è uscita dal nucleare nel 1987 a seguito di un referendum abrogativo indetto subito dopo il disastro di Chernobyl. L’affluenza fu del 65,1% (29,9 milioni di italiani su 45,8 milioni di aventi diritto al voto) e l’80% espresse chiaramente la propria contrarietà alla costruzione di impianti per la produzione di energia nucleare. Questa volontà emerse con ancora maggiore evidenza nel 2011, dopo l’incidente alla centrale nucleare di Fukushima, quando cittadine e cittadini si espressero contrariamente alle disposizioni introdotte nel 2008 per il ritorno al nucleare, con un sostegno alla sua abrogazione del 94,05%: 25.643.652 di persone votarono per fermare il ritorno al nucleare contro 1.622.090 favorevoli al suo mantenimento (5,95%). Proporre oggi il ritorno al nucleare non significa solo violare il significato dei referendum abrogativi con cui il popolo italiano ha già espresso la sua contrarietà e il principio supremo della sovranità popolare, ma anche disattendere la sentenza n.199/2012 della Corte Costituzionale, con cui – per la prima volta – è stata dichiarata l’illegittimità costituzionale di una norma di legge per violazione del divieto di ripristino di una normativa abrogata mediante referendum, ovvero dell’intento perseguito mediante lo strumento di democrazia diretta, senza che ci sia stato un mutamento del quadro politico o della situazione di fatto. E allo stato attuale nessuna di queste due condizioni si è verificata.
Vi è poi il tema dell’accettabilità sociale: chi vorrà le nuove centrali sul proprio territorio in un Paese in cui non si è ancora riusciti a individuare un sito per il Deposito Nazionale delle scorie e dove sorgono conflitti continui per la realizzazione di impianti di batterie di stoccaggio, eolici e fotovoltaici? Non è certo un caso se il Governo prevede di destinare ben 7,5 milioni di euro per quelle che chiama campagne informative sul nucleare, ma si trasformeranno nella solita propaganda, mentre nulla ha fatto per spiegare ai cittadini i vantaggi generali della transizione alle rinnovabili.
A 40 anni dal terribile incidente di Chernobyl del 26 aprile 1986 e a 15 da quello di Fukushima dell’11 marzo 2011 il governo Meloni vuole farci ripiombare nel delirio nucleare, ma – come abbiamo visto - quanto raccontano i sostenitori del nucleare di IV generazione è falso. Faremmo bene a puntare sulla ricerca sulla fusione per usi civili e ragionare sul nucleare quando sarà realmente sostenibile. Ora, invece, come suggeriscono qualificati esperti del calibro del prof. Parisi, dovremmo investire su fonti energetiche rinnovabili, solare e sistemi di accumulo in particolare, provando a individuare meccanismi che generino benefici per cittadine e cittadini dei territori deputati a ospitarli e attivando un dibattito pubblico serio sui benefici delle produzioni green: solo così potremo davvero raggiungere l'autonomia e l'indipendenza energetica, raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione e abbattere i costi delle bollette.
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